Neon – Introduzione

Da sempre dicevano che sarebbero arrivati i tempi bui, per l’economia, per l’amore, per l’umanità. Si sfama il popolo con la televisione, si consolano i bambini con le favole della buonanotte, quelle con un lieto fine, non si parla ai bambini di quello che succede fuori mentre viene loro raccontata una storia. Nessuno parla delle mille vite bruciate che si consumano come tizzoni ardenti ai bordi dei marciapiedi, forti della loro corazza impenetrabile di solitudine. Ai bambini nessuno dice che quando saranno grandi non avranno diritto alle storie, che per vivere le favole servono soldi, potere e fama. 

Non ho mai sentito parlare di qualcuno che preparasse i bambini alla crudeltà del mondo senza riempire loro la testa di lupi e cacciatori buoni. Solitamente nel mondo dei lampioni accesi – senza ombre – il cacciatore che uccide il lupo che sta per mangiarti lo fa solo perché vuole mangiarti a sua volta. Fra i viottoli bui è il sangue a comandare, il ferro caldo delle armi che esplodono colpi, il luccichio di una lama, gli strass di una passeggiatrice solitaria; ma nelle case con le porte blindate chiuse, le tapparelle abbassate e le luci accese, il mondo è diverso. La bruttura passa attraverso i telegiornali, le rivolte sono in rete, il tempo del passato nei libri. Nelle case sicure nessuno si preoccupa del domani, della concreta possibilità di un domani, perché tale è l’abbondanza da sopprimere con la totale soddisfazione di bisogni primari tutto ciò che rende l’uomo animale, percettivo. È comodo adagiarci sui nostri letti, protetti da un sottile strato di lenzuola pulite, le narici colme del profumo della vittoria, della felicità apparente, quando la vera rivolta è cadere sull’asfalto e morderlo, in un climax inutile di alienazione, di “adesso basta” e urla nei megafoni, perché i polmoni non bastano. Non è rivoluzione quella degli intellettuali, con le mani sulle tastiere dei computer e i fogli bianchi che piangono lacrime di inchiostro.  L’uomo baratta la riflessione per la serenità e relega il cervello nel ripostiglio per l’apatico benessere borghese. A cosa va incontro l’uomo-bestia di oggi, quello che brama di sentire l’erba sotto i piedi e trova solo cemento a graffiargli la pelle? Cosa cerca l’uomo “moderno”, nel suo insistente lamentarsi, nel suo guaire canino e insoddisfatto dall’eccessiva soddisfazione?

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