Una strana gita nel bosco

Di Alfredo Betocchi

 

Mi chiamo Leone e sono triestino, sono sposato con Anna. Stefania è la nostra adorabile bambina di otto anni. Una domenica mattina di gennaio decidiamo di andare nei boschi alle pendici del monte Ripido che sta oltre confine, in Slovenia. Montiamo in macchina e via, verso la sospirata mèta. La strada non è lunga e in un’ora raggiungiamo il bosco. Lasciata la macchina, ci avviamo a piedi verso l’interno. Le grida gioiose di Stefania fanno da contrappunto ai richiami di Anna che ha sempre paura di perderci e spesso chiama per controllare dove siamo. Dopo la centesima chiamata mi stanco e cerco di allontanarmi. Fatti una decina di passi verso sinistra, sento che la terra mi manca sotto i piedi. Cerco di afferrarmi ad alcune radici che spuntano da terra ma il precipizio è troppo ripido e non faccio in tempo. Rotolo per un tempo lunghissimo e batto la testa contro qualcosa di duro, forse una grossa pietra. Perdo i sensi. Le tempie mi pulsano dolorosamente e ho le ossa indolenzite. Meno male che indosso il cappotto sennò mi sarei rotto tutto. Mi sveglio. Apro lentamente gli occhi, ma un dolore lancinante mi attraversa il cervello. M’accorgo di essere sdraiato su un pagliericcio. Sento un respiro accanto a me: sarà Anna. Sussurro: “Anna, sto bene”. Nessuno risponde. Giro con cautela la testa e, con stupore, vedo accanto a me una bella ragazza con il capo coperto da un velo azzurro. Spalanco bene gli occhi e penso: “Sarà una volontaria della Croce Rossa Slovena.” Le sorrido. Lei non apre bocca. Ha gli occhi nerissimi e profondi. “Dov’è Anna? E la bambina?” le chiedo. La ragazza fa un timido cenno poi mi investe con un fiume di parole incomprensibili. Non è sloveno, lo conosco. La guardo con espressione interrogativa e faccio cenno con la mano di no, che non la capisco. Lei continua lo sproloquio incomprensibile. I suoi occhi sembrano implorare qualcosa. Mi mostra un ciondolo d’oro e me lo infila in tasca. In quel momento un telo della tenda si apre ed entra un guerriero mongolo! Si, avete capito bene e con un’espressione sul volto per niente rassicurante. Penso subito di essere capitato su un set cinematografico. Ma no, il bruto mi afferra un braccio con malagrazia e mi solleva come un fuscello. Sento tutte le ossa scricchiolare e la testa che scoppia, ma mi divincolo con aria offesa. “ Ehi! Che maniere!” Il tipo non si da per vinto e, acciuffatomi di nuovo, mi trascina fuori dalla tenda. “Voglio sapere chi siete e chi vi da il diritto di trattarmi così!” grido. “Voglio sapere dove sono mia moglie e mia figlia!” Ma appena fuori ammutolisco allo spettacolo che mi si presenta davanti. Un accampamento immenso, con centinaia di tende e piccoli cavalli asiatici che brucano l’erba, guerrieri dappertutto, armati e dallo sguardo feroce. Poche donne velate mi guardano con curiosità, mentre marmocchi dagli occhi a mandorla corrono a rifugiarsi tra le loro lunghe gonne. Rimango fermo per un momento, scioccato poi il guerriero mi spinge verso un vicolo laterale in fondo al quale c’è una grande tenda dorata. All’ingresso, due guerrieri giganti fanno la guardia. Sono veramente imponenti, a gambe leggermente allargate, reggendo a due mani una scimitarra appoggiata con la punta a terra. La loro presenza è inquietante, ma rimangono immobili mentre noi entriamo nella tenda. E’ piena di mobilio: sgabelli, armadi e perfino una cristalliera colma di oggetti d’oro. Il pavimento è coperto di preziosi tappeti orientali. Il mio sguardo è attirato dal personaggio seduto al centro su un trono di pelle. Pare essere il comandante del campo. Sta con le gambe incrociate, tenendo in collo un gattino dal pelo fulvo. Il manico di un pugnale gli spunta dalla cintura e porta un copricapo di lana sormontato da un elmetto puntuto. Mi ricordo di aver visto un tale personaggio nel libro di storia, là dove si parla di Gengis Khan. Il mio cervello fatica ad accettare tutto questo come reale e i neuroni frullano alla ricerca di una spiegazione. Dietro il capo mongolo sta un personaggio vestito con una lunga sopravveste di velluto, verde e oro. Sul viso ha un’espressione divertita e malvagia. Guardo il mio guardiano e questi mi spinge a terra, tenendomi la fronte incollata al terreno, la spada sguainata è puntata sulla mia nuca. Il tappeto attutisce il colpo e non mi faccio male, a parte il precedente mal di capo che non passa. Il sinistro figuro mi guarda poi in un perfetto latino mi dice: “Miserabile insetto, sei al cospetto del Khan Batu, servitore fedele e implacabile sterminatore dei nemici del Gran Khan Ogotay, figlio di Gengis Khan che ora galoppa nelle vaste praterie del cielo. Rimani con la testa nella polvere e ascolta quello che Sua Altezza vuole sapere da te!” A scuola ero molto bravo in latino e non mi risulta difficile capirlo. Penso di essere finito in una gabbia di matti. Stanno di certo recitando e approfittano di me per improvvisare una nuova scena, Cerco di alzare la testa per sbirciare ma un’occhiataccia del Consigliere mi fa desistere prontamente. La lama dietro la nuca mi struscia leggermente la pelle, dandomi un sinistro presentimento. Batu, con voce stentorea, abbaia alcune incomprensibili frasi. Il Consigliere s’inchina più volte poi traduce:“Il Sublime Khan chiede al verme occidentale dove si trova la vostra città più grande.” Non sono stupido e capisco al volo dove vuole parare. Mi faccio furbo e sto al gioco. Se tutto questo è vero e non sto sognando, questi pazzi scriteriati piomberanno su Trieste, provocando un massacro.“Non ci sono città dietro queste montagne, rispondo, ma solo acquitrini malsani e pieni di zanzare.”Il Consigliere mi guarda con rabbia poi traduce le mie parole. Il viso giallastro e incartapecorito del Khan non si muove e non commenta. Il suo tirapiedi s’avvicina e gli sussurra qualcosa all’orecchio. Batu spalanca gli occhi e mi guarda con ferocia poi grida ancora. Sulle labbra del Consigliere appare un sorrisino maligno di soddisfazione. “Il nostro Signore afferma che sei un bugiardo!” traduce.“Non è vero, ribatto, dietro queste montagne c’è una pianura con una gigantesca palude. Ai vostri guerrieri marciranno i piedi e sprofonderanno nelle sabbie mobili. Tutta la vostra armata perirà in modo atroce!” Il Khan si gira leggermente verso il suo cortigiano, consigliandosi a lungo, quindi costui mi fa: “Sua Sublime Altezza chiede alla pulce che gli sta davanti: dove sono le città dai tetti d’oro delle quali hanno riferito le mie spie?” “Non esistono, rispondo, le abbiamo inventate per vantarci coi nostri nemici”. Dopo la traduzione il Khan, con aria annoiata, mormora poche parole. Al Consigliere s’illumina il viso e, con tono radioso, aggiunge: ”Sei un cane spregevole. Ti sia mozzata la testa. Via!” e con un cenno della mano ci congeda. Il sangue mi si gela nelle vene. Il patetico tentativo di salvare la città da quei folli assassini è fallito. Il guardiano mi tira su come una canna vuota. S’inchina a Batu senza perdermi d’occhio poi mi spintona fuori dalla tenda. Attraversiamo il campo e sbuchiamo in un tratto di terreno senza tende. Con raccapriccio vedo al centro dello spiazzo un ceppo di legno con delle sinistre macchie scure. Mi giro per dire qualcosa allo spietato guerriero, ma la spada puntata mi obbliga ad avanzare ancora. Altri due mongoli mi prendono, senza tanti complimenti, per le braccia e mi obbligano a calare la testa sul ceppo. Ho il cervello in fiamme, la disperazione per una situazione così assurda mi paralizza la mente. Il pensiero corre veloce ad Anna e a Stefania. Dove saranno? Le avranno catturate? Saranno confinate in una tenda o le avranno già uccise? Chiudo gli occhi in attesa del colpo finale, ma un improvviso tramestio sconvolge il campo. Tutti i guerrieri girano la testa per vedere chi arriva. Qualcuno al galoppo irrompe tra le tende gridando incomprensibilmente una notizia certamente molto importante. Vengo abbandonato con la testa ancora sul ceppo. Non oso muovermi ma i miei occhi vedono che tutti corrono verso la tenda del Khan. Un grido in latino più alto di tutti giunge ai miei orecchi: “Il Gran Khan Ogotay è morto. Torneremo in Mongolia per il Kurultay il Consiglio dei Capi e Batu sarà Gran Khan di tutti i popoli!” Dopo qualche istante, intorno a me non c’è più nessuno. Un’idea mi frulla in testa: la fuga. Mi alzo prontamente, mi guardo in giro e vado verso le tende, scostando i teli per cercare Anna e Stefania. Sono troppe, rischio di essere catturato, così corro verso il bosco. Una corsa disperata finché il fiato mi diventa corto. Il cuore mi batte forte nel petto, ma non mi fermo. Debbo trovare mia moglie e la bambina, devo salvarle da quel mucchio di pazzi assassini. Il terreno mi sparisce sotto i piedi e precipito giù come un sacco di patate. Come la prima volta la mia testa trova un masso. Il dolore mi fa svenire. Sento delle voci lontane. Riprendo i sensi quando mi giunge la voce di Anna. “Che dice dottore, è un trauma grave?” Poi una voce di bambina: “Mamma, ma papà sta bene, si sveglierà presto, vero?” “Si, tesoro, il papà ha solo battuto la testa, vedrai ora si sveglia!” Apro piano gli occhi e sorrido, ma un pensiero tremendo mi attraversa la mente: i mongoli! Mi tiro su e: “Anna, Stefania!” grido “fuggite! Arrivano i mongoli! Presto, non c’è tempo!” Due mani robuste mi trattengono supino. “Non si preoccupi, signora! E’ il trauma del colpo subito. Ora gli faremo le radiografie e, se non c’è nulla, domani ve lo renderemo come nuovo. Guardi, abbiamo pure trovato questo ciondolo nelle sue tasche.” “Bello! Me lo fai vedere? E’ d’oro? E’ un’aquila!” esclama Stefania poi chiede: “Ma papà ha avuto un incubo?” “No cara,” risponde la mamma, i suoi occhi osservano con curiosità lo strano oggetto d’oro, “ha solo fatto uno strano sogno, ma ora passerà tutto. Lo abbracceremo così se ne scorderà!” Mi calmo. Mi convinco che Anna ha ragione: è stato solo uno strano sogno che viene dalle profondità del tempo, dal 1242.

 

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