Carillon

Di Giovanni Mistroni

Il primo giorno era il nero.

Il nero è il terrore puro. Quel sentimento più forte di tutti gli altri, che li sommerge e li spazza via. Il terrore era tutto il mio mondo. Fuori di esso non c’era nulla, se non altro terrore. Il terrore iniziò quando passai i cancelli della Risiera. C’era una discesa e, ai lati, due mura altissime, tanto che molti di noi si sono chiesti se Dio fosse più o meno alto di quelle mura. I cancelli della Risiera sono una bocca nera che ti inghiotte e ti trasporta nel nero del terrore. Altro non c’è. Terrore erano le mura sporche, le stanze strettissime, dove rinchiudevano per mesi i prigionieri, il camino alto che periodicamente fuma di un fumo nero. Terrore sono gli uomini e le donne, i compagni e i nazisti. Terrore sono i loro fucili, le loro pistole tedesche, i loro manganelli. Il primo giorno, la realtà si fuse in un solo, indistinto sentimento nero. Altro non ricordo, né altro non capivo.

Il secondo giorno era il rosso.

Il rosso è il sangue. Anche la bandiera della mia città è rossa di sangue. Si tratta del sangue di un martire cristiano. Certo, da un po’ Trieste è rossa di tutt’altro sangue. Il secondo giorno è il primo per me, quantomeno il primo che ho vissuto e che ricordi. Vollero farci capire subito cosa sarebbe stato di noi. Fecero l’appello, lasciandoci nudi in piedi per ore. E ogni dieci minuti chiamavano uno di noi. Quello doveva fare dieci passi avanti e aspettare. I più chiudevano gli occhi prima di partire e non li riaprivano mai più. Un loro boia teneva in mano un martello. Un martello normalissimo, di quelli che chiunque usa a casa per attaccare i chiodi. Ogni dieci minuti, quel boia massacrava un prigioniero col martello. Lo colpiva e colpiva e colpiva, finché quello non moriva. Il boia era un professionista, rimaneva impassibile mentre svolgeva il suo lavoro. E soprattutto era precisissimo. Le guardie SS tenevano un orologio rivolto verso noi, ma che il boia non poteva vedere. E ogni volta, immancabilmente, il boia ci metteva nove minuti a uccidere il prigioniero. Il decimo minuto rimaneva immobile, con lo sguardo verso l’ufficiale che doveva scegliere chi fosse il prossimo morto. Alla fine della giornata era chiaro a tutti noi. I nazisti erano geni della morte e noi eravamo completamente nelle loro mani.

Il terzo giorno era il marrone.

Il marrone è il sacchetto di tela, dove mi avevano lasciato tenere qualche oggetto. Avevo un paio di foto. I volti sorridenti erano sbiaditi sulla carta, ma ancora di più nella mia memoria. Le persone della mia vita erano scomparse, da quando ero entrato nella Risiera. Provavo a creare dei ricordi, ma le uniche immagini che riuscivo a figurarmi erano quelle sulle foto. La Risiera aveva cancellato il mio passato. La vita prima, gli affetti, le gioie, le difficoltà e i dolori non esistevano più. Mi restavano solo quelle foto, che sembravano sempre più di sconosciuti. Avevo, poi, un cucchiaio, che usavo come unica posata, per mangiare quello che ci davano. Non saprei descrivere il cibo, tanto era lontano da quello che comunemente si definirebbe commestibile. Poi c’era un pennino, anche se non avevo l’inchiostro. C’erano alcuni prigionieri che per qualche motivo venivano trattati con un certo riguardo. Pare che loro potessero scrivere lettere verso l’esterno. Io non ci pensavo nemmeno. Non contemplavo nemmeno l’idea di un esterno. In ogni caso, il pennino era là e magari sarebbe servito a qualcuno, prima o poi. Infine, c’era un piccolo carillon, che si chiudeva come un orologio a cipolla. Il carillon mi era stato donato quando ero ragazzo, da una giovane signorina. Credevo di ricordare che l’avessi amata molto, ma anche lei era scomparsa nella mia memoria. All’interno del carillon era inciso il suo nome, Terezija, e una data, 26 giugno 1921, Koper. Qualche dettaglio mi rimane, grazie al carillon. Terezija era slovena e conosceva pochissime parole in italiano. Provavo a insegnarle qualcosa, ma lei faticava a imparare. Koper, poi. Koper è Capodistria. Allora lavoravo là, nella fabbrica di un lontano parente. Mi ci ero trasferito per qualche mese, ma la nostalgia di Trieste mi aveva costretto a tornare. Più a fondo con i ricordi non riuscivo ad andare. Ma quantomeno, grazie al carillon, mi ero ricordato di Trieste e di quanto amassi la mia città. Pensai al cielo di Trieste e ai suoi tramonti sulle rive. Mi sembrarono incredibilmente vivi. Mi sembrò di rinascere.

Il quarto giorno era l’azzurro.

L’azzurro è il cielo di Trieste. Non avevo mai visto il cielo, da quando ero entrato nella Risiera. Negli stanzoni dove ci facevano stare non c’erano finestre e quando ci chiamavano fuori per l’appello non si poteva distrarsi nemmeno un secondo. Ci pensai mentre stavo seduto sul bordo del letto che condividevo con altri prigionieri. Tenevo in mano il carillon e ci giocherellavo. Improvvisamente entrò un soldato SS. Ci urlò più volte di uscire e di fare presto. Ci minacciò di ucciderci tutti e diede manganellate a chi gli stava vicino. Non capii bene cosa stesse succedendo. I prigionieri vicino a me iniziarono a spingermi e tutti premevano verso il portone. In pochi secondi mi trovai lontano dal mio letto. Avevo ancora il carillon in mano e non sapevo dove metterlo. Non volevo gettarlo a terra, era la cosa a cui tenevo di più. Decisi di nasconderlo in una piega dei pantaloni, che poteva funzionare come una tasca. Ci fecero uscire tutti nel cortile. Mentre marciavamo, provai ad alzare lo sguardo verso il cielo. Feci solo un rapidissimo movimento con gli occhi, ma non riuscii a superare le alte mura della Risiera. Ci fecero mettere in fila, come il secondo giorno, questa volta, però, non c’era l’orologio e nemmeno il boia. Probabilmente nessuno di noi sapeva cosa avessero pensato i nazisti per farci sprofondare ancora più nell’orrore. C’era silenzio. Una squadra di soldati armati stava sull’attenti di fronte a noi. Tra noi e loro, un ufficiale che non avevo mai visto prima. Ci guardò a lungo, con un’espressione grave negli occhi. Mi sembrò che non finisse mai di guardarci. Non avevo mai sentito un silenzio così profondo in vita mia. L’ufficiale si mosse e camminò lungo la nostra fila, guardandoci uno per uno. Passò anche davanti a me e per un secondo incrociai il suo sguardo. Continuò a camminare. Solo allora mi accorsi che il carillon stava scivolando fuori dalla tasca che avevo arrangiato. Mi pietrificai ancora di più. Non osavo muovermi per sistemarlo meglio. L’ufficiale arrivò in fondo alla fila, poi tornò nel mezzo, di fronte alla squadra di soldati. Rimase immobile. Tutti noi sapevamo che sarebbe successo qualcosa. Forse era solo un modo per farci provare una nuova gradazione di paura. Se anche fosse stato, ci stavano riuscendo. Poi, successe. Il carillon mi cadde, si aprì e iniziò a suonare. Nessuno capì cosa fosse successo, i primi istanti. Io non riuscivo a muovermi. Gli altri prigionieri si guardarono intorno, anche i soldati SS erano stupefatti. L’ufficiale sgranò gli occhi. Mosse la testa a destra e sinistra, poi camminò velocemente verso noi. Wem gehört die Spieldose?, urlò. Tutti rimasero zitti. Wem gehört die Spieldose?, ancora. Io chiusi gli occhi. Feci un respiro profondo e li riaprii. Die Spieldose!, urlava. Alzai la testa e vidi il cielo azzurro di Trieste. I miei muscoli si rilassarono. La Risiera era come scomparsa nella melodia del carillon. Wem. Gehört. Die. Spieldose?, ma io non lo sentivo più. Ero tranquillo come mai credevo sarei potuto essere. Non durò molto, però. I soldati SS ci misero poco a trovare il carillon caduto di fianco a me. Uno di loro lo distrusse con lo scarpone. Io quasi non mi accorsi che la musica si era fermata di colpo e che i soldati mi trascinavano via di peso.

La paura è un’emozione indecifrabile. Ci accompagna in tutta la nostra vita, cresce con noi e cambia con noi. Nessuno, però, pur convivendo anni con la paura, riesce a conoscerla davvero. Nessuno capisce da cosa nasca, né perché ci visiti. Ho avuto paura prima di dare il mio primo bacio a una ragazza, come ho avuto paura quando i nazisti mi hanno catturato. Come è possibile che due situazioni opposte scatenino la stessa emozione? La paura cambia, pur rimanendo sempre la stessa. La paura è gialla. Il giallo è un colore senza orientamento. I bambini amano il giallo, ne vedono il gioco e la luce. Gli stessi bambini, quando cresceranno arriveranno a odiarlo, dentro di sé. Un adulto prova repulsione per il colore giallo e non sa spiegarsi il perché. Così è la paura. I bambini la conoscono e ci convivono con semplicità. Gli adulti si sentono offesi dalla paura. E la reprimono e la trasformano in ansia, nervosismo, o qualunque altra emozione. Ciò che è immotivato, incomprensibile, ci infastidisce. Come la paura, o come il giallo.

Il quinto giorno era il giallo.

Il giallo è la paura. Mi avevano portato in una cella minuscola, dove dovevo stare rannicchiato, e non mi avevano detto nulla. Avevo paura. Il tempo passava, anche se non riuscivo a quantificarlo, ma la paura era costantemente in me. Non avevo paura di morire, né di quello che mi avrebbero fatto. Avevo paura e basta. Era la paura di sempre, quella che provavo quando cadevo in bici da bambino, ma anche quando Mussolini aveva pronunciato il discorso sulle leggi razziale dal balcone di Piazza Unità d’Italia. La solita, immutabile paura che mi aveva accompagnato per tutta la mia vita. Quella volta riuscii a riconoscerla per quello che era. Quando il carillon aveva suonato nel silenzio della Risiera, avevo capito che sarebbe finita per me. L’avevo accettato. Stavo per morire, tutto là, ma ero sereno. Provavo paura, ma non ero né spaventato, né nervoso. La sentivo in me e quasi mi faceva piacere, annunciava qualcosa di grande, di importante. Quello che importava è che fossi riuscito a dare un ultimo sguardo al cielo di Trieste, dove mi sarei trovato a breve. Sarei morto con la gioia nel cuore, sapendo che nel bilancio della mia vita, quegli ultimi giorni non avrebbero contato nulla. Dopo forse un paio di ore, la porta si aprì. C’erano dei soldati SS, che non dissero nulla. Io, rannicchiato a terra, alzai lo sguardo per incrociare i loro occhi. Uno si fece avanti ed estrasse una pistola. Io chiusi gli occhi e sorrisi piano. Il soldato mi puntò la pistola alla testa e sparò senza una parola. Morii sul colpo, ma dall’istante prima che il soldato premesse il grilletto, io già volavo libero nel cielo limpido di Trieste.

 

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