Capitolo 8 – Rancore

Di Samuel Nese

Eravamo sorpresi dall’estrema facilità con cui penetrammo nel forte, ma purtroppo la nostra dose di fortuna sembrava terminata. Seppur fossero pochi, eravamo circondati da balestrieri pronti a far scattare le loro armi contro noi intrusi. E il reggente a una finestra sembrava attendere  il nostro arrivo con lo stesso calore che un ragno riserva all’insetto intrappolato nella sua tela. Nell’insediamento, qualcuno doveva essere al corrente del nostro arrivo, in qualche modo tutto ciò doveva essere stato pianificato apposta per intrappolarci. Cominciai a dubitare della cieca Ailis ed il suo fantomatico aiuto, probabilmente lei era l’esca per la nostra trappola; speravo però che ci fosse ancora una via d’uscita più diplomatica, non avrei mai accettato di morire in una landa desolata senza aver almeno garantito la salvezza dei miei compagni.

Il reggente ci ordinò di abbandonare le armi e arrenderci, in caso contrario avrebbe dato ordine ai soldati di ucciderci. Gli rivelai che mi trovavo là unicamente per parlare con mia sorella, e che  avremmo lasciato il suo dominio solamente dopo aver ottenuto udienza presso di lei. Inaspettatamente, prima egli si congratulò per il fegato dimostrato, mentre io non volevo credere a falsi ossequi del genere, e successivamente ci riferì che ella non desiderava ricevere visite in quel frangente. Trovavo difficile fidarmi di lui, la situazione era scomoda e pericolosa per tutti noi. Mi guardavo attorno con la spada sollevata, circospetto per un eventuale colpo a tradimento. Il pensiero che non potesse uccidermi a causa dei miei rapporti con l’imperatore mi dava sollievo. Tuttavia non credevo di poter garantire anche per i miei compagni.

Un corvo ruppe il silenzio con il suo cupo gracchiare, ma l’unico che diede peso all’evento fu Andri insospettito dall’insolito comportamento del volatile intento a osservare la scena; probabilmente attendeva solamente di banchettare con le nostre carogne. Anche l’alzarsi del vento sembrava preannunciare l’imminente inizio della battaglia. Il reggente infatti fece mirare dai balestrieri i miei compagni e ordinò loro di scoccare. Immediatamente la brezza si trasformò in un violento tifone che ci avvolse proteggendoci dai dardi nemici, si trattava dell’ennesimo fenomeno decisamente aldilà della semplice natura. Andri non perse tempo cominciando a scoccare velocemente le sue precise frecce: l’addestramento come arciere stava dando i suoi frutti, ironico come il reggente li stesse raccogliendo. Non ci volle molto perché si passasse allo scontro ravvicinato, parai a malapena qualche colpo prima che Arnold mi consigliasse di raggiungere il reggente per farmi rivelare la posizione di mia sorella, forte della convinzione di poter gestire la situazione da soli.

Corsi più veloce possibile verso l’edificio principale quando vidi la sua figura scappare in direzione della torre diroccata e mi gettai all’inseguimento senza rifletterci. Le scale erano ripide, molti gradini in pendenza e la polvere impediva ai passi di aderire efficacemente, ma non demorsi, chi fugge in quel modo deve avere parecchio da nascondere ed ero sicuro che avesse la coscienza sporca. Il mio cuore seguiva il crescendo delle scale, riusciva a scandire il mio odio nei suoi confronti, in un momento simile dimenticai ogni promessa lasciando spazio al desiderio di ucciderlo nel peggiore dei modi a me permessi. Sicuramente avrei trovato il modo di giustificare il mio atto quando sarebbe arrivato il momento. Quando giunsi alla cima mi accorsi di una piccola baracca in legno antecedente alla costruzione dello stesso forte. Il reggente si trovava di fronte alla porta e solo quando si accorse di me sfoderò la spada. Io gli chiesi nuovamente dove si trovasse mia sorella ma non diede risposta. Un potente boato scosse la torre distruggendo parte della capanna, rivelando l’uomo che vi abitava. Era sicuramente anziano, sembrava consapevole della sua saggezza, tuttavia l’aspetto stravolto lo faceva somigliare a un essere abitante dei peggiori incubi.

Mi ordinò di arrendermi altrimenti avrei provato il suo potere distruttivo, intanto mi fissava con sguardo arcigno di un insolito colorito disumano. Il vento si alzò nuovamente imperioso, lasciandoci tutti attoniti. Quando cessò, al mio fianco comparve Ailis come se la sua essenza potesse essere trasportata da esso. Avrebbe affrontato lei il vecchio davanti a noi. Successivamente sciolse la benda intrecciata tra i suoi fluenti e folti capelli, rivelò i suoi occhi dalle iridi scure paragonabili a quei misteriosi pozzi bui che sin da bambino destavano la mia immaginazione, desideroso di conoscerne gli inestimabili tesori celati nelle profondità. Lei scomparve assieme al mostro in un’altra folata di vento, mentre delle neri nubi minacciose si abbatterono su Oltrave. Finalmente io e il reggente eravamo soli.

Non avevamo altra scelta se non combattere, forse perché non eravamo in grado di discutere civilmente, oppure ci odiavamo per la nostra assoluta diversità etica e morale. Non era lo scontro  per aggiudicarci la fanciulla in cui qualche arbitro avrebbe annunciato il vincitore nel momento in cui un contendente stava per essere sopraffatto dalla mano dell’altro, anzi sorella, o figlia che fosse, era solo un pretesto per scatenare il nostro rancore reciproco. Sapevamo perfettamente che qualcuno di noi sarebbe morto, ma le conseguenze facevano parte di un futuro troppo remoto perché potessero toccarci in quel momento. Il temporale infuriava su di noi, i suoi colpi cominciarono a perdere forza tanto da permettermi di metterlo alle strette, non sentivo mancarmi l’energia, al contrario la mia rabbia mi permise di non stancarmi finché la volontà mi avrebbe permesso. Se quella era la forza del rancore, potevo servirmene per difendere ancora meglio il mio feudo e permettergli di prosperare negli anni avvenire.

Colpii così poderosamente l’arma del mio avversario che essa si proiettò a terra, mentre egli cadde addosso ai merli della torre. Gli chiesi per l’ultima volta dove fosse mia sorella, riuscivo a vedere il suo viso non ancora rassegnato tra i lampi che si riflettevano sulla lama della mia spada. Finalmente me ne rivelò l’ubicazione nel nascondiglio dei sotterranei del forte, poi mi provocò intimandomi di ucciderlo. In quell’istante ero sufficientemente calmo da permettermi di recuperare il lume della ragione e decisi di risparmiarlo. Egli aveva lasciato morire di fame troppe persone e io non volevo essere paragonato a un omicida come lui. Lo presi prigioniero fino a quando non avessi trovato mia sorella.

Mentre scendevamo le scale pericolanti della torre il reggente non smetteva di dare aria alla bocca affermando che dovevo essergli grato per come ero maturato grazie alla sua influenza. Mi aveva insegnato a essere un vero cavaliere, a parer suo. Tuttavia ero invece convinto che egli avesse danneggiato gravemente il mio modo di pensare, riflettere e rapportarmi con il resto del mondo.

 

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