La Gravità del Circoscritto

Di Lorenzo Bergamini

 

Strapparsi, sgretolarsi, logorarsi fino a snaturarsi, mantenendo un sé che si accascia, sfinito, sulle spalle dell’altro.

 

Le persone possono fratturarsi e, come loro, le relazioni che queste creano e consolidano. Ci auguriamo sempre che non arrivi per noi il momento di gestire la frattura, ma così facendo ci precludiamo i frammenti di vita che questa lascia trapelare.

Twerski racconta che l’aragosta, crescendo, è costretta a cambiare il proprio guscio per sopravvivere, trovandosi ad essere compressa, schiacciata, da esso; il cambiamento dell’aragosta deriva da una situazione di disagio, dal sentirsi soffocare da qualcosa che non si sa come affrontare se non attraverso una rottura, che coincide con la perdita della propria casa e la conseguente ricerca di un nuovo posto da battezzare come tale. Rimane senza armi, senza la corazza che fino a quel momento l’aveva sostenuta e protetta, costretta a trovare al più presto una soluzione per restare in vita. La frattura del guscio che potrebbe causarne la morte, si trasforma in un meccanismo capace di salvarle la vita: senza di esso, infatti, si renderebbe vittima della sua inadeguatezza, restando intrappolata in quest’ultima.

L’aragosta ha adottato una strategia di sopravvivenza che prevede il cambiamento. Ma come si può gestire il cambiamento quando ciò che ci opprime non consiste in una sofferenza fisica? Cosa significa “adattarsi al cambiamento” quando questo non ci tocca esclusivamente, ma comprende anche la persona che sentiamo di amare? Occorre crescere, insieme. L’arte del crescere sta nel non snaturarsi per rendersi più simile al modo di essere dell’altro; ciò significherebbe rinunciare alla propria parte di autonomia, cadendo passivamente verso l’altro, delegandogli la singolare fragilità che contraddistingue ognuno di noi.

Le relazioni sono un luogo in cui la drasticità non può trovare dimora: se ci si affida totalmente a chi si ama si rischia di rimare in balia del suo punto di vista, vivendo come a voler impersonare il riflesso dell’altro, con la conseguenza di diventare estranei al proprio mondo, morendo a se stessi. Se, al contrario, la tendenza è quella di giudicare chi ci affianca non come qualcuno, ma come qualcosa, da porre arbitrariamente in secondo piano rispetto a sé, la relazione convergerà sempre verso il polo dominante, causando un’unilateralità incapace di adattarsi alla natura della parte più debole. La soluzione per sfuggire a questo estremismo credo la si possa trovare nel venirsi incontro, adeguandosi in parte all’altro, condividendo il peso che l’evoluzione del rapporto porta con sé.

Questo onere, che poggia sulle spalle della relazione, può essere ridimensionato solo se condiviso.

Occorre lasciare spazio e crearlo a propria volta: mantenere individualità, lasciando che anche quella dell’altro si manifesti e maturi; è necessario intersecarsi, mettendo in comunione la metà di se stessi che si sente coincidere con chi si ha a fianco, conservando, però, quell’unicità che contraddistingue la parte isolata dell’intersezione, quella composta dalla sezione del proprio carattere che permette di non perdersi nella personalità dell’altro. Ogni relazione si regola in base a principi che essa stessa genera e lascia trapelare nel tempo, che si vanno via via consolidando secondo l’esperienza che si fa dell’altro e della sua personale storia; è proprio quest’esperienza che rende capaci di allinearsi con chi si ha a fianco.

Nonostante quanto scritto fin ora sono convinto che per educare una relazione riescano ad esistere solo linee guida molto generali e plasmabili intorno al caso; è difficoltoso, se non impossibile, concepire teoremi in grado di dominare l’amore: esso è l’unico sentimento che più viene regolamentato e schematizzato più appassisce, correndo il rischio di ridursi ad un atto premeditato e meccanico che teme costantemente di sfociare in una routine emotiva. L’amore va coltivato e rigenerato ogni volta, ci si deve adeguare alla sua mutevolezza, al suo essere irrequieto e alla sua fame di stabilità, che cozza inevitabilmente con la sua voglia di novità. La tenerezza e l’attrazione che il legame è capace di originare trovano spazio per crescere se ospitate, consolate, perdonate e utilizzate per accogliere la parte più intima e profonda di chi è suo attore.

Accettare il conflitto, rompere il disagio, identificarsi con la crisi ed includerla in sé, per superarla.

 

 

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