L’uomo senza verità (I parte)

Di William Francesco Murano

Prima o poi bisogna dire la verità. Il momento ideale arriva quando c’è un punto di rottura, quando si tocca il fondo e si deve fare il conto con le balle che ci siamo lasciati per strada. Molto spesso però si fa un errore di valutazione, ci si illude che la verità si dica per ristabilire un equilibrio con qualcuno. Per fare un esempio: raccontare al proprio fidanzato che si è stati infedeli; dire al proprio amico che quando gli abbiamo dato buca per quella giornata di pesca programmata da settimane, ottenuta dopo una lite con la moglie, non era perché la bambina stava male e avevi dovuto accompagnarla al pronto soccorso, ma perché semplicemente eri all’opera con tua moglie a scopare come un coniglio; riferire alla propria madre separata che l’uomo per cui aveva preso una cotta non l’aveva in realtà mollata, ma eravate stati voi a massacrarlo di botte e a minacciarlo. Non è il tempo degli inganni, quindi non raccontiamoci ulteriori menzogne. Mettiamo in mostra i pensieri più nascosti, ciò che abbiamo sempre taciuto solo per fare piacere noi stessi. È pur vero che la verità si racconta sempre a qualcuno, un amico in grado di ascoltarci, ma è solo una spalla che aiuta a esprimere e tirare fuori la melma in fondo al pozzo. Purché sia chiaro che non è a lei che parliamo, ma a noi stessi.

Il mio momento arrivò. Tentai di dirmi tutta la verità, lo giuro, nient’altro che la verità.

Colei che raccolse la mia confessione non fu un amico, ma una psicologa. La conoscevo già, avevo avuto con lei solo dei piccoli colloqui per farmi rilasciare delle autorizzazioni, ma giravano delle voci sul suo conto. Avevo sentito dire che fosse una tipa molto in gamba, una donna tosta, che non si lascia prendere in giro. Era la persona giusta per me e infatti si dimostrò all’altezza, riuscì a trovare e a sbrogliare un nodo di cui non ero a conoscenza, che avevo stretto molto forte e che se avessi ignorato ancora, mi avrebbe di sicuro soffocato.

Iniziai parlandole di ciò che appariva più semplice, ciò che si trovava in superficie. «Non è stata la prima volta che ho ucciso. L’ho fatto molte volte. Sempre senza nessuno scrupolo, solo per il piacere di farlo. E devo ammetterlo: fare il pilota, lo scopo che ha mosso tutta la mia esistenza, il coronamento di un sogno, è stato un modo come un altro per avere l’opportunità, in un solo colpo, di spazzare via l’esistenza di tante vite umane.»

Parlavo lentamente, ma dovetti fermarmi a riprendere fiato, era la prima volta che entravo in contatto con il mio lato oscuro. Mi aspettavo il sopraggiungere di un senso di leggerezza, quando in realtà mi sentivo come in attesa di esplodere: un vulcano che sobbolle dopo anni di quiete e sparge fumo nero per tenersi buono prima del botto finale.

Continuai a parlare, seppur con difficoltà. «Me ne sono sempre fottuto di tutto e di tutti, le persone le ho sempre viste come dei fantocci da usare solo per il mio divertimento. Nessun pianto, nessuna sofferenza, nessuna reazione disperata ha mai intaccato la mia voglia di uccidere. Anzi, quando ero al clou del mio spettacolo, più leggevo disperazione nei loro occhi, più spasimavano, più avevo voglia di colpire duramente.»

Abbassai la voce e le dissi: «Sono sempre stato un cinico stronzo… eppure stavolta… mi sono dovuto f… f…fermare, ho avuto come un b… blocco, non so cosa sia successo».

È necessario che accenni a qualcosa sulla psicologa. Sofia ha un viso d’angelo, la pelle morbida di un colore candido, con le gote e le labbra leggermente rosa; non usa mai fondotinta. Una ragazza apparentemente fragile, eppure appena sembra che stia per coinvolgersi, ti parla in modo distaccato e professionale. Prima ti fa sbottonare con i suoi occhi da cerbiatta e poi ti bastona. Un duro colpo che senti direttamente nello stomaco. Non vi nego che ho sempre voluto una ragazza così. Non avevo mai approfondito la sua conoscenza al di là del lavoro, me ne tenni sempre distante, anche se quel giorno sotto sotto avrei voluto farmela dal primo momento che mi sedetti su quella poltrona.

«Allora Massimo, raccontami cosa è successo il diciannove Giugno».

«Le sto raccontando tutto. Ma con calma, ho bisogno di tempo».

Era un po’ arrabbiata quel giorno, dopotutto era stata lei a firmare gli ultimi fogli che dichiaravano che ero stabile mentalmente. Forse sarebbe stata ri-collocata, costretta a lavorare in qualche centro di recupero per tossicodipendenti, ma per qualche settimana sarebbe stata lei a cercare di delineare il mio profilo psicologico e non potevo lasciarmi scappare l’occasione.

«È iniziato tutto con una forte morsa allo stomaco, la vista ha iniziato ad appannarsi e la pelle sotto la pesante giacca militare era impregnata di sudore. Le mie mani erano così scivolose che avevo persino difficoltà a tenere stretta la cloche.»

…Il Mediterraneo scorre veloce sotto il velivolo, si riescono a scorgere solo macchie di schiuma su uno sfondo blu. Le nuvole bianche sono pompose come dopo un grande temporale. In lontananza sulla linea dell’orizzonte compare una striscia di terra. La cuffia vibra e una voce comanda:

            “Devia venti gradi a Ovest e rallenta, l’attacco ora è alle 08:30”.

            Spinge la cloche a destra, il caccia vira e si assesta con un rumore cupo; ora non c’è più terraferma all’orizzonte, solo il mare. Sono le 8:07 e l’attacco era previsto per le 8:15, nulla di strano, la solita attesa per problemi burocratici per radere al suolo un punto sensibile nel pieno di un centro abitato.

            All’improvviso compare un puntino nero. Probabilmente, un uccello nella traiettoria dell’aereo.

            Sono destinati a scontrarsi, non si sposta. Arriva la collisione, ma senza nessun complicazione per il caccia.

«AAAAAAAAAAAAH!»

Sofia mi era davanti e mi scuoteva con forza. La guardai, abbassando la testa dalla vergogna, muovendo un po’ la camicia per staccarla dalla pelle.

«Sicuro di voler continuare?»

Non so dirvi cosa sia successo, cosa le dissi in quei momenti di vuoto, stavo in qualche modo rivivendo ciò che era successo.

«Ormai abbiamo iniziato e non voglio fermarmi.» Le dissi. Mi sistemai meglio sulla sedia, Sofia si sedette di fronte accavallando le sue lunghe gambe. Indossava dei pantaloni neri che le aderivano come se fossero di pelle. Non ho mai capito perché volesse tenere i suoi colloqui in una stanza così angusta. Sulla destra una porta finestra, dalla quale filtrava una fievole luce dalla tenda azzurra, poi due poltroncine scomode, sistemate una di fronte all’altra a nemmeno un metro di distanza, senza un cazzo di scrivania a creare un po’ di privacy. Mi dava fastidio sentirla così addosso, eppure appena alzavo lo sguardo e la vedevo così bella, sexy e innocente allo stesso tempo, mi dimenticavo di tutto e mi veniva in automatico voglia di flirtare, come se fossi stato al bar con un bicchiere di vino in mano e una sventola bollente di fianco e non in una seduta dalla psicologa. Non potevo guardarla e allo stesso tempo pensare a come gestire la conversazione, non potevo concentrarmi sulle difese mentali che mi ero prefissato, ero costretto a essere sincero. Avevo la sensazione che lei lo sapesse e che giocasse su questo elemento di persuasione. Ecco il perché del suo continuo gioco di gambe. Potevo sentire il tessuto strusciare. Era frastornante questo effetto, così finii per lasciarmi andare.

«Non era un uccello quello che avevo davanti, ma una moneta, scura come la pece. Ora volteggiava davanti al mio viso, ruotando e mostrandomi le sue due facce.».

            Il suo ruotare intervallava la visione, la parte più sagomata dove era impressa una sorta di uccello portava delle immagini come di un film, l’altra parte permetteva alla vista di andare oltre, senza nessun ostacolo. Mi concentrai sulla moneta. La riconobbi: era la mia moneta, quella che portavo attaccato al collo da così tanto tempo da averla dimenticata, unico cimelio di famiglia rimasto con me negli anni, avevo provato un grande amore, eppure non riuscivo a ricordare da quanto tempo non ci pensassi, un po’ come un tatuaggio fatto sulla schiena, puoi dimenticare di averlo ed è capace di farti sussultare se per caso spunta da un’angolatura dello specchio.

            Non era nient’altro che la mia moneta scura di nichel. Su una faccia un falco, sull’altra delle scritte di cui non avevo mai capito il significato. Scritte arabe di sicuro, non so chi fosse stato a dirmelo.

            Una moneta, due lati che non s’incontrano mai. Una sintesi perfetta della mia vita.

Mi destai, stavolta senza bisogno di Sofia, e continuai a parlare.

«Mi preparavo a uccidere. Non pochi morti, ma una vera e propria carneficina, dovevo colpire una base militare in pieno centro. L’esplosione avrebbe distrutto i palazzi adiacenti. Però tutto a un tratto ebbi dei dubbi, non pensavo più a coloro che avrei ucciso, ma ebbi una strana sensazione, come se fossi io la vittima, come …» la guardai negli occhi. «Come si chiama quella sensazione che si può dire solo in francese? »

«Un dejà vu.»

«Sì. Esatto, un dejà vu che mi diceva di non farlo.»

Guardai fuori dalla finestra, un silos diroccato copriva la visuale di una caserma lunga otto chilometri. Poi mi girai verso di lei e le sorrisi in modo sprezzante.

«Ripenso a com’è stato facile avere il brevetto da pilota. In effetti, un unico dettaglio mi avrebbe precluso la possibilità di arruolarmi. Un particolare fondamentale, una corretta ed equilibrata gestione della vita. Così recita il regolamento, vero?»

Lei rimase impassibile alla mia provocazione, sapeva che stavo arrivando a un punto cruciale della mia confessione, ma non sembrava goderne.

Allora continuai. «Ho sempre puntato a essere un pilota di caccia. E questo ha permesso di organizzare tutta la mia vita, ogni dettaglio in modo perfetto. Mai si sarebbe dovuto sapere delle mie perversioni. Il mondo non doveva mai dubitare di me. A quindici anni organizzai il mio primo Tour. Il giro dello sballo, ma non quello che intendevano i miei coetanei. Rasai i capelli a zero. Indossai degli occhiali rossi. Camicia bianca avvitata; jeans scoloriti e il dettaglio fondamentale: finti tatuaggi. Per il weekend i miei sarebbero stati fuori. E io presi il treno e andai in un paesino, non troppo sperduto. Non fu difficile organizzarmi, a pagamento è fin troppo semplice e le prostitute sono perfette, sono così abituate a vedere tante persone che seppur ragazzino sarei passato inosservato. Quello che volevo però era sentirmi potente. Poter decidere delle vite altrui. Quel weekend sarebbe stata la mia prima volta.»

Mi interruppe. «Che cosa successe in volo? Eri arrivato alla moneta!»

Mi infastidì. Ripensandoci, in realtà, stavo prendendo troppa fiducia in me stesso e lei mi abbatté, riportandomi a un momento di volubilità.

La assecondai. «Un comando radio mi disse di temporeggiare, fare un arco per mantenermi in zona.

«Portai le braccia in avanti, la cloche scivolò sotto le mani incerte e umide. L’aereo sobbalzò, ma in un secondo lo riportai sotto la rotta prevista. Dalla base devono essersene resi conto. Hanno acceso la radio per il collegamento e subito dopo lo hanno spento. Pensai al fatto che le titubanze sono pagate care, che sarei potuto finire a fare l’istruttore nel giro di una settimana. Sarebbe figurata come una promozione. Ma io avevo voglia di stare sul campo, avevo bisogno di uccidere.

            La vista si appanna e ricompare la moneta con il suo andirivieni di flashback che non riesco a focalizzare. La moneta poi rallenta permettendo ai miei occhi di far fuoco, ci sono io e sono un bambino. Ho al massimo cinque anni e davanti a me c’è un uomo con una tunica marrone e una lunga barba, ha uno strano cappello in testa. Mi porge la moneta scura. Intorno ci sono molte persone, le donne indossano un tessuto molto fine intorno al capo e i veli come i tratti del viso sono tipicamente islamici. Sembra essere una festa, in lontananza vedo i miei genitori, hanno una discussione, sono gli unici con il muso lungo.

Lei mi chiama: «Massimo?» Più energica. «Massimo, ci sei?».

Mi ero fermato senza parlare. La guardai spalancando gli occhi. «In quel momento capii.» Una lacrima mi scivolò sul viso, fino ad arrivare alla bocca.

«Io sono Siriano, le mie origini sono in quelle terre martoriate. Stavo contribuendo a distruggerle da settimane.»

CONTINUA

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