Elogio ai dentisti

di Giulia Bozza

 

Non so se proprio tutti tutti i dentisti se ne meritino uno, ma il mio un poco sì.
Ho appuntamento alle 19, chiamo un paio d’ore prima per avvisare che probabilmente tarderò di dieci, quindici minuti, perché ho delle faccende da terminare assolutamente nel pomeriggio. «Nun te preoccupa’», mi dice. «Tanto so’ sempre tardi pure io». E difatti è così, lui è uno di quelli a cui le tabelle di marcia stanno strette, mai una volta che l’appuntamento alle 16 sia davvero alle 16, e non alle 16.45, o addirittura alle 17.20. Pensate che c’è un orologio digitale nel suo studio, al quale lui ha aggiunto una scritta a pennarello sopra il display: “Non ti fidare”. Non ho ancora capito se non bisogna fidarsi di quell’arnese, o proprio del tempo cronologico, che evidentemente prende una curva molto diversa da quella che percepiamo. Forse – siccome l’orologio si trova davanti alla poltrona – vuole solo rassicurare i pazienti frettolosi che il mestiere del dentista non rispetta sempre le scadenze al minuto: può sempre succede che arrivi il bambino che vuole dare un disegno al dottore, e lui allora perde tempo ad appenderlo sopra lo stereo. Oppure, capita la tizia terrorizzata dai trapani che tiene la bocca chiusa per cinque, dieci minuti, e lui a cercare di convincerla con pazienza che non le farà male.
Io ormai lo conosco e non me la prendo, mi porto sempre appresso un romanzo da leggere e trascorro l’attesa così, tra le rassicuranti pareti verdi della sala d’aspetto. Un rituale che non si è mai interrotto dai nostri primi incontri, quando avevo nove anni ed entravo con il mio caschetto di capelli neri e un libro di Geronimo Stilton sottobraccio; ancora adesso, lo vedo sorridere quando intravede un volume sbucare dalla mia borsa. Mi chiede sempre cosa ho lì, e se mi piace; da lui ho letto pagine di Stephen King, Tolstoj, Houellebeck, Babel’, Bianca Pitzorno, Roald Dahl. «Mi raccomando, continua a studiare».
Il mio dentista è romano romano, trapiantato ormai da una trentina d’anni in Veneto. Non ha mai perso (per fortuna) l’accento, né lo spirito. Con mia madre parla di orto, le chiede cosa pianterà quest’anno, se secondo lei i pomodori avranno abbastanza sole per crescere belli succosi, se gli asparagi sono venuti su bene o se le piogge li hanno sciupati. Con me una volta parlava di scuola, di educazione, adesso parla di quale futuro aspetta noi giovani dietro la porta. Lui non è ottimista, ma alla fine mi dà sempre un buffetto e mi dice «Guarda, rimboccati le maniche e vedrai che i frutti arriveranno». Si infila mascherina e guanti con la musica alla radio che suona dietro di noi qualche canzone degli anni Settanta, come quella che ho postato qui sotto. La sua assistente è ceca, parla l’italiano benissimo e ha due occhi azzurri e caldi, da mamma, è lei che mi rassicura quando tirano fuori qualche arnese strano per curarmi le carie. A lei le canzoni di Radio Sorriso non piacciono, ma non dice mai niente a riguardo, e il dottore continua a lavorare canticchiandole sottovoce. Forse rimpiange quegli anni, ma non gliel’ho mai chiesto.

 

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