Son seduto su un autobus pieno di gente

Di Vittorio Ravinale

 

Son seduto su un autobus pieno di gente.
Fa caldo, anche troppo per la stagione.
La maggior parte dei passeggeri ha l’età giusta per essere mio nonno. Quelli più giovani sono chiusi nel loro universo fatto da smartphone e auricolari. I vantaggi della tecnologia.
Un uomo sudato con uno zaino che sembra pesante mi guarda e sbuffa, ma io non mi alzo, questo posto me lo sono meritato.
La corsa dell’autobus continua, fuori dal finestrino vedo strade e case famigliari.
Sono nato quarant’anni fa in questa città e non me ne sono mai allontanato sul serio.
Passiamo davanti al fast food che è lì solo da un paio d’anni, ma tutti ne parlano come se ci fosse sempre stato. Anche io ho la mia parte di ricordi legati a quel posto, ripenso a quando ci portavo mia figlia, sembra un milione di anni fa.
Guardo l’insegna uguale a tante altre in giro per il mondo mentre l’autobus si ferma.
C’è una fermata proprio qua nel parcheggio.
Qualcuno scende e altri salgono. Nel mucchio una donna mi si ferma davanti e mi guarda con disprezzo, quasi rabbia sembra.
Ma il mio posto non lo mollo, non mi alzo.
Non mi interessano gli sguardi degli altri, rimango seduto qua.
L’autobus riparte, con il suo carico di umanità varia.
Nelle strade il traffico è scarso come sempre, le macchine son poche.
Il sole continua a farsi sentire, oggi è davvero cattivo.
Pensare che ieri pioveva.
Continuo a pensare a mia figlia e mio figlio, alla donna che li ha portati via con la separazione.
Mi consola il fatto che almeno come madre sia in gamba.
Come moglie non lo è stata e probabilmente anch’io come marito ho fatto le mie cazzate.
Solo, non riesco a smettere di pensare ai due ragazzi, specialmente alla femmina, che è la più piccola.
I ricordi non mi mollano mai, girano sempre nella mia testa in ogni momento.
Alcuni non sono piacevoli, lo ammetto, ma la maggior parte sì.
Fuori dal finestrino adesso ci sono i giardini pubblici, altra mazzata mentale vedere i giochi per i bambini come lo scivolo e l’altalena.
Quante volte ci ho accompagnato la mia piccola.
Di nuovo fermi, qualcuno sale e mi dice qualcosa. Non mi giro nemmeno a guardarlo.
Sicuramente vuole sedersi, ma io non mi alzo.
Questo posto è mio, mi ci siedo sempre.
Sento le voci della gente, ma mi arrivano solo come un brusio a cui non do importanza.
Continuo a guardare il panorama e a pensare ai fatti miei.
Si arriva alla fermata che chiamano la fermata suicida, siamo vicini al ponte da cui si butta la gente che è stufa. Sotto non passa un fiume, ma la ferrovia. Ed è parecchio alto.
Un volo da lì non dà scampo. Tanto di solito chi si butta non lo cerca.
Peccato che quel ponte sia famoso per quello, il panorama è fantastico, potrebbe essere valorizzato come attrattiva turistica, ma tanto turisti qua non se ne vedono mai.
Il comune si limita alla manutenzione necessaria, lo tiene pulito e basta, nulla di più.
L’autobus si ferma come dovuto, le voci sembrano aumentare di volume, ma dev’essere una mia impressione.
Dal finestrino aperto vicino a me mi arrivano suoni e odori della strada che porta al ponte, altri ricordi mi assalgono senza pietà.
Sono cresciuto in una strada qua vicino, ripenso a quando ero un ragazzo che passava su quel ponte tornando da scuola.
Mi ha sempre attratto quel ponte, ma non capivo perché, fin da piccolo.
Sono stufo, decido di andarlo a vedere da vicino, non so se sarà un’occhiata definitiva, ma voglio andarci.
Mi alzo e scendo, senza prendere il mio borsello che contiene il mio portafoglio e i miei documenti.
Cammino verso il ponte, senza un’idea precisa.
Sento la voce di alcune persone dietro di me.
Una in particolare dice: «Ma dove cazzo va l’autista?»

 

 

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