Elogio ai dentisti

di Giulia Bozza

 

Non so se proprio tutti tutti i dentisti se ne meritino uno, ma il mio un poco sì.
Ho appuntamento alle 19, chiamo un paio d’ore prima per avvisare che probabilmente tarderò di dieci, quindici minuti, perché ho delle faccende da terminare assolutamente nel pomeriggio. «Nun te preoccupa’», mi dice. «Tanto so’ sempre tardi pure io». E difatti è così, lui è uno di quelli a cui le tabelle di marcia stanno strette, mai una volta che l’appuntamento alle 16 sia davvero alle 16, e non alle 16.45, o addirittura alle 17.20. Pensate che c’è un orologio digitale nel suo studio, al quale lui ha aggiunto una scritta a pennarello sopra il display: “Non ti fidare”. Non ho ancora capito se non bisogna fidarsi di quell’arnese, o proprio del tempo cronologico, che evidentemente prende una curva molto diversa da quella che percepiamo. Forse – siccome l’orologio si trova davanti alla poltrona – vuole solo rassicurare i pazienti frettolosi che il mestiere del dentista non rispetta sempre le scadenze al minuto: può sempre succede che arrivi il bambino che vuole dare un disegno al dottore, e lui allora perde tempo ad appenderlo sopra lo stereo. Oppure, capita la tizia terrorizzata dai trapani che tiene la bocca chiusa per cinque, dieci minuti, e lui a cercare di convincerla con pazienza che non le farà male. Read More

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Recensione “Le cronache dell’assassino del re” di Patrick Rothfuss

Di Davide Apolloni

Le cronache dell’assassino del re è una trilogia fantasy scritta dall’autore americano Patrick Rothfuss. Fino a oggi sono usciti i primi due volumi della saga, Il nome del vento e La paura del saggio, mentre non si conosce ancora una data precisa per la pubblicazione del terzo e ultimo volume, Le porte di pietra. Recentemente, la casa editrice Mondadori ha rilanciato il primo volume, Il nome del vento, dopo che la casa editrice Fanucci aveva smesso di stamparlo, quindi questa mi è sembrata un’ottima occasione per scrivere una recensione al fine di avvicinare più persone possibili alla lettura di questa saga che, in mia opinione, merita davvero tanto.

I nomi sono importanti, dicono molto a proposito di una persona. Ho avuto più nomi di quanto ognuno avrebbe diritto.

I nomi sono una delle chiavi attorno alle quali si sviluppa la saga, a tal punto che lo stesso protagonista, Kvothe, musicista, arcanista e viaggiatore, dopo aver passato una vita più che avventurosa, decide di cambiare il suo nome in Kote, e diventare così l’anonimo proprietario di una locanda, la Pietra Miliare, in cui condurre una vita tranquilla e, all’apparenza, insignificante. È in questo contesto che giunge Cronista, uno storico che viaggia raccogliendo notizie sui personaggi più influenti del periodo. Kote, nel gestire la sua locanda, è aiutato da un ragazzo di nome Bast, figura enigmatica attorno alla quale il lettore potrà sviluppare innumerevoli teorie circa la sua identità e la sua storia. Read More

Ora che siamo soli

Di Luca De Marchi

 

Ora che siamo soli
scopro le ali per lo slancio
e quando muterà il tempo cingerà di nuovo
nel fiume di parole, l’indistinto che mi riflette.
Striderà, coperto dalla pioggia.

Colui che volerà sotto al mio intricato vento,
lo loderò nel caliginoso limbo,
dell’irrompente tormenta,
mesta, eterna, brutale,
custodita dal velo del mondo.

Che in complessità mi somiglia.

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Carillon

Di Giovanni Mistroni

Il primo giorno era il nero.

Il nero è il terrore puro. Quel sentimento più forte di tutti gli altri, che li sommerge e li spazza via. Il terrore era tutto il mio mondo. Fuori di esso non c’era nulla, se non altro terrore. Il terrore iniziò quando passai i cancelli della Risiera. C’era una discesa e, ai lati, due mura altissime, tanto che molti di noi si sono chiesti se Dio fosse più o meno alto di quelle mura. I cancelli della Risiera sono una bocca nera che ti inghiotte e ti trasporta nel nero del terrore. Altro non c’è. Terrore erano le mura sporche, le stanze strettissime, dove rinchiudevano per mesi i prigionieri, il camino alto che periodicamente fuma di un fumo nero. Terrore sono gli uomini e le donne, i compagni e i nazisti. Terrore sono i loro fucili, le loro pistole tedesche, i loro manganelli. Il primo giorno, la realtà si fuse in un solo, indistinto sentimento nero. Altro non ricordo, né altro non capivo. Read More

Una strana gita nel bosco

Di Alfredo Betocchi

 

Mi chiamo Leone e sono triestino, sono sposato con Anna. Stefania è la nostra adorabile bambina di otto anni. Una domenica mattina di gennaio decidiamo di andare nei boschi alle pendici del monte Ripido che sta oltre confine, in Slovenia. Montiamo in macchina e via, verso la sospirata mèta. La strada non è lunga e in un’ora raggiungiamo il bosco. Lasciata la macchina, ci avviamo a piedi verso l’interno. Le grida gioiose di Stefania fanno da contrappunto ai richiami di Anna che ha sempre paura di perderci e spesso chiama per controllare dove siamo. Dopo la centesima chiamata mi stanco e cerco di allontanarmi. Fatti una decina di passi verso sinistra, sento che la terra mi manca sotto i piedi. Read More

Capitolo 9 – Oneri e onori

Di Samuel Nese

Non fui l’unico che sfogò tutte le sue forze su un vile essere umano, ai piedi della torre Ailis fissava pallida una carcassa inerme le cui carni stentavano a sembrare quelle di un uomo: bruciate, consumate e dilaniate. Al primo sguardo risultavano una fetida melma informe, ma se vi si avvicinava era possibile distinguerne distintamente i resti di braccia e gambe. La giovane donna del vento tentava di nascondere la fatica dietro al suo viso austero, pur senza riuscirci efficacemente, il suo stesso abbigliamento sciupato dimostrava la feroce battaglia da lei intrapresa. Quando si accorse di noi mi ringraziò per averle permesso di completare il suo compito, ovviamente io non fui da meno e feci lo stesso per avermi protetto dal vecchio mostro. Tuttavia in quell’istante era necessario prestare soccorso ai miei compagni ancora impegnati nella lotta contro le guardie. Read More

Inetti a vivere

Di Lorenzo Casini

Il signor Z aspettava.
Lui sapeva cosa aspettava, ma non gli altri. Gli altri credevano che perdesse il suo tempo.
Il signor Z restava per lo più in casa. Usciva di rado, fosse solo anche per fare un po’ di spesa. Generalmente infatti il suo frigo era vuoto.
Aspettare gli occupava gran parte del suo tempo. Di rado mangiava. Mangiare era più un investire il tempo a fare “altro” che aspettare.
Passava le giornate così, seduto su una sedia scomoda di fronte a un televisore spento.
La sedia doveva essere scomoda, perché non poteva rischiare di addormentarsi. Read More

Son seduto su un autobus pieno di gente

Di Vittorio Ravinale

 

Son seduto su un autobus pieno di gente.
Fa caldo, anche troppo per la stagione.
La maggior parte dei passeggeri ha l’età giusta per essere mio nonno. Quelli più giovani sono chiusi nel loro universo fatto da smartphone e auricolari. I vantaggi della tecnologia.
Un uomo sudato con uno zaino che sembra pesante mi guarda e sbuffa, ma io non mi alzo, questo posto me lo sono meritato. Read More

Capitolo 8 – Rancore

Di Samuel Nese

Eravamo sorpresi dall’estrema facilità con cui penetrammo nel forte, ma purtroppo la nostra dose di fortuna sembrava terminata. Seppur fossero pochi, eravamo circondati da balestrieri pronti a far scattare le loro armi contro noi intrusi. E il reggente a una finestra sembrava attendere  il nostro arrivo con lo stesso calore che un ragno riserva all’insetto intrappolato nella sua tela. Nell’insediamento, qualcuno doveva essere al corrente del nostro arrivo, in qualche modo tutto ciò doveva essere stato pianificato apposta per intrappolarci. Cominciai a dubitare della cieca Ailis ed il suo fantomatico aiuto, probabilmente lei era l’esca per la nostra trappola; speravo però che ci fosse ancora una via d’uscita più diplomatica, non avrei mai accettato di morire in una landa desolata senza aver almeno garantito la salvezza dei miei compagni.

Il reggente ci ordinò di abbandonare le armi e arrenderci, in caso contrario avrebbe dato ordine ai soldati di ucciderci. Gli rivelai che mi trovavo là unicamente per parlare con mia sorella, e che  avremmo lasciato il suo dominio solamente dopo aver ottenuto udienza presso di lei. Inaspettatamente, prima egli si congratulò per il fegato dimostrato, mentre io non volevo credere a falsi ossequi del genere, e successivamente ci riferì che ella non desiderava ricevere visite in quel frangente. Trovavo difficile fidarmi di lui, la situazione era scomoda e pericolosa per tutti noi. Mi guardavo attorno con la spada sollevata, circospetto per un eventuale colpo a tradimento. Il pensiero che non potesse uccidermi a causa dei miei rapporti con l’imperatore mi dava sollievo. Tuttavia non credevo di poter garantire anche per i miei compagni.

Un corvo ruppe il silenzio con il suo cupo gracchiare, ma l’unico che diede peso all’evento fu Andri insospettito dall’insolito comportamento del volatile intento a osservare la scena; probabilmente attendeva solamente di banchettare con le nostre carogne. Anche l’alzarsi del vento sembrava preannunciare l’imminente inizio della battaglia. Il reggente infatti fece mirare dai balestrieri i miei compagni e ordinò loro di scoccare. Immediatamente la brezza si trasformò in un violento tifone che ci avvolse proteggendoci dai dardi nemici, si trattava dell’ennesimo fenomeno decisamente aldilà della semplice natura. Andri non perse tempo cominciando a scoccare velocemente le sue precise frecce: l’addestramento come arciere stava dando i suoi frutti, ironico come il reggente li stesse raccogliendo. Non ci volle molto perché si passasse allo scontro ravvicinato, parai a malapena qualche colpo prima che Arnold mi consigliasse di raggiungere il reggente per farmi rivelare la posizione di mia sorella, forte della convinzione di poter gestire la situazione da soli.

Corsi più veloce possibile verso l’edificio principale quando vidi la sua figura scappare in direzione della torre diroccata e mi gettai all’inseguimento senza rifletterci. Le scale erano ripide, molti gradini in pendenza e la polvere impediva ai passi di aderire efficacemente, ma non demorsi, chi fugge in quel modo deve avere parecchio da nascondere ed ero sicuro che avesse la coscienza sporca. Il mio cuore seguiva il crescendo delle scale, riusciva a scandire il mio odio nei suoi confronti, in un momento simile dimenticai ogni promessa lasciando spazio al desiderio di ucciderlo nel peggiore dei modi a me permessi. Sicuramente avrei trovato il modo di giustificare il mio atto quando sarebbe arrivato il momento. Quando giunsi alla cima mi accorsi di una piccola baracca in legno antecedente alla costruzione dello stesso forte. Il reggente si trovava di fronte alla porta e solo quando si accorse di me sfoderò la spada. Io gli chiesi nuovamente dove si trovasse mia sorella ma non diede risposta. Un potente boato scosse la torre distruggendo parte della capanna, rivelando l’uomo che vi abitava. Era sicuramente anziano, sembrava consapevole della sua saggezza, tuttavia l’aspetto stravolto lo faceva somigliare a un essere abitante dei peggiori incubi.

Mi ordinò di arrendermi altrimenti avrei provato il suo potere distruttivo, intanto mi fissava con sguardo arcigno di un insolito colorito disumano. Il vento si alzò nuovamente imperioso, lasciandoci tutti attoniti. Quando cessò, al mio fianco comparve Ailis come se la sua essenza potesse essere trasportata da esso. Avrebbe affrontato lei il vecchio davanti a noi. Successivamente sciolse la benda intrecciata tra i suoi fluenti e folti capelli, rivelò i suoi occhi dalle iridi scure paragonabili a quei misteriosi pozzi bui che sin da bambino destavano la mia immaginazione, desideroso di conoscerne gli inestimabili tesori celati nelle profondità. Lei scomparve assieme al mostro in un’altra folata di vento, mentre delle neri nubi minacciose si abbatterono su Oltrave. Finalmente io e il reggente eravamo soli.

Non avevamo altra scelta se non combattere, forse perché non eravamo in grado di discutere civilmente, oppure ci odiavamo per la nostra assoluta diversità etica e morale. Non era lo scontro  per aggiudicarci la fanciulla in cui qualche arbitro avrebbe annunciato il vincitore nel momento in cui un contendente stava per essere sopraffatto dalla mano dell’altro, anzi sorella, o figlia che fosse, era solo un pretesto per scatenare il nostro rancore reciproco. Sapevamo perfettamente che qualcuno di noi sarebbe morto, ma le conseguenze facevano parte di un futuro troppo remoto perché potessero toccarci in quel momento. Il temporale infuriava su di noi, i suoi colpi cominciarono a perdere forza tanto da permettermi di metterlo alle strette, non sentivo mancarmi l’energia, al contrario la mia rabbia mi permise di non stancarmi finché la volontà mi avrebbe permesso. Se quella era la forza del rancore, potevo servirmene per difendere ancora meglio il mio feudo e permettergli di prosperare negli anni avvenire.

Colpii così poderosamente l’arma del mio avversario che essa si proiettò a terra, mentre egli cadde addosso ai merli della torre. Gli chiesi per l’ultima volta dove fosse mia sorella, riuscivo a vedere il suo viso non ancora rassegnato tra i lampi che si riflettevano sulla lama della mia spada. Finalmente me ne rivelò l’ubicazione nel nascondiglio dei sotterranei del forte, poi mi provocò intimandomi di ucciderlo. In quell’istante ero sufficientemente calmo da permettermi di recuperare il lume della ragione e decisi di risparmiarlo. Egli aveva lasciato morire di fame troppe persone e io non volevo essere paragonato a un omicida come lui. Lo presi prigioniero fino a quando non avessi trovato mia sorella.

Mentre scendevamo le scale pericolanti della torre il reggente non smetteva di dare aria alla bocca affermando che dovevo essergli grato per come ero maturato grazie alla sua influenza. Mi aveva insegnato a essere un vero cavaliere, a parer suo. Tuttavia ero invece convinto che egli avesse danneggiato gravemente il mio modo di pensare, riflettere e rapportarmi con il resto del mondo.

 

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