Elle

Di Arianna Miazzo

 

“Non è che la gente scappa così, per caso,” mi sono detto, mentre quella bella signora correva sul marciapiede seccato dal tempo, “le persone normali preferiscono aspettare che le paure se ne vadano. I bambini nascondono la testa sotto le coperte, sperando che il mostro che vive sotto di esse non li veda, come se un sottile strato di lenzuola li possa salvare dall’Apocalisse, quindi, perché quella bella signora continua a correre?” ma la signora continuava a correre e più urlava, più mi sembrava di non capire.

Perché correva e urlava come se fosse inseguita dalla Morte in persona? Mi immaginai la falce, la tunica nera con l’ampio cappuccio a nascondere il volto. Mi chiesi come mi sarebbe stato, mi sarebbe donato? Forse era così. Dovevo riuscire a procurarmene uno.

Non ero ben conscio delle azioni che stavo compiendo, ma la donna si allontanava sempre di più, continuando quella sua folle fuga senza meta. Sentivo solamente che volevo che smettesse di urlare, il suono acuto mi feriva le orecchie, lanciava un segnale d’allarme al mio povero cervello stanco, che si contorceva come un pesce nella rete. All’improvviso la donna non mi sembrava più così lontana, ma forse era una mera allucinazione, perché appena mi rimisi a pensare a come mi sarebbe stata bene la tunica nera della Morte, anche solo il pensiero della donna in fuga mi sembrarono prospettive così lontane dalla realtà, che non riuscii a non perderle per strada. Mi sentivo come un vecchio bambino al centro del mondo, stupito di vedere ciò per cui la gente normale ormai non si stupiva più.

C’era quella foglia, così rossa. Come poteva la mia testa definire quella foglia “rossa”? Non era rossa, era ramata, con sfumature tendenti al sangue, in certi punti era di un ciliegia così vivido che sembrava essere stata dipinta. Ma quella foglia non era stata dipinta, tutto ciò che si vedeva intorno era opera di una natura che andava lentamente distruggendosi.

Come una balena enorme che giace ferita sul fondo del mare, la natura urlava dal baratro, chiamando aiuto, perché aveva bisogno d’ossigeno. Bisogno d’ossigeno. Non aveva bisogno d’altro.

Respirai, la mia testa si gonfiò di pensieri, le mie membra riacquistarono forza. Sentii un brivido scivolarmi sulla pelle, mentre tremavo leggermente, scosso dai sensi. Nessuno voleva aiutare la natura. Nemmeno io, la temevo, mi spaventava con le sue infinite combinazioni, i suoi poteri, inimmaginabilmente insondabili.

“Non puoi scappare da una cosa come la natura, nemmeno correndo veloce come quella diavolo di signora.” pensavo, pensavo e pensavo, ma era come se non fossi più in me, continuavo a trovare buchi nella mente, finivo in pensieri e facevo collegamenti che io stesso stentavo a capire.

La signora non urlava più, meglio così.

“Si sarà stancata di correre, quella vecchia pazza.”

Divisi la testa in tre parti; una pensava alla falce, una canticchiava una marcetta da parata e l’altra parte… Non la trovavo, non riuscivo a controllarla.

Scivolava come insaponata ai miei comandi, viscida come le squame di un serpente. Non riuscivo a decidere, in quella parte di cervello c’era una specie di festa privata, tante ragazze, tutte belle, tutte così irrimediabilmente… blu.

Non capivo, come potevano essere quelle fantastiche bellezze di un colore così freddo e traumatico? Le vedevo in fila, diapositive in un Power Point controllato da qualcuno che non conoscevo e che sentivo non avrei mai conosciuto.

Incrociai gli occhi: “Forse se mi sforzo riesco a vedere con un occhio nell’altro cosa sta succedendo nella mia testa. Gli invitati alla festa sembrano agitati, non vorrei che rompessero qualcosa, che ne direbbe poi il padrone di casa?” risi, “Il padrone di casa sono io.”

Risi ancora, più forte, più veloce, finché la mia risata divenne un grido, maligno, spaventosamente prolungato. Avevo voglia di fare una capriola, ma sapevo di non esserne capace, quindi strinsi i denti e cercai di girare su me stesso abbastanza velocemente da sentirmi come se avessi fatto una capriola.

Una volta avevo visto una bambina fare una capriola quand’ero più piccolo. Le avevo sorriso, volevo che mi insegnasse, ma lei scappava e urlava come quella diavolo di signora e dopo un po’ era diventata blu. Era stata la prima a diventare di quel colore, ora che ci riflettevo.

Rimbalzavo dentro me, come un bambino cieco in un parco-giochi pieno di colori. Non riuscivo a vedere nulla della bellezza di quel luogo, ma il fatto stesso che ci fosse mi dava una serenità che non ritenevo possibile. Avrei accarezzato le altalene, mentre le mie orecchie avrebbero registrato velocemente le risate, gli strilletti che caratterizzano una frotta di bambini felici.

Sono stato un bambino felice, lo sono ancora, non un bambino, felice intendo. Non ho mai capito cosa volessero gli adulti da me, quand’ero più piccolo continuavano a cercarmi, a chiedersi preoccupati a mezza voce delucidazioni sul mio futuro. Avevo conosciuto tante persone, tanti medici, tanti che a pensarci meglio era stato come non conoscerli.

La maggior parte di loro erano noiosi e mi guardavano svogliati, sciorinando parole a stormi, che tutte insieme, compattate, si avvicinavano ai miei genitori, graffiando i loro sogni.

Cambiavano gli orpelli, ma il succo del discorso rimaneva inesorabilmente sempre quello:
“Schizofrenia, rabbia repressa, forma rarissima di mancanza di autocontrollo. Suo figlio fa le cose senza accorgersene, è pericoloso, tenetelo distante dai bambini della sua età, nessuno in casa, deve stare tranquillo.”

Quale rabbia repressa poi, solo i medici lo sanno. Ero il bambino più felice del mondo, finché non ho scoperto che non sapevo fare le capriole.

Quella bambina bastarda non mi aveva insegnato, lei mi aveva promesso che avrebbe provato a insegnarmi, invece mi erano arrivate indietro solo prese in giro per i miei limiti, per i miei sogni.

Non so nemmeno come si chiamasse, ma dopotutto, era importante?

Pochi minuti e la bambina aveva smesso di prendermi in giro. La aiutavo a fare le capriole, ora le venivano molto meglio, più strane, disarticolate, ma meglio.

Piegava la testa in un modo che pensavo non fosse possibile, ci provavo davanti allo specchio, ma mi riusciva difficile. Mi ricordo che una volta, provandoci, mi si è mozzato il respiro.

Da lì ho imparato che l’ossigeno è la cosa più bella e importante al mondo, ma una parte di me lo sapeva già, perché mentre osservavo il mio viso arrossarsi nello specchio, una voce dentro me urlava: “Respira, respira!”

Non volevo ascoltare la voce, ero troppo curioso di ciò che c’era dopo, ma non riuscii a resistere. Il bisogno d’ossigeno era troppo forte, come per l’uccello il bisogno di volare.

Avevo portato la bambina a casa con me, aveva fatto capriole per tutta la strada. Le avevo detto che poteva fermarsi e camminare, tanto non riuscivo a imparare ed era quasi ora di cena, se si fosse fermata a dormire a casa mia avremmo provato la mattina seguente, ma non mi ascoltava.

Appena arrivati a casa, la mamma mi aveva sgridato. Aveva detto che non potevo portare altri bambini a casa, il medico non voleva, poteva fare male alla mia salute, rischiavo di ammalarmi.

Così ho provato il tutto per tutto, le ho presentato la bambina, pensavo che davanti a quelle treccioline biondo grano si sarebbe intenerita e non mi sbagliavo; appena vide la bambina con me, (quella stupida continuava a fare capriole giù dalle scale) fece una faccia orribile, ma si calmò subito, mentre le guance rosse che la contraddistinguevano perdevano colore. Mi disse di prendere la mia amica e portarla dentro, sarebbe rimasta a dormire con noi. Rincorsi la bambina per le scale, continuava a scendere e scivolare, le avevo detto che poteva restare, ma voleva tornare a casa a tutti i costi.

Alla fine mia madre scese le scale di corsa, prese la bambina fra le braccia con una smorfia di disgusto e la portò oltre la soglia, richiudendola velocemente.

Ero seduto sul divano in soggiorno, la mia amica sulla poltrona davanti a me, sulle ginocchia un piatto pieno di deliziosi biscotti. La guardavo sorridendo e lei mi guardava a sua volta, facendomi una linguaccia, la bocca aperta completamente, come se non riuscisse a tenere alzata la mascella.

Le dissi di mangiare un biscotto, li aveva fatti la mamma, erano buonissimi, ma non mi ascoltava. Così decisi di aiutarla, gliene misi uno sulla lingua e le chiesi se riusciva a masticare da sola. Perché non rispondeva mai, quella bambina dispettosa? Le chiusi la bocca, facendole masticare il biscotto, finché non fu un bolo ben sminuzzato. Spinsi il tutto verso la gola e mi sembrò di sentire un verso di soddisfazione, quando il fu biscotto scivolò verso l’interno del suo corpo. Gliel’avevo detto, erano i biscotti che aveva fatto mamma, erano buonissimi.

Quando la mamma tornò dallo studio di papà, aveva i lineamenti tirati dalla preoccupazione.

«I genitori della tua amica hanno detto che non si può fermare, domani devono partire la mattina presto per andare a casa della nonna in campagna.» disse, la bocca che si apriva appena per pronunciare le parole.

«Ma io voglio che mi faccia compagnia, non mi ha ancora insegnato a fare le capriole!» urlai, pestando i piedi per terra, com’è tipico dei bambini.

«Mi dispiace, Leonardo, non puoi avere tutto ciò che vuoi!» rispose la mamma, incrociando le braccia, tornando in un attimo alla pseudo-normalità.

Sorrisi, annuii, come se volessi darle ragione, ma intanto la mia testa era di tutt’altro avviso. Galoppava infuriata, come un cavallo appena marchiato a fuoco. Andai in camera mia, mentre la mamma tirava un sospiro di sollievo. Non avrei avuto la mia amichetta, non avrei imparato a fare le capriole, ma non importava, potevo divertirmi in mille altri modi.

Presi dall’armadio la scatola di un puzzle, rovesciai tutti i pezzi sul pavimento e iniziai a comporlo. L’immagine rappresentava la foto di un gatto seduto su un davanzale, ma ogni volta che aggiungevo un pezzo, l’immagine della bambina blu si formava nella mia testa, sempre più vivida.

Quando il puzzle fu finito, buttai la scatola fuori dalla finestra e lo nascosi sotto il letto. Non avevo voglia di pensare alla bambina, ma la mia mente non voleva obbedirmi. Era come se in un attimo tutto quello in cui avevo sperato fosse scomparso.

Ma dopotutto, perché avrebbe dovuto interessarmi quella patetica bimbetta? Non avevamo nulla in comune, era antipatica e non mi voleva spiegare come fare le capriole. Cosa mi importava se doveva partire per andare a trovare quella sua cavolo di nonna contadina? Inutile e patetica pure lei, alla fine era una perdita di tempo totale. Dovevo togliermela dalla testa, l’avevo capito da molto tempo che quando la mamma si metteva in testa qualcosa, non c’era verso di farle cambiare idea. Lei aveva la supremazia, l’aveva sempre avuta. In casa nostra era lei ad avere il comando su tutto. La porta si aprì e si chiuse, papà era tornato a casa.

Iniziano a litigare, nulla di nuovo, fino qui. Urla, quelle di mamma sovrastano la voce di papà.

Mi sdraio a letto, fissando le stelline luminose appiccicate sul soffitto, mentre dalle labbra lascio filtrare a mezza voce una ninna nanna che mi sono inventato, su cui mi concentro abbastanza da cancellare tutto il resto. Non ci sono più le urla di mamma e papà, tutto è diventato luminoso, la bambina è in centro a questo spazio. Balla sulle mie note. Mi viene voglia di cantare più forte, i miei pensieri sono trafitti continuamente dalle voci dei miei genitori.

«Dovevamo sbarazzarcene! Rinchiuderlo in una clinica e buttare la chiave!» urlava papà.

«Come puoi dire una cosa del genere?! È tuo figlio, se pensi veramente una cosa del genere sei solo un lurido bastardo!» rispose mamma, la voce isterica che sfiorava gli ultrasuoni.

Sapevo che stavano parlando di me, ma non c’era nulla di particolare nelle loro litigate, tranne forse per la pesantezza del discorso. Papà non aveva mai osato dire una cosa del genere, non potevo immaginare come l’avrebbe presa la mamma.

Mi avvicinai alla porta, i piedini scalzi che facevano “schiaf schiaf” sul pavimento. Chiusi un occhio, osservando il soggiorno dal buco della serratura, cercando di non fare rumore.

Mamma aveva un lungo coltello in mano, gli occhi colmi di dolore e lacrime, le pupille dilatate. Aveva le mani tremanti, ma la minaccia di papà incombente su di lei era peggio della paura di uccidere. Alzò il coltello, ma papà le prese la mano, torcendole il braccio e lei lasciò cadere la lama a terra.

Ritrassi l’occhio, chiudendoli entrambi. Le urla della mamma erano più forti di prima, sapevo che lei stava cercando di allontanare papà, senza nessun risultato.

Mi infilai sotto le coperte, mentre la mia testa urlava quella maledetta ninna nanna, come se volesse farmi esplodere il cervello. Chiusi gli occhi a forza, forse mi sarebbero caduti.

Nonostante tutto il dolore, non riuscivo a distogliere i miei pensieri dalla bambina bionda. I suoi capelli colore della stoppa mi perseguitavano, come quegli occhi da cerbiatto, grandi e curiosi.

Non riuscivo a capire cos’avevo fatto, ma per la prima volta in vita mia, appena sulle soglie del sonno, sentii in bocca il sapore amaro della paura.

La ragazza non correva più, era scomparsa. O forse correva ancora, anche se non riuscivo a vederla.

Era come se fossi sprofondato nella mia bolla di oblio per chissà quanto tempo, lasciandola fuggire del tutto, come se di lei non mi importasse nulla. Alla fine era così, se ci pensavo. Di lei non mi importava nulla, come non mi importava nulla del resto.

Pensavo di averla persa, ma mi sbagliavo. Alla prima occhiata che mi diedi intorno, notai subito la figura della signora, blu come tutte, buttata in un angolo del vicolo cieco in cui l’avevo inchiodata. Non ricordavo nulla, non pensavo di aver fatto seriamente quello che nel mio cervello vagava come codazzo di un sogno ricorrente che la mia mente non riusciva in nessun modo a mettere a fuoco. La signora che spingeva la schiena contro il muro in preda al panico, le mie mani sul suo collo, il rumore secco della colonna vertebrale spezzata. Poi il silenzio: nessun urlo a mettermi scompiglio nei pensieri, anche le unghie ben curate e smaltate di rosso cremisi avevano smesso di graffiarmi. Guardai quelle unghie, mi ricordavano la foglia rossa che avevo notato prima, avevano in comune la stessa bellezza di colore, ma se nella prima c’era natura, in quelle unghie non vedevo altro che una lurida bambina che mi aveva negato un favore. E ancora oggi non sapevo fare le capriole.

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