Il mondo è bello perché è vario

Di Lisa Aprile

Chase Sundale qual giorno indossava jeans strappati al ginocchio e una t-shirt degli Avenged Sevenfold. Per quanto mi sforzassi di ignorarlo non riuscivo a fare a meno di voltarmi quando entrava alla lezione di fisica che avevamo in comune.

La mia migliore amica Sylvia diceva che era troppo diverso da me, che avrei dovuto smetterla di fantasticare inutilmente su di lui e che sbavargli dietro ventiquattro ore su ventiquattro non era un buon modo per aumentare la mia autostima.

Ovviamente aveva perfettamente ragione, peccato che la mia testardaggine mi impedisse di lasciarlo perdere.

Chase Sundale era il tipico ragazzaccio con tatuaggi e piercing, non che avessi mai avuto l’onore di vedere la “famosa” figura a forma di drago che occupava gran parte della sua schiena o quella di uno scheletro stilizzato sul suo addome, ma ormai la voce che aveva fatto girare la sua ex ragazza la conoscevano tutti, o forse sarebbe stato meglio dire tutte, anche quelle del primo anno. Gli unici tre piercing visibili facevano bella mostra di sé sul suo viso; due pendevano dall’orecchio sinistro, l’altro dal sopracciglio destro.

La mia perversione a volte mi portava a immaginare di tirare coi denti quei minuscoli affari d’argento, ma non l’avrei detto mai e poi mai a Sylvia; avrei finito per farla sbiancare e inorridire. Lei faceva parte di una setta religiosa, o forse sarebbe stato meglio dire che i suoi l’avevano fatta entrare fin da piccola in una comunità religiosa che considerava il sesso solo come un mezzo di procreazione e perciò si doveva aspettare il matrimonio prima di poter perdere la verginità. Questo era uno dei motivi principali per cui non le parlavo mai dei miei sogni poco casti che comprendevano Chase Sundale o qualsiasi attore sexy che mi capitasse di ammirare in qualche film.

Pensare che non le avevo neanche detto di non essere più vergine. In effetti prima o poi avrei dovuto parlargliene, anche se probabilmente mi avrebbe considerata figlia del diavolo per circa una settimana per aver osato fare sesso senza essere sposata.

Sospirai, un po’ per le continue incomprensioni tra me e Sylvia, un po’ perché quella maledetta maglietta degli Avenged Sevenfold a Chase Sundale stava dannatamente bene e metteva in mostra il suo fisico asciutto e ben allenato.

Mi arrischiai ad alzare lo sguardo fino alla sua bocca e arrossii di colpo. Accidenti a lui! Possibile che si dovesse passare la lingua sulle labbra proprio quando io stavo guardando? Ma non aveva un po’ di pudore?

Abbassai lo sguardo, conscia di averlo guardato troppo a lungo e mi concentrai sul libro di fisica aperto davanti a me, dove il titolo: “Primo principio della dinamica” mi invogliava a interessarmi.

In quel momento della fisica non avrebbe potuto importarmene di meno, soprattutto perché forse avevo scoperto dove teneva nascosto il quarto piercing: possibile che quel bagliore argenteo che avevo scorto mentre si inumidiva le labbra provenisse proprio dalla sua lingua?

Ci rimuginai a lungo, perdendomi le spiegazioni del professore e ignorando caldamente il mio compagno di banco che continuava a passarsi la manica della camicia sotto il naso e a starnutire, sperando che non mi passasse nessuna malattia, rimando per precauzione il più possibile lontano da lui.

Chase era davvero troppo diverso da me, dovevo smettere di pensare a lui e a quanto fosse sexy, a quanto mi facesse impazzire e…

Eh, basta!

Mi presi il viso tra le mani e ve lo seppellii per un po’, nascondendo il sorriso idiota che mi era comparso sul viso.

Se mai avessi portato a casa un ragazzo come Chase Sundale, mio padre avrebbe tirato fuori il vecchio fucile di nonno Hank e gliel’avrebbe puntato contro senza mostrare nemmeno un briciolo di pietà, mentre mamma sarebbe semplicemente scoppiata a piangere, dicendo che non mi riconosceva più…

Ecco: Sylvia si poteva definire come una copia più giovane di mia mamma, sicuramente avrebbero fatto la stessa scenata se avessi detto loro della mia perduta verginità o di chi fosse stato a “rubarmela”.

Disseppellii il mio viso e, con orrore, vidi il professor Rolcher fissarmi con uno sguardo pieno di rimprovero dalla sua postazione dietro la cattedra: «Signorina Gail, pensa di poter prestare attenzione alla lezione di oggi? O vuole che le vada a prendere un caffè?»

Arrossii come non mai, ignorando tutti gli sguardi dei miei compagni, tranne uno.

Chase Sundale mi stava guardando con un sopracciglio sollevato, i suoi occhi color nocciola illuminati da una luce di divertimento, mentre io lo stavo fulminando con lo sguardo, come se volessi fargli sapere che il motivo della mia distrazione era proprio lui.

«Bene, ora torniamo a fare lezione», disse il professore, richiamando l’attenzione di tutti gli studenti, compreso quella di Chase che, prima di voltarsi, mi fece l’occhiolino.

Mi sciolsi, letteralmente, sul banco, fingendo di fare attenzione alla lezione, mentre in realtà continuavo a chiedermi cosa volesse dire il gesto di quello strano ragazzo.

Non che io fossi del tutto normale; in effetti da questo punto di vista ci assomigliavamo abbastanza ma per quanto riguardava il resto eravamo davvero diversi.

La sua pelle era lattea, la mia mulatta; il suo fisico era asciutto e allenato, i miei muscoli invece erano nascosti da uno strato di ciccia nient’affatto trascurabile; lui era alto un metro e ottanta abbondante, io raggiungevo a malapena il metro e sessanta; lui era pieno di piercing e tatuaggi, io avrei dovuto aspettare (come minimo) di andarmene di casa prima di poter fare del mio corpo quel che volevo; lui amava l’hard rock, io mi scioglievo ad ogni canzone commerciale che parlasse d’amore; lui sfogliava riviste automobilistiche, io divoravo romanzi rosa come se fossero pop corn; lui amava le materie scientifiche, io quelle letterarie; lui era nella squadra di football della scuola, io non possedevo la minima coordinazione necessaria per svolgere un qualsiasi tipo di sport; lui era circondato da amici, io ne avevo una; lui…

Scossi la testa. Basta pensare a lui e a quanto fossimo diversi, in questo modo non facevo altro che perdere tempo inutilmente.

Al suono della campanella un coro di Alleluia invase la mia mente mezza addormentata. Quella lezione era la peggiore di tutta la giornata e non solo perché odiavo la fisica in maniera viscerale, ma anche perché, essendo l’unica ora che condividevo con Chase Sundale, la mia concentrazione era per il 99,9% destinata a lui e solo un misero 0,1% alla lezione del professor Rolcher.

Raccolsi in fretta e furia libro e astuccio, perfettamente conscia che se non mi fossi data una mossa avrei rischiato di non trovare posti a sedere in mensa.

La mia pessima coordinazione occhio-mano pensò bene di dare una dimostrazione di quanti danni potesse provocare in due secondi, facendomi scivolare dalle dita l’astuccio, che sparse il suo contenuto sul pavimento dell’aula.

Rimasi un secondo o due imbambolata a guardare tutte le penne e le matite a terra prima di lasciarmi cadere a terra in ginocchio e di iniziare a raccogliere tutto.

Tutti gli studenti, nessuno escluso, uscirono dall’aula ignorandomi, compreso il professor Rolcher, che dopo avermi salutato con uno scocciato: «Buona giornata», scomparve chiudendosi la porta alle spalle.

Assottigliai lo sguardo mentre sbattevo, accidentalmente, in modo violento nell’astuccio ogni matita che raccoglievo.

«Perfetto», borbottai tra me e me, dando prova di quanto la mia sanità mentale fosse solida: «Ora mi toccherà fare una coda infinita prima di poter avere il pranzo e…», alzai lo sguardo, immobilizzandomi un istante, prima di tornare a borbottare: «Ci mancava solo che il professor Rolcher dimenticasse la giacca. E ora che faccio? Vado a cercarlo per dargliela?»

«A chi vuoi darla?»

Sussultai al suono di quella voce, rimanendo con la bocca spalancata, un po’ per la rabbia causata da quell’insinuazione stupida, un po’ perché avevo riconosciuto perfettamente a chi apparteneva quella voce.

Alzai nuovamente lo sguardo e vidi Chase Sundale appoggiato alla porta dell’aula chiusa dietro di lui e una strana sensazione di déjà-vu mi fece arrossire.

«Che ci fai tu qui?», chiesi, alzandomi con l’astuccio ben riempito e chiuso in mano.

«Dobbiamo parlare», disse con tono di voce serio.

Sbarrai appena gli occhi: «E cosa dovremmo dirci? Non ci siamo mai parlati!»

«Pensi che durante la festa di Garrett fossi troppo ubriaco per ricordarmi cosa abbiamo fatto?»

Il rossore sulle mie guance aumentò in modo imbarazzante, mentre brandivo l’astuccio come un’arma e gliela puntavo contro con mano tremante: «Di cosa vuoi parlare? È stato un errore».

Ecco, l’avevo fatto: avevo mentito a Chase Sundale.

Cosa si aspettava? Che gli cadessi ai piedi e gli dicessi che quella passata insieme era stata la più bella notte della mia vita? Che mentre facevamo l’amore mi sentivo dilaniata dal pensiero che poi lui non si sarebbe ricordato di nulla?

Ero una ragazza, ma non una stupida.

Sapevo che per ragazzi come lui fare sesso con la prima che capitava non era niente di straordinario e non volevo umiliarmi ulteriormente facendogli capire quanto in realtà io avessi voluto che quella notte passata insieme non giungesse mai al termine.

“Siamo troppo diversi, siamo troppo diversi…”, continuavo a ripetermi, guardando la mia pelle scura, quella stessa pelle che mi aveva costretta a stare in disparte per la maggior parte della mia vita.

Quella pelle che di sicuro lui non avrebbe mai accettato.

«Il più bell’errore della mia vita», disse, avvicinandosi: «Eravamo entrambi ubriachi, ma da quel che ricordo mi è piaciuto parlare con te».

L’umiliazione che quelle parole mi fecero provare mi portò a un passo dalle lacrime.

“Parlare? Parlare?!” continuavo a ripetermi in testa, mentre chiudevo le mani pugno: “Tutto quello che si ricordava era di aver parlato con me?!”

«Ed è stato ancora più bello fare l’amore insieme».

Quella parole mi fecero rilassare appena, prima di sentire di nuovo una fitta di dolore, mentre provavo in tutti i modi a non sciogliermi alle sue parole, ma di analizzare tutti i fatti con mente lucida.

“L’amore? Noi non avevamo fatto l’amore! Avevamo fatto sesso e se dovevo dire la mia era stato anche abbastanza squallido! Non l’avevo neanche visto tutto nudo, santo cielo! Si era semplicemente abbassato i pantaloni, aveva alzato il mio vestito e poi fatto i suoi porci comodi!”

Per quanto continuassi a ripeterlo però non riuscivo a convincere me stessa e questo mi dava sui nervi; perché, anche se continuavo a lamentarmi, non era vero che era stato squallido. Lui era stato dolce e io mi ero sciolta tra le sue braccia senza pensare a nulla. Non mi pentivo affatto di aver perso la verginità con lui, ma dovevo evitare di lasciarmi coinvolgere troppo, altrimenti avrei rischiato di soffrire inutilmente…

«Penso che abbiamo ricordi diversi della stessa serata», dissi, chiedendomi se non avessi dovuto semplicemente mandarlo a stendere ed andarmene.

«Oh, non penso», sussurrò.

Mi resi conto di quanto fosse vicino solo quando la sua mano si chiuse intorno all’astuccio, levandomelo di mano e posandolo sul mio banco.

«Eravamo ubriachi ed è stato tutto piuttosto confuso, ma so che non è stato un errore. Tu mi piaci».

Spalancai la bocca, mentre il disco rotto che avevo in testa e che continuava a ripetere: “Troppo diversi, troppo diversi, troppo diversi” andava affievolendosi fino a zittirsi.

«Io t-ti piaccio?», balbettai, prima di sospirare: «Hai perso una scommessa vero? È per questo che ora devi fingere di provare qualcosa per me?»

Questa volta fu il suo turno di rimanere a bocca aperta: «Ma certo che no! Tu mi piaci veramente!»

«Siamo troppo diversi», mi lasciai scappare, prima di tapparmi la bocca con entrambe le mani.

«Troppo diversi?», ripeté, squadrandomi da capo a piedi: «Probabile», acconsentì, prima di afferrarmi le mani e di scostarmele dalle labbra: «Ma è una settimana che ti sogno».

Era troppo romantico, quasi più di tutti i romanzi rosa che avevo letto nell’ultimo periodo.

«Mi dispiace, Ginger», sussurrò, facendomi rabbrividire al ricordo di come avesse pronunciato il mio nome quando avevamo fatto l’amore: «Vorrei tornare indietro nel tempo per comportarmi in modo diverso».

«Diverso?», ripetei, chiedendomi a cosa si riferisse.

«Sì, sarei rimasto con te tutta la notte, non sarei fuggito come un ladro lasciandoti sola… me ne sono andato perché avevo paura, paura di quanto mi fosse piaciuto stare con te…»

«Davvero ti ricordi anche di quando abbiamo parlato?», gli chiesi, lasciandogli la possibilità di stringere le sue dita tra le mie.

«Certo! Quella sera avevo bevuto solo tre birre, ero più che cosciente di ciò che facevo. Tu invece?», domandò, appoggiando la fronte contro la mia, così da permettermi di sentire con più chiarezza l’odore di bucato misto a quello della sua pelle.

«Io mi ero lasciata tentare solo da un po’ di succo di pera, ma non so cosa c’era lì dentro. La prossima volta dovrò fare più attenzione», ammisi, vedendolo sorridere.

«Bene, ora che ne diresti di fare un patto io e te?», mi chiese, prendendomi alla sprovvista.

«Un patto?»

Questa sì che era una conversazione diversa dal solito.

«Il patto consiste nello stare insieme, io e te, per un po’ di tempo… diciamo una settimana per vedere come va. Tu che dici?»

«Mi stai chiedendo di essere la tua ragazza temporanea?», il modo in cui mi stava proponendo di stare insieme non era uno dei migliori, ma cosa pretendevo da un ragazzo che ascoltava musica piena di urla e insulti?

Lui sorrise, baciandomi a fior di labbra: «No, ho cambiato idea».

Aggrottai le sopracciglia: altro che conversazione diversa dal solito, se continuava con questo tira e molla avrei finito coll’impazzire.

«Voglio che tu si la mia ragazza a tempo indeterminato. Ti voglio mia e solo mia».

A quelle parole sentii chiaramente un sorriso da ebete comparirmi in viso: «Bene, perché anche io voglio che tu sia mio e solo mio», ammisi, baciandolo a mia volta.

Totalmente dimentica del pranzo e del fatto che avrei finito col mangiare in piedi, non lo fermai quando approfondì il bacio, permettendomi di sentire chiaramente il piercing che aveva sulla lingua a contatto con la mia.

Quando appoggiò con fin troppa fretta una mano sul mio seno, mi ritrassi: «Non sono abbastanza ubriaca», gli dissi, facendogli l’occhiolino.

Ridemmo insieme della mia battuta e durante i due baci successivi Chase tenne le mani a posto.

La cantilena che mi metteva in guardia sulla nostra diversità e sul fatto che mia mamma sarebbe svenuta se avesse visto una scena del genere, era scomparsa del tutto, evaporata nel nulla.

Non che non sapessi perfettamente di essere l’esatto opposto di Chase, ma in quel momento non me ne importava nulla.

«È severamente vietato dalle regole della scuola avere appuntamenti romantici all’interno dell’edificio scolastico», la voce del professor Rolcher ci fece sussultare e allontanare in meno di un secondo.

Ero più rossa di un pomodoro ben maturo, mentre Chase sorrideva, facendomi l’occhiolino. Il suo comportamento infantile mi fece, malgrado tutto, ridere sotto i baffi.

«Non succederà più, professore, ci scusi» disse il mio ragazzo, afferrando i miei libri, mentre consegnava a me l’astuccio.

«Per questa volta farò finta di non aver visto niente», disse il signor Rolcher, afferrando la sua giacca: «Non dovreste essere in mensa?»

«Ci andiamo subito», assicurai: «Buona giornata».

Spinsi con poca grazia Chase fuori dall’aula e una volta arrivati al mio armadietto ritirai subito tutti i volumi e l’astuccio, mentre lui se ne stava tranquillo mezzo appoggiato alla parete accanto a me.

«Hai fame?», mi chiese con un radioso sorriso stampato in faccia.

«Molta», confessai, facendogli l’occhiolino.

Mentre ci avviavamo alla mensa mano nella mano mi sentii la ragazza più felice del mondo.

Anche se la settimana appena trascorsa era stata la più orribile della mia vita, dato che avevo avuto per tutto il tempo il dubbio che lui non si ricordasse della notte passata insieme, ora potevo finalmente tirare un sospiro di sollievo e rilassarmi.

«Quella sera non avevi il piercing alla lingua», gli dissi, anche se dall’intonazione della frase sembrava che gli avessi posto una domanda.

«No, l’avevo tolto… Perché? Ti dà fastidio?»

Arrossii alle sue parole.

E ora come facevo, senza sembrare una pervertita, a dirgli che in realtà quello stupido ferretto nella lingua mi eccitava come non mai? E che non facevo altro che immaginarmi come sarebbe stato sentirlo a contatto con il resto della mia pelle?

«No, no», dissi, nascondendo il mio imbarazzo dietro un tono di voce tranquillo.

«Sai, penso che tu non abbia del tutto ragione».

«Su cosa?», chiesi, sperando che la parentesi “piercing alla lingua” fosse chiusa.

«In fondo non siamo molto diversi».

Sorrisi alle sue parole, mentre lanciavo un’occhiata ai miei sobri jeans chiari e al golfino color pesca che indossavo, per poi spostare lo sguardo sulla sua maglietta nera, dove c’era disegnato un teschio con le ali.

«Tu dici?», chiesi con tono ironico.

Lui seguì il mio sguardo e sorrise: «Intendevo interiormente».

«Oh, come fai a dirlo?»

Avvicinò le labbra al mio orecchio: «Lo dico perché so perfettamente a cosa hai pensato mentre parlavamo del mio piercing e posso assicurarti che ho pensato lo stesso».

Tornai ad arrossire: «E cosa avrei pensato?»

Non mi rispose, continuando a guidarmi fino alla mensa, dove, afferrati dei vassoi e qualcosa di commestibile fummo costretti a uscire in cortile per occupare uno dei tavoli da pic-nic, quasi del tutto vuoti, a causa delle nuvole grigie che oscuravano il cielo.

«Stavi pensando a come sarebbe stato sentire il piercing in altre parti del tuo corpo… e io non vedo l’ora di assaggiare ogni centimetro della tua pelle, per vedere quanto riesco a farti urlare forte».

Arrossii di colpo e, come reazione all’imbarazzo, la coordinazione occhio-mano tornò a fare cilecca e se non fosse stato per lui avrei rovesciato l’intero vassoio per terra, ma per fortuna i suoi riflessi non lasciavano a desiderare quanto i miei e gli permisero di salvare il mio pranzo.

Si mise immediatamente a ridere e io lo seguii a ruota.

Non ero mai stata tanto felice in vita mia.

 

Due settimane dopo

 

«Gingin, ti conviene dire al più presto ai tuoi genitori che hai un ragazzo, non puoi sempre usarmi come capro espiatorio per passare le giornate con Sundale».

La voce della mia migliore amica mi fece sospirare. Sapevo che aveva ragione, ma sapevo anche come avrebbero reagito mamma e papà e per il momento preferivo continuare a fingere di essere single ai loro occhi.

Se Sylvia, come avevo previsto, mi aveva considerata il diavolo in persona per qualche giorno, non osavo immaginare la furia dei miei genitori che mi avrebbero voluta felicemente sposata col figlio della vicina di casa: “Un bravo ragazzo con la testa sulle spalle”, come dicevano loro.

«Magari lo presento ai miei la sera del ballo di fine anno», dissi, aiutando la mia amica a dosare gli ingredienti per l’esperimento di chimica.

«Ma mancano ancora cinque mesi!», esclamò Sylvia, facendo voltare verso di noi la professoressa Mars che ci lanciò uno dei suoi sguardi indagatori.

Rimanemmo zitte per qualche secondo, prima che la mia amica tornasse all’attacco: «Fidati, è meglio se confessi tutto al più presto!»

«Non ho voglia di confrontarmi coi miei, soprattutto da quando mamma ha perso il lavoro; è diventata isterica», ammisi, ricordando con orrore le sue scenate se ritardavo di qualche minuto nel tornare a casa la sera.

«Ma io intendevo di confessare i tuoi peccati a Dio».

Sospirai.

Ecco che la parte religiosa e puritana di Sylvia faceva il suo ingresso nella conversazione.

«Mi dovrei confessare?», chiesi confusa: «Ma se non metto piede in chiesa da mesi! Il prete mi riderebbe in faccia», non le permisi di rispondermi e continuai a parlare: «E poi cosa dovrei confessare? Di essermi innamorata?»

«Guarda che fornicare prima del matrimonio è peccato.»

Alzai gli occhi al cielo e mi beccai un becker contro il braccio: «Ahi!»

Per fortuna la professoressa sembrava intenta a sgridare un paio di nostri compagni più in là e non si accorse del nostro litigio.

«E comunque uno dei compiti del prete è accogliere sempre le pecorelle smarrite come te», aggiunse.

Alzai gli occhi al cielo, ma non dissi nulla, non volevo incoraggiare la continuazione di quella conversazione.

Rimanemmo un po’ in silenzio, seguendo ogni punto dell’esperimento e, giungendo al termine di esso, potemmo vedere il DNA di una banana galleggiare in un liquido giallognolo.

«Gingin?», mi chiamò Sylvia, facendomi voltare verso di sé.

«Sì?», chiesi, notando la sua espressione corrucciata.

«Tu e Sundale siete così diversi… Questo non vi porta a litigare spesso?»

Sorrisi, passandole una mano intorno alle spalle mi avvicinai al suo orecchio, quasi le stessi confessando un segreto: «Può non sembrare, ma in realtà abbiamo scoperto di avere molte cose in comune… e poi comunque gli opposti si attraggono, no?»

Sylvia annuì, come se stesse elaborando le informazioni che le stavo dando.

«È ovvio che litighiamo», continuai: «E molte volte vorrei picchiarlo a sangue per le stupidate che dice, ma la parte migliore del litigio è fare pace subito dopo».

Le feci l’occhiolino e la vidi fare una piccola smorfia, prima di sorridermi.

In fondo anche Sylvia e io eravamo molto diverse, sia fisicamente che caratterialmente, ma il mondo è bello perché vario e non avrei scambiato l’affetto tra me e lei o l’amore tra me e Chase per nulla al mondo.

 

 

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