La pizza giusta

Di Arianna Miazzo

Giuseppe, detto anche Peppino dagli amici del baretto, non era quello che voleva far sembrare. Gli anni avevano lasciato sui suoi capelli sottili fili di esperienza, che poi erano finiti per arrivare anche sulla sua pancia, perdendo la loro impalpabilità di fili e prendendo la consistenza di rotoli di ciccia. Qualche giorno prima aveva compiuto mezzo secolo e un quarto di lustro e aveva passato il giorno del suo compleanno placidamente adagiato sulla poltrona che da sempre aveva eletto come prediletta, facendo zapping mentre le vertebre della sua schiena schioccavano di godimento per quel meritato riposo.

Quel giorno la pizzeria Paradiso di via dei Ginepri era rimasta chiusa, le finestre serrate e tristemente buie che occhieggiavano il popolo di affamati camminatori del centro nella loro migrazione alla ricerca di cibo. Giuseppe aveva festeggiato così l’avanzare degli anni nella scomoda routine di convenienza, impastato come la sua pizza nella vita che aveva scelto. Il suo sogno era sempre stato quello di aiutare le persone, guarendo gli oscuri mali che si nascondevano all’interno delle loro teste, ma dopo il primo anno di Psicologia aveva dovuto abbandonare gli studi, a causa di una grave malattia che affliggeva il padre, rimasto vedovo. Tutti quei soldi, di cui si parla sempre ma che non sembrano davvero esistere, divennero per lui una scomoda realtà; iniziò a prendersi cura del padre, passando le notti a lavorare in una pizzeria-kebab per ragazzi che arrivavano a ogni ora della notte in preda alla fame chimica. Giuseppe preparava pizze per tutte le ore più buie, guardando sfilare le anime notturne e iniziando a provare odio nei confronti di tutti quei ragazzi che potevano permettersi una vita di bagordi e continuare a studiare all’Università, nonostante la maggior parte di loro fosse fuori corso e frequentasse l’ateneo solamente per volontà dei genitori. L’ingiustizia della situazione non gli pareva minimamente giustificabile e con l’avanzare della malattia del padre, retrocedeva la sua speranza di tornare a studiare.

Silvestro, padre di Giuseppe, morì solo due anni dopo, il corpo ridotto a uno scheletro dalla degenza. Il ragazzo si trovò orfano, povero e disperato e nonostante la rinnovata libertà, continuò a lavorare nella pizzeria come al solito. Quando dopo due anni i proprietari decisero di tornare a vivere nella loro patria al di là del Mediterraneo, Giuseppe aveva guadagnato abbastanza da potersi permettere l’apertura di una pizzeria tutta sua: agli studi di Psicologia ormai non pensava più.

Ciò che rendeva Giuseppe diverso da ogni altro pizzaiolo della città, era l’ingegno; spesso nella nazione che non smette di sperare, i pizzaioli erano visti come persone dalla mente semplice, umili servitori di coloro che potevano permettersi le lussureggianti meraviglie della pizza del venerdì sera, con i suoi crateri filanti mozzarella e le fantasiose guarnizioni irresistibili. Peppino era diverso, per certi versi magico: quando un cliente si accomodava nella sua pizzeria, accettava implicitamente l’atto di indagine che il pizzaiolo avrebbe eseguito su di lui. Sì, perché anche se le ambizioni di Giuseppe nei confronti della sua laurea erano svanite lentamente, altrettanto non aveva fatto il talento innato dell’uomo per la psicologia, che era rimasto incagliato in lui come una nave nel ghiaccio. Giuseppe aveva sviluppato una serie di schemi logici, trovando relazioni psicologiche legate alla scelta della farcitura della pizza; “fammi la tua ordinazione e ti dirò chi sei”.

Il suo compleanno era passato e Giuseppe aveva aperto la pizzeria come ogni giorno, facendo solo un po’ più fatica del giorno precedente ad alzare la pesante saracinesca invecchiata dai graffiti. Aveva disposto sul suo piano di lavoro le vaschette con i vari ingredienti, ordinatamente come sempre, senza trascurare alcun condimento. Le tovaglie erano al loro posto, inamidate e impettite in attesa dell’inizio della guerra, quando il loro candore ferito avrebbe visto la fine della battaglia nella pesante onta del sugo. Il silenzio fu perfetto per un attimo, poi la campanellina sulla porta annunciò stonata l’arrivo dei primi clienti della serata; una coppia giovane ma non troppo, di quelle che vanno tanto di moda di questi tempi. Chiesero un tavolo per due, “di quelli romantici”, chiese l’uomo, e Giuseppe li accontentò. Li mise a sedere nell’angolino più appartato e accese pure una candela, ma quando si allontanò per prendere i menù sentì che la donna sussurrava in tono di scherno al compagno:

«Che volgare questo posto in cui mi hai portata! Si direbbe una bettola da pirati.»

Entrambi sghignazzarono, le mani a coprire le loro smorfie. Giuseppe sentì che una parte di lui si chiudeva un po’, era affezionato al suo locale come a una moglie e i commenti cattivi di quei due lo avevano ferito più di quanto non volesse ammettere. Tornò per portare loro i menù e si mise in attesa poco distante, il viso leggermente scurito dai pensieri tristi.

«Garçon!» lo apostrofò lo sbruffone, schioccando le dita.

Giuseppe si avvicinò a lui con aria servizievole, troppo paziente per dare a vedere il suo fastidio sempre crescente.

«Sì?» rispose Peppino, guardando l’uomo.

«Una Capricciosa per me, una tonno e cipolla per la signorina e una bottiglia del vino migliore che ha.» ordinò l’uomo con fare perentorio, senza nemmeno degnare Giuseppe di uno sguardo.

Peppino se ne andò in cucina ridacchiando sotto i baffi: una tonno e cipolla per la signorina! La gentile e raffinata signorina aveva scelto la pizza fra le più volgari, quella che smascherava il più sottosviluppato dei cafoni e Giuseppe le avrebbe dato quel che si meritava. Comodo fare i fini, ordinando poi una tonno e cipolla! E una Capricciosa… davvero quell’uomo rispecchiava i suoi gusti culinari: la mancanza della fede indicava che non era sposato, ma Giuseppe non aveva bisogno della carta d’identità per sapere che era divorziato. Aveva il suo bel daffare nello spendere, ma nemmeno i suoi soldi gli erano valsi una compagna più giovane e questo la diceva lunga. Quelle due pizze lo impegnarono immensamente, voleva dare una prova di abilità a quei due cafoni, mostrando loro come le sue mani rozze e paesane potessero creare qualcosa di meraviglioso. Di vino buono in cantina ne aveva, fin da piccolo era stato cresciuto con il gusto per il vino dallo zio, che gestiva il piccolo vigneto della famiglia. Guardò le sue bambine crepitare nel forno a legna, chiamando poi il figlio del vicino che gli faceva da cameriere nel finesettimana, perché non voleva essere lui a portare le pizze in tavola. Si mise lesto nell’angolino della cucina che da sempre aveva soprannominato “magico”, in quanto era il punto in cui tutti i rumori andavano a riposarsi, permettendogli di ascoltare i pettegolezzi di tutto il locale.

Sentì i coltelli strisciare sul fondo del piatto durante il taglio della prima fetta e per un attimo un leggero brivido gli risalì lungo il collo, costringendo il suo corpo ad arricciarsi. Il suo per la pizza non era un semplice talento, ormai era una relazione: ogni morso era una sua soddisfazione, ogni mugolio soddisfatto e ogni filo di mozzarella di corsa lungo un mento erano abbracci con i quali scaldarsi la notte. Peppino non aveva mai trovato una donna: ne aveva avute, ma nessuna di loro si era fermata con lui, nessuna voleva incastrarsi con quell’uomo che al padre aveva regalato la propria vita.

«Oh, mio Dio. Questa pizza è deliziosa!» mormorò la signora della tonno e cipolla «Lo sapevi, vero amore mio? Nonostante il posto non sia un granché, tu sapevi quanto fosse buono!»

Giuseppe sorrise sotto i baffi, avendo intuito che i due erano entrati nella sua pizzeria per il semplice fatto che il signor Capricciosa non voleva portare la sua nuova compagna in un locale nel quale era già stato con l’ex moglie.

«M-ma certo… Certo! Ovviamente lo sapevo!» si pavoneggiò l’uomo e Peppino poteva immaginarselo gonfiare il petto, tutto orgoglioso «Volevo farti una sorpresa, tutto qui.»

Al primo schiocco di bacio, Giuseppe si allontanò dall’angolo magico, un groppo in gola. Non chiedeva molto, ma forse anche quel poco che chiedeva era troppo per uno come lui: visualizzava la donna dei suoi sogni con una pizza, come c’era da aspettarsi. Sapeva che la persona giusta per lui avrebbe adorato una pizza sola, quella che lui definiva “pizza del cuore”. Brie e rucola erano la combinazione perfetta, era una pizza semplice ma allo stesso tempo punteggiata di un’eleganza rara, che faceva brillare gli occhi a Giuseppe. Sapeva che quella era la pizza giusta e altrettanto bene sapeva che quella donna non sarebbe arrivata; nessuna donna simile sarebbe mai entrata nella sua pizzeria, perché una donna così non esisteva. La gente entrava e usciva dal suo locale e per quella sera i pensieri tristi se n’erano andati, lasciando il posto al lavoro.

Salamino piccante per quella rossa focosa laggiù, l’ennesima col würstel per il tipico ragazzetto indeciso e nel pieno della pubertà, una tristissima margherita per l’oca stupida che rideva forte a ogni battuta, nel tavolo più centrale del locale. Volti e pizze si mescolavano, le mosse di Peppino ritmate dal grattare della pala contro il forno a legna, un impasto dopo l’altro, fino alla fine della giornata. Normalmente la cucina chiudeva alle undici, ma quel giorno Giuseppe si sentiva un po’ in colpa a causa della chiusura del giorno precedente.

«Oggi chiudiamo all’una.» disse, informando il ragazzino cameriere.

«Eeh, ma che palle!» annunciò il cameriere, vedendo sfumare la serata di videogiochi che si era prefissato «Ma cucina aperta fino a mezzanotte e mezza? Ma chi vuoi che ti venga, Peppì? L’amore della vita?» lo apostrofò il ragazzetto, forse osando troppo «Inizi a essere vecchio ormai.»

Non c’è insolenza giovanile che una botta di strofinaccio ben assestata non possa curare, questo Giuseppe lo sapeva bene.

«Ahi! Eh, vabbè.» e il cameriere si rimise davanti alla porta, con un sorriso incerto sulla bocca con l’apparecchio.

Era un bravo ragazzo il suo cameriere, ma non aveva forza di volontà: Peppino l’aveva visto ammosciarsi alla prima difficoltà, provava a fare la pizza e a un certo punto mollava tutto e se ne andava, solo per non esserci riuscito al primo colpo. Tornò in cucina e gli preparò una pizza strana, di quelle che piacevano a lui, forse anche per farsi perdonare della sculacciata con lo strofinaccio. Modellò l’impasto fino a farne un triangolo e decise di regalargli una pizza bianca, con rosmarino e culatello, che quel ragazzino doveva ancora crescere. Erano in un momento di vuoto, per cui lo richiamò dentro, porgendogli il suo regalo: Fabio si aprì in un sorriso che gli animò tutto il corpo, mostrando che il regalo era gradito, tanto più perché non se l’aspettava.

La sera era diventata notte e la pizzeria era andata svuotandosi. Era mezzanotte e Fabio era seduto a un tavolo vicino all’ingresso, la testa appoggiata sulla mano in un sonno ancora infantile, nonostante l’accenno dei primi peli di barba sul mento. Giuseppe lo vide e ne ebbe pietà; scuotendolo piano sulla spalla lo svegliò e lo mandò a casa.

«Vai a dormire. Mi sa che il vecchio qui non sono io.» disse ironizzando, fermandosi sull’entrata della pizzeria nel guardare il ragazzino caracollare verso casa, le mani a stropicciarsi gli occhi sonnolenti.

Stava quasi per chiudere, quando vide una figura in lontananza. La vide sbracciarsi in una muta preghiera e decise di vedere cosa gli avrebbe portato il destino. Quando fu più vicina, Peppino riconobbe la figura di una donna avvicinarsi a lui, ringraziando profusamente per il favore inaspettato.

«So che è folle a quest’ora, ma non sarebbe così gentile da concedermi ancora una pizza?» chiese la donna, riavviandosi i capelli scompigliati per il trotto che si era imposta nell’ultimo tentativo di procurarsi una cena.

Giuseppe la osservò rapidamente: i capelli voluminosi erano raccolti a stento in una coda color sabbia, il viso della donna era molto abbronzato e aveva fatto spuntare alcune lentiggini, che andavano a incorniciarle lo sguardo.

«Non negherei una pizza nemmeno al mio peggior nemico.» concesse il pizzaiolo, facendosi da parte per permettere l’ingresso alla cliente.

«Grazie, grazie!» esclamò lei, gli occhi acquamarina che luccicavano nelle loro custodie di pelle. Forse era l’ora, ma delle leggerissime borse si affacciavano da sotto gli occhi della donna, dandole un aspetto selvaggio, piacevole allo sguardo.

«Cosa posso portarle?» chiese Giuseppe con cortesia, dopo aver aspettato che la ritardataria si accomodasse.

«Una pizza brie e rucola, grazie.» rispose lei con un sorriso.

Il mondo intorno a Peppino si trasformò in una ciotola di budino, assumendo toni sempre più scuri e gelatinosi per il colpo dovuto alla sorpresa. Vista la mancata reazione dell’uomo, la donna si arrangiò.

«E mezzo litro d’acqua naturale. Spero di non averla disturbata troppo.»

«Assolutamente no. Arriva subito.» rispose Giuseppe, riavendosi.

Andò in cucina e preparò due impasti, studiando ogni mossa con meticolosa precisione. Il pomodoro, la rucola e il brie tagliato in triangoli sottili, in modo da non appesantire troppo la pizza. Fece due copie esatte della stessa pizza e le mise a cuocere, il cuore che perdeva i battiti. Quando furono pronte, portò entrambe le pizze in sala; lasciò la copia su un altro tavolo, porgendo l’ordinazione alla signora.

«Grazie mille.»

«Posso sedermi qui con lei? Devo mangiare anch’io.» chiese Giuseppe, la voce smorzata dall’ansia.

«Certo, si figuri! È sempre un piacere avere un po’ di compagnia a tavola, dopo tutto questo viaggiare.»

Peppino prese la sua pizza e la mise di fronte a quella della donna, sedendosi con lei. Non toccò la sua cena fino al momento in cui lei non fece il primo morso; la vide tremare appena, come succede quando le papille gustative sono in estasi.

«Se posso… come mai viaggia da sola?» chiese Giuseppe, cincischiando con la propria pizza, mentre un quarto di quella di lei era già scomparso.

«Non sempre si ha qualcuno con cui viaggiare.» rispose con finta indifferenza la donna, celando un sorriso dietro a una foglia di rucola.

Giuseppe le sorrise di rimando; era la pizza giusta.

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