Recensione “Le cronache dell’assassino del re” di Patrick Rothfuss

Di Davide Apolloni

Le cronache dell’assassino del re è una trilogia fantasy scritta dall’autore americano Patrick Rothfuss. Fino a oggi sono usciti i primi due volumi della saga, Il nome del vento e La paura del saggio, mentre non si conosce ancora una data precisa per la pubblicazione del terzo e ultimo volume, Le porte di pietra. Recentemente, la casa editrice Mondadori ha rilanciato il primo volume, Il nome del vento, dopo che la casa editrice Fanucci aveva smesso di stamparlo, quindi questa mi è sembrata un’ottima occasione per scrivere una recensione al fine di avvicinare più persone possibili alla lettura di questa saga che, in mia opinione, merita davvero tanto.

I nomi sono importanti, dicono molto a proposito di una persona. Ho avuto più nomi di quanto ognuno avrebbe diritto.

I nomi sono una delle chiavi attorno alle quali si sviluppa la saga, a tal punto che lo stesso protagonista, Kvothe, musicista, arcanista e viaggiatore, dopo aver passato una vita più che avventurosa, decide di cambiare il suo nome in Kote, e diventare così l’anonimo proprietario di una locanda, la Pietra Miliare, in cui condurre una vita tranquilla e, all’apparenza, insignificante. È in questo contesto che giunge Cronista, uno storico che viaggia raccogliendo notizie sui personaggi più influenti del periodo. Kote, nel gestire la sua locanda, è aiutato da un ragazzo di nome Bast, figura enigmatica attorno alla quale il lettore potrà sviluppare innumerevoli teorie circa la sua identità e la sua storia.
La narrazione, dunque, si alterna su due piani. Abbiamo una narrazione in prima persona che Kote riporta ai suoi ascoltatori Cronista e Bast e un racconto in terza persona che narra le vicende che si svolgono all’interno della locanda del protagonista, Kote, un tempo famoso eroe e costretto ora a celare la sua fama nascondendosi in un villaggio, per perdere la sua leggendaria identità e non fare altro che aspettare la morte.

Era di nuovo notte. La locanda della Pietra Miliare era in silenzio […]. Era un silenzio profondo e vasto come la fine dell’autunno. Era pesante come una grossa pietra levigata dal fiume. Era il paziente suono di fiori recisi, di un uomo che sta aspettando di morire.

Mi sento in dovere di avvisare chiunque stesse leggendo questa recensione che il resoconto della trama che sta per iniziare contiene, nonostante abbia cercando di ridurli, alcuni spoiler, per cui, se non volete rovinare la lettura di questa bellissima saga, è consigliabile saltare la parte seguente contenuta nel riquadro.


La storia che Kote narra ai suoi ascoltatori, essendo appunto un’autobiografia estremamente dettagliata, inizia dai primi anni di vita del giovane Kvothe. Si capisce così che il protagonista, talentuoso e capace in tutto ciò che fa, dotato di un’intelligenza fuori dal normale, appartiene alla famiglia degli Edema Ruh, nomadi che si spostano di villaggio in villaggio allestendo rappresentazioni e spettacoli teatrali.
In seguito alla misteriosa morte della sua famiglia e di tutti suoi compagni di viaggio, tuttavia, Kvothe è costretto a trascorrere alcuni anni di vita come un trovatello, una sorta di Oliver Twist, obbligato a rubare per sopravvivere.
In questa parte della storia, per la mia personale esperienza, devo sottolineare che il lettore soffre assieme al personaggio; sembra che al povero Kvothe non ne vada bene una.
Le cose, tuttavia, cambiano quando Kvothe riesce ad accedere all’Accademia, con lo scopo principale di studiare e raccogliere informazioni per far luce sulla morte della carovana con cui viaggiava in gioventù, probabilmente causata dai Chandrian, creature mitologiche delle quali chiunque non riconosceva l’esistenza. Sembra infatti che il padre di Kvothe, scrivendo una canzone sui Chandrian, abbia attirato su di sé la loro ira, che ha portato al conseguente assassinio dei membri della carovana.
Presso l’Accademia, Kvothe apprenderà l’arte della magia, conoscendo poi amici fidati, fastidiosi nemici, primi amori e vivendo esperienze in compagnia di autorevoli, scomodi e folli professori, il tutto affinando la sua straordinaria abilità di liutista, caratteristica che andrà a contraddistinguere notevolmente il protagonista nel corso della narrazione, condizionando anche alcune sue scelte e decisioni.
Sarà poi con queste prime esperienze che Kvothe inizierà quel viaggio che lo renderà noto con l’appellativo di “assassino del re”, servendo addirittura presso il palazzo di un importante Maer, e svelando il fallito tentativo di un assassino grazie alla sua straordinaria intelligenza e attenzione per i dettagli. Si vedranno così la storia e le prime gesta di questo eroe che, viaggiando di città in città, entrerà in contatto con diverse culture, apprendendo nuove tecniche di combattimento e differenti stili di vita, fino a entrare in luoghi mistici nei quali riceverà utili doni e dormirà in compagnia di creature divine. È anche grazie a queste prime esperienze che Kvothe inizierà a essere conosciuto ovunque e, frequentando locande nelle quali si narravano storie su di lui, si renderà conto che sta diventando uno di quei classici eroi che popolavano tutte le storie e le leggende folcloristiche.

Ho sottratto principesse a re dormienti nei tumuli. Ho ridotto in cenere la città di Trebon. Ho passato la notte con Felurian e me ne sono andato sia con la vita, sia con la sanità mentale. Sono stato espulso dall’Accademia a un’età inferiore a quella in cui la maggior parte della gente viene ammessa. Ho percorso alla luce della luna sentieri di cui altri temono di parlare durante il giorno. Ho parlato a dèi, amato donne e scritto canzoni che fanno commuovere i menestrelli. Potresti aver sentito parlare di me.



Le cronache dell’assassino del re
non è un fantasy come tutti. Personalmente, lo consiglierei a chiunque, in primis ai lettori abituali di fantasy, ma anche a chi vuole avvicinarsi a questo genere, dato che l’opera di Rothfuss si può definire un fantasy “realistico”. Generalmente, quando si pensa a un romanzo fantasy, la prima cosa che viene in mente è la classica ambientazione magica, popolata da creature fantastiche come elfi, nani, stregoni e altro. Patrick Rothfuss, invece, è riuscito a narrare qualcosa di differente, in cui la magia e il fantastico sono sì presenti, ma non sono di certo il punto cardine di tutte la storia. Non si tratta dunque del classico fantasy epico in cui valorosi eroi combattono per salvare i più deboli e bisognosi. La storia di Kvothe è epica, indubbiamente, ma include ogni aspetto della vita, dalle difficoltà alle soddisfazioni e dalle azioni sbagliate alle gesta eroiche. L’unica particolarità che bisogna sottolineare è che questo Kvothe appare come un personaggio incredibilmente dotato, forse un po’ troppo, è una specie di genio che riesce sempre e comunque a fare quello che vuole nel migliore dei modi, non senza sforzi e grande impegno, ovviamente. Kvothe è un eroe, ma non è idealizzato, è un eroe reale con i suoi difetti, i suoi vizi, i suoi punti di forza e di debolezza.
Altra qualità da evidenziare è la caratterizzazione dei personaggi. Ogni personaggio ha una propria personalità e un proprio carattere che lo contraddistingue. Il tutto non si sviluppa sui classici ruoli stereotipati, e nel corso della lettura il lettore imparerà ad amare le scene con un determinato personaggio e a tremare quando starà per fare la sua comparsa un altro.

L’unica cosa che potrebbe spaventare qualcuno è il numero di pagine. Il primo libro conta infatti 800 pagine, mentre il secondo arriva a 1100. Ciò può apparire scomodo, pensando che Tolkien riuscì a scrivere la sua opera magna in sole 1200 pagine. Tuttavia, la lettura è incredibilmente scorrevole e vi garantisco che più leggerete più avrete voglia di sapere cosa succede dopo, per cui il numero di pagine è irrisorio.  Dunque, se volete leggere un nuovo fantasy che si propone di avere un grande futuro (sono già stati presi accordi per trasformare questa saga in una serie TV o in una serie di film) o se volete avvicinarvi a questo genere, iniziare a leggere l’opera di Patrick Rothfuss è la scelta giusta.

 

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