Quanto valgono dieci anni?

Di Lejla Coloman

 

Quanto valgono dieci anni?

Me lo chiedo dal giorno del mio ventunesimo compleanno, quando capii di aver trascorso più di metà della mia vita senza di lei. Finora non ho capito se dieci anni siano tanti in realtà, oppure pochi, oppure abbastanza.

Pensandoci bene tutto il secolo scorso è stato suddiviso in decenni, ognuno caratterizzato da un certo movimento o ideologia. È straordinario pensare quanto in dieci anni le cose possano cambiare: dalla tecnologia che caratterizza e semplifica la vita di tutti i giorni, fino ad arrivare al modo di pensare – non solo del singolo individuo, ma di un’intera società. Quindi dieci anni dovrebbero rappresentare un lasso di tempo decisivo: una quantità di mesi, giorni e minuti unici, irripetibili ma necessari per la creazione di una nuova realtà, sempre mutevole.

Eppure a me non son bastati.

Di tutti quei mesi, giorni e minuti che abbiamo trascorso insieme pochi si sono rivelati così decisivi per me. Di più lo sono stati tutti quei momenti trascorsi separate, lontane e divise. Molto spesso mi chiedo come possa una persona così importante, con la quale ho coesistito per così a lungo, aver tracciato così pochi ricordi nella mia mente.

Ricordo quella gita al lago, quando caddi nell’acqua e iniziai a fare il bagno con le papere nonostante lei non volesse; ricordo quando prima di andare a dormire mi prendeva per mano e mi insegnava le preghiere; ricordo uno degli ultimi giorni in cui la vidi e la rassicurai sui compiti delle vacanze estive, “Li ho quasi finiti” fu l’ultima bugia che le dissi.

Questi sono parte dei pochi ricordi reali che ho con lei. Tutti gli altri sono ricostruzioni: collegamenti alle fotografie ormai ingiallite che ho continuato a guardare in tutti questi anni di assenza. Come quella foto in cui indossa una gonna gialla: la luce del sole entra dalla porta, sembrerebbe estate; lei prepara degli hamburger che probabilmente avremmo mangiato in giardino, sul tavolo bianco con l’ombrellone aperto. O come quell’altra, in cui ha la camicetta bianca e sta accanto a un albero che ha sulla corteccia delle macchie strane, quasi come se avesse una faccia.

E sebbene ricordi perfettamente il suo aspetto, i suoi capelli scuri un po’ mossi e i suoi occhi castani, che rivedo ogni mattina quando mi guardo nello specchio, la verità è che anche di lei ricordo poco e solo in rare occasioni. Per esempio, ricordo il suo profumo quando mia sorella si passa il rossetto sulle labbra, come faceva lei. Ricordo la sua gentilezza nei piccoli gesti che gli estranei mi dedicano, come quella volta che un signore mi ha seguito per tutto il binario in stazione per restituirmi il biglietto che mi era scappato dalla tasca. Ricordo la sua bravura con ago e filo ogni volta che ho un bottone da sistemare e mi pento, anzi, mi sgrido per non aver mai voluto imparare da lei.

L’unica cosa che in tutti questi anni non son riuscita mai a ricordare è la sua voce. È come se tutto ciò che lei mi abbia detto sia stato spazzato via dalla mia mente e abbia lasciato spazio a tanti altri rumori, a tante frasi e parole che mi fanno ancora star male e che preferirei non poter ricordare.

 

A volte la notte la sogno: mi prende le mani e mi fa ripetere dopo di lei le preghiere.

Nel sogno sento la sua voce scandire tutte le parole, parlando con calma e dolcezza.

Quando mi sveglio ricordo solo l’ultima frase che esce dalle mie labbra.

 

 

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