Capitolo 7 – Ailis

Di Samuel Nese

Fu Andri a svegliarci il mattino seguente, rivelando di aver percepito delle voci poco amichevoli grazie al suo udito finissimo. Fuori dalla stalla, il contadino stava facendo la spia riferendo la nostra presenza in quel luogo a un nemico ignoto. Tutti si destarono improvvisamente e sguainarono le proprie armi; Andri disse che qualcuno si stava avvicinando, udendone distintamente i passi. Quindi preparai un piccolo agguato: con le spade in pugno, io e Arnold ci posizionammo ai lati dell’entrata, Andri assieme al suo arco era a pochi passi di fronte alla porta pronto a scoccare una freccia, di fianco a lui Sigmond attendeva il momento propizio per caricare con la sua alabarda. Quest’ultimi avrebbero attaccato per primi nel caso in cui dei soldati avessero sfondato la porta, successivamente io e Arnold ci saremmo uniti alla mischia cogliendo il nemico di sorpresa.

Una potente folata di vento colse improvvisamente tutti alla sprovvista, spalancando la porta della stalla e sbilanciando i due poveri ragazzi di fronte a essa. Non compresi cosa avesse potuto scatenare quel singolare fenomeno e mi stupii di non riuscire a intravedere nessuno oltre la soglia. Lanciai dunque una rapida occhiata fuori, intravedendo l’alba che illuminava a malapena la sterile terra della fattoria e i suoi dintorni altrettanto desertici. Restammo in silenzio con le orecchie tese ascoltando un silenzio troppo inconsueto dopo un simile avvenimento, infatti non c’era più un solo fiato di vento. La tensione venne spezzata dall’imperiosa voce di una giovane donna che ci ordinò di deporre  le armi e presentarci fuori dal nostro inutile nascondiglio; era perfettamente consapevole della nostra presenza e fingere il contrario non avrebbe giovato alla nostra situazione, anche se le sue intenzioni erano tutt’altro che ostili. Mi feci coraggio e uscii allo scoperto ma senza gettare la spada, facendo da portavoce a tutto il nostro gruppo.

Mi guardai attorno alla ricerca della proprietaria di quella voce. Alla mia sinistra, poco lontano dalla stalla, vidi il contadino in compagnia di una donna poco più anziana di me. Indossava un lungo vestito blu scuro, sobrio ma elegante e con un ampio mantello dello stesso colore sopra le spalle. Però l’indumento più insolito del suo vestiario era una lunga fascia che le bendava gli occhi, le cui estremità s’intrecciavano nei suoi capelli castani per poi chiudersi in fondo alla lunga treccia. Non avevo mai visto una donna in grado di celare la sua bellezza in tal modo, né tantomeno avevo mai visto qualcuno che riuscisse a incutere timore grazie alla sua sola presenza; mi accorsi in quel preciso istante di aver visto ancora troppo poco del mondo, mentre quella donna, ancora così giovane, doveva aver patito esperienze che non potevo nemmeno concepire con la mia attuale testa calda. Nutrivo un profondo rispetto per la sua persona.  Rimasi immobile in preda all’inquietudine, strinsi più forte la spada nella mia mano senza sollevarla, la fissavo senza proferire parola con sguardo accigliato sempre in guardia per un’eventuale imboscata da parte di qualche soldato in agguato, tuttavia sentivo che il pericolo principale provenisse da lei.

Si avvicinò lentamente chiedendomi chi fossimo e perché ci trovassimo lì, e io risposi con le stesse parole dette al contadino. Come previsto, ella non era così ingenua e il mio arrampicarmi sugli specchi si rivelò inutile. Mi ordinò di far uscire allo scoperto i miei uomini; fino a quel momento credetti fosse cieca, ma presto cominciai a dubitarne. Ordinai ai miei compagni di obbedirle e temetti che la nostra impresa stesse per concludersi. Volle domandarci per l’ultima volta quale fosse il nostro scopo in quel feudo desolato. Allora convenni che non era il caso di continuare a resistere e le raccontai la nostra storia. Lei si presentò con il nome di Ailis, non era nostra nemica e ci avrebbe offerto il suo aiuto in cambio del nostro. Non volle dirci cosa la spingesse ad Oltrave, ma rivelò enigmaticamente che riguardava la condizione della natura. Ovviamente tutto il gruppo desiderava la guarigione della pianura e decidemmo di ascoltare con attenzione le sue proposte. Tuttavia lei necessitava solamente di un’esca per poter penetrare in tranquillità nel forte, perciò noi avremmo dovuto attirare le poche guardie rimaste nell’insediamento e permetterle di portare a compimento il suo obiettivo. Ci rassicurò che saremmo stati protetti e che nessuno si sarebbe fatto del male, non era possibile entrare nel villaggio regolarmente, o senza combattere, a causa di un decreto del signore. Fortunatamente per lei, nessuno di noi voleva tornarsene a casa rendendo vano quel viaggio e il nostro desiderio di aiutare la foresta malata ci incentivò ad accettare il suo rischiosissimo patto.

Fummo i primi ad avviarci verso l’entrata del villaggio quando calò una fittissima nebbia che preoccupò i due soldati a guardia del barbacane. Sfruttando una grossa pietra come esca sonora riuscimmo a intrufolarci all’interno delle mura, approfittando della loro accesa discussione che riuscì a coprire i rumori dei nostri movimenti. Pur essendo consci che in un clima così secco e ventoso una situazione simile fosse impossibile, fummo grati a quell’insolita nebbia scesa all’improvviso e in un momento così propizio. Fissando il terreno in salita riuscimmo a giungere all’entrata dell’edificio difensivo, esattamente nella sua corte.

 

 

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