L’uomo senza verità (II parte)

Di William Francesco Murano

«Te ne sei accorto in volo?»

«Sì.»

«E poi cosa è successo?»

«Le immagini che dava la moneta sono diventate sempre più pazze. La moneta era diventata sempre più grande. La testa di falco mi oscurava completamente la visuale. Dopo le scritte arabe scorgevo in modo intervallato le donne che avevo ucciso e i momenti di quella festa. Cercavo disperatamente di capire e di comporre lo strano puzzle che le immagini mi offrivano. Tra Mediterraneo, teste insanguinate e lamenti disperati, riuscii a comporre una sequenza. Vidi mia madre dirigersi verso il centro della stanza con il volto tumefatto, gonfio, il naso che le colava, indossando un velo che le copriva il viso. Era la prima volta che glielo vedevo, dopotutto, lei era italiana. Mio padre la sosteneva dalla vita cingendola con forza.  Qualcuno si avvicinò con un falso sorriso, la guardò dal basso fino a soffermarsi sulle ecchimosi, mantenendo un sorrisetto sprezzante e compiaciuto, si girò verso mio padre e gli diede una pacca sulla spalla, risero entrambi. Mia madre si pulì il viso con la manica e si frappose tra i due, fissando l’uomo e alzando la testa, forse per permettere ai dieci centimetri che li separavano in altezza di diminuire un po’, oppure per sfidarlo, sta di fatto che per qualche secondo tutto si fermò, non sentii più nulla e i secondi divennero minuti. Fin quando mio padre non trascinò l’uomo per la giacca, e i due si spostarono, barcollando, fino al buffet. Poi mio zio, quello che mi aveva regalato la moneta, parlò con mia madre e la vidi finalmente sorridere.

«Poi non vidi più nulla, la moneta era lì a volteggiare, volevo sapere cosa fosse successo dopo. Bramavo dalla voglia di vedere mia madre.»

«Fu quella la sera che tua madre morì?»

«Come posso saperlo? Non ho ricordi di quello che successe, avevo persino dimenticato la moneta che portavo al collo per anni. Avevo una disperata voglia di scoprire, ma non avevo la possibilità di scelta.»

«Che cosa compariva oltre alla scena della festa?»

«C’era il volto della prostituta. La mia prima vittima.»

«Cosa di preciso?»

            Un ragazzino vestito in modo fin troppo vistoso si siede sul letto.

Una donna dai fianchi stretti e le gambe magre lo fissa. Indossa un completino intimo bianco, sotto un leggero slip trasparente e sopra una canottiera che va a coprire la pancia sporgente.

             «Sono cento tutto compreso. Allora cosa facciamo?»

            Intimorito risponde: «Va… va… vanno bene settanta?»

            Lei risponde con una litania monotona: «Sono cento tutto compreso. Se vuoi una cosa con la bocca la metà, allora?».

            «Va… va… bene tutto.»

             Lei continua a fissarlo tenendo le mani poggiate sui fianchi. «Nessuno ti ha detto che i fiorellini me li devi dare subito?»

            «Co… Cosa? Io non ho p… portato f… f… fiori con me.»

            «Dove hai i soldi?»

            «S… sono nello zaino d… dietro di te.»

            La donna si gira, contemporaneamente il ragazzino, silenzioso come una pantera si alza e le dà un pugno sulle reni. La ragazza finisce a terra, lo guarda spaventata ed emette un gemito soffocato. Il ragazzino si avvicina sferrandole un nuovo pugno, stavolta in faccia.

            «Allora, hai trovato i forellini che saranno sulla tua tomba?» Il suo accento è cambiato, è come se fosse un’altra persona.

            Le prende i soldi dalla mano, li strappa e li lancia in aria e appena sono alla giusta altezza glieli soffia sul viso.

            «Lo senti il profumo di primavera?» e in un’imitazione di ciò che era pocanzi: «S… sono p… p… petali p… p… profumati.»

            La ragazza ha un sussulto ed emette un urlo: «Elly!»

Dall’altra stanza arrivano dei rumori di una sedia che stride sul pavimento. Il ragazzo le sferra un calcio, si muove velocemente, apre la porta e si trova sul corridoio, dove una ragazza di spalle è sull’uscio, intenta a uscire. Il ragazzo afferra un vaso vuoto e glielo lancia.

            Elly cade riversa sul pavimento con pezzi di vetro ancora conficcati in testa e una grossa colata di sangue si riversa sul marmo grigio. La trascina il necessario per chiudere la porta.

            «Niente fiorellini per te, oggi.»

            Si rigira lentamente e ritorna dalla ragazza. È ancora seduta per terra, ma ha in mano un cacciavite. Ha la parte sinistra del volto rossa e pulsante.

            «Non ti a… avvicinare.»

            Il ragazzo senza titubanza fa tre passi in avanti afferrando il cacciavite e buttandolo sotto il letto. La ragazza con gli occhi chiusi manda avanti e dietro solo un pugno stretto.

            «Adesso sei tu a b… b… balbettare.» Ride. «Il trucco è mio, bella! Non attacca affatto con me.»

«Cosa è successo dopo?»

«Continuavo a sferrarle pugni sul viso come se fossi in cerca di qualcosa, un momento culminante che mai arrivava. Io le ho sempre picchiate, mi piaceva, ma non ho mai goduto in pieno. Come se non riuscissi mai ad avere un orgasmo. Ero lì in attesa, assestando colpi su colpi.

«Ogni volta accadeva sempre allo stesso modo. Sferravo i pugni alla mia vittima, le guardavo in volto in attesa dell’orgasmo che purtroppo non arrivava. Non resistevano molto e morivano, o svenivano per il dolore. Nel secondo caso le finivo strangolandole fino a quando non sentivo più il sangue pompare… Perché mi guarda così?!

«Non sai cosa stavi cercando?»

«No!»

Lei stava zitta.

La guardai fisso. «Allora? Mi dice cos’è che stavo cercando.»

«Dimmelo tu.»

«Non lo so, ma forse avendone idea non sarei mai andato avanti per così tanto tempo.»

«Vuoi una mano?»

Stavo diventando furioso. «E certo! Sbrigati, brutta stronza.»

Si alza dalla sedia e mi minaccia col dito. «Non pensare che sia una sgualdrina da quattro soldi, da loro non avresti mai potuto ottenere ciò che desideravi.»

«Cosa? Dillo!»

«Pensa all’immagine di prima»

«Quale immagine? Basta enigmi!»

«La scena appena prima delle prostitute.»

«Mio padre e l’uomo?»

«No!»

Ero distrutto. Stanco. Sudato. Mi sentivo nudo e indifeso. «Chi?».

«La donna!»

«Mia madre?»

«Esatto. Stavi cercando di riprodurre la stessa scena.»

«Mia madre tumefatta?»

«No! Tua madre che con orgoglio tiene testa a un uomo.»

Passarono minuti, stetti stravaccato con le braccia penzolanti sulla poltrona. Poi sentii la porta dello studiolo aprirsi e Sofia entrò, non mi ero nemmeno reso conto che fosse uscita dalla stanza.

«Ti ho portato una tazza di the.»

Mi porse la tazza come un angelo, dolce bella e fluttuante nei suoi passi felpati. Aspettò che la bevessi tutta e disse: «Sei pronto per andare avanti?»

«Penso di sì.»

«Le visioni della moneta continuarono per tutto il volo?»

«No, finirono subito dopo, mi chiamarono dalla radio e mi diedero il comando per attaccare.»

«Cosa facesti?»

«Diedi, l’ok. Ma questa parte della storia la conosce già.»

«Vai avanti, non mi annoio.»

«Mi avviai sulla rotta esatta, avevo deciso che non avrei bombardato nessun posto, ma dovevo perdere tempo e cercare di capire cosa fare.» Tolsi da sotto la camicia la moneta, era attaccata a una catenella tramite un foro fatto artigianalmente.

«La strinsi forte, esattamente come sto facendo adesso, fu in questo momento esatto che la mia visione si dissipò nel nulla.

«Non potevo farlo, non potevo attaccare le mie origini. Sempre più mi rendevo conto della completa inutilità delle guerre. Portano solo sangue, miseria e distruzione.»

«Che ipocrita che sei.» Rise. «Mi stai dicendo che tu hai visto d’un tratto una luce che ti ha portato al buon senso, o addirittura alla santità. Miracolo!»

«Non è quello che sto dicendo e sai che non è così, perché sai benissimo come ho reagito. Sto solo dicendo che una volta le guerre erano destinate a difendere popoli che da decenni vivevano sullo stesso suolo, e seppur stupide, avevano un minimo di fondamento. Ma ora che senso hanno? Se le persone possono muoversi da una parte all’altra del mondo, se un siriano come me nasce, vive e apprende una cultura europea, non può attaccare comunque il proprio popolo di origine. Dovrebbe essere più facile per tutti capirlo, oggi siamo legati l’uno all’altro, non esistono più confini. Le guerre che senso hanno?

«Prova a pensare ad un processo inverso, se dovessimo uniformare i paesi per nazionalità, tornando a come era un tempo. Io dove dovrei stare? Madre italiana, padre Siriano. Non ci sarebbe posto per me in nessun luogo. Per i miei genitori è andata male, ma per tutte quelle famiglie miste dove le cose funzionano, cosa dovremmo fare? Separarle? Il tutto è assurdo. Il vecchio concetto di nazione non ha più senso. Forse se le persone si mescolassero ancora un po’, se ci fossero più unioni sarebbe impossibile poi divi… »

Alzai gli occhi e dopo un secondo mi trovai la mano di Sofia sulla fronte. «Fermati Massimo, non metto in dubbio quello che tu stia dicendo, ma è ipocrisia pensare che l’uomo agisca in modo razionale. L’uomo è un animale e come tale avrà sempre voglia di primeggiare su qualcuno, è la sua natura. Se un giorno si rendesse conto che è stupido e inutile attaccare ciò che c’è oltre i propri confini e si arrivasse al concetto di unico popolo, semplicemente cercherebbe un nuovo nemico da combattere; ne cercherà sempre un altro all’infinito. È esattamente quello che è successo a te, d’altronde.»

«Stai dicendo che io sono un animale?»

«Sì. Fai parte della specie più aggressiva e letale che esista sulla faccia della Terra e tu ne sei uno dei migliori esempi. In un breve lasso di tempo hai eliminato dalla tua mente un nemico e te ne sei fatto subito uno nuovo.»

«Ma io dovevo fermarli, avrebbero assassinato i miei cugini, i figli di mio zio, non potevo sopportarlo!»

«Tu hai volontariamente abbattuto il secondo caccia, non dando tempo a Gianni di premere il pulsante di emergenza, e poi hai inseguito e fatto esplodere anche l’aereo di Michele, lui ha avuto la possibilità di salvarsi, era stato appena avvertito. Poi sei tornato alla base come se niente fosse. Sei fortunato a camminare con le tue gambe. Se fosse stato per me ti avrei legato e fatto soffrire come un cane. Oppure ti avrei preso a pugni fino a quando non avresti provato un briciolo di dignità nel subire i colpi e sai perché non l’ho fatto, perché io non sono come te, non me la sarei mai presa con un pivello e codardo. Tu sei come le tue vittime, un poppante.»

Abbassai la testa, con un’aria ferita. Ma dentro di me ero felice, ero riuscito ad ottenere ciò che volevo. Basta solo convincersi che sia possibile e c’è la speranza che qualsiasi cosa sia raggiungibile. A stento riuscii a trattenere un sorriso.

«La seduta è finita, prendi ciò che rimane del tuo maledetto the è portalo fuori di qui, ti do al massimo altri due minuti.»

Uscì sbattendo la porta. Finalmente potevo sorridere per davvero, la strada per ottenere l’infermità mentale era spianata.

E per puro gusto personale mormorai: «Anche i disturbi della personalità possono costituire causa idonea ad escludere la capacità di intendere e di volere di un soggetto agente ai fini degli articoli 88 e 89 del codice penale, sempre che siano di consistenza, rilevanza, gravità e intensità tali da concretamente incidere sulla stessa; è inoltre necessario che tra il disturbo mentale e il fatto di reato sussista un nesso eziologico, che consenta di ritenere il secondo causalmente determinato dal primo.»

Non so che cosa sia davvero la verità, ma è un concetto astratto e relativo, per quanto mi riguarda. Di certo non mi illudo che basti un momento di crisi per tirare fuori la melma che si forma in fondo al pozzo e anche se a me capita di tirarla su, lo faccio solo per nutrirmene.

Dopo un po’ uccidere può diventare noioso e bisogna sempre trovare nuovi modi di passare il tempo. E penso che Sofia la lascerò alla fine. La ciliegina sulla torta.

19/05/2016

 

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