Capitolo 5 – Genesi di una disavventura

Di Samuel Nese

Stranamente, quella notte non dormii lieto, anzi feci fatica a chiudere occhio, i miei pensieri vorticavano interrogandomi sulla moralità delle mie azioni. La tirannia del reggente garantiva una stabilità politica molto solida, ma il prezzo da pagare era la fame del mio popolo e la negazione della libertà. Doveva proteggere quella gente, non soverchiarla. Pretendeva di governare da solo in un feudo in cui non era necessario. La società era indipendente da generazioni, tutto veniva deciso dalla comunità e l’unico compito del cavaliere consisteva nella protezione del popolo. Ciò non coincideva con l’operato del reggente, che riuscì a decimare la popolazione provocando carestie e moltiplicando la mortalità infantile. Nonostante ciò avevo cacciato il padre della mia seconda sorella. Sarebbe stato difficile colmare quel vuoto ma io, l’altra nostra sorella e nostra madre avremmo fatto l’impossibile per farla sentire sempre amata.

Mi destai all’alba in preda all’emicrania, il cielo rossastro irradiava serenità e, nonostante l’orribile notte lasciata alle spalle, credevo che sarebbe stato l’inizio della nostra rinascita. Tuttavia era la genesi della mia disavventura; corsi nella stanza di mia sorella più piccola, convinto di aver udito dei singhiozzi. Lì trovai mia madre piangere seduta sul bordo del letto della figlia stranamente assente. Non avevo mai visto così tanta tristezza nel suo viso, inizialmente non compresi il motivo del suo pianto, complice la mia mente stanca dopo quella nottataccia, poi vidi la lettera gettata a terra, la lessi in fretta senza riflettere. Sapevo che non poteva essere stata mia sorella a scriverla, perché ancora incapace di scrivere o leggere. Il contenuto voleva riferire un addio alla famiglia e la sua volontà di rimanere col padre, tuttavia la circostanza era fin troppo sospetta. Giusto il giorno prima eravamo riusciti a tranquillizzare la fanciulla riguardo al futuro della famiglia, mentre ora quella lettera affermava esattamente il contrario di ciò che avevamo inteso.

Non m’interessava chi avesse scritto quella lettera. La partenza del reggente avvenne la notte stessa senza che noi lo sapessimo, ciò lo ritenevo un grave errore, senza la nostra presenza non avremmo mai saputo se il contenuto della lettera fosse veritiero. I pianti di mia madre mi straziavano il cuore, mentre i miei sentimenti ostili verso il vecchio reggente si trasformarono in odio viscerale e giurai a me stesso che sarebbe perito per mano mia. Decisi di partire, seppur in preda in preda alla rabbia che m’impediva il raziocinio.

Mia madre tentò di convincermi a desistere, io mentii affermando che desideravo solamente udire le rivelazioni citate nella lettera direttamente da mia sorella e poi sarei tornato indietro, per sicurezza avrei portato con me una spada in caso di attacco da parte di qualche brigante. Purtroppo il mio equipaggiamento era logoro, così decisi di recarmi dall’unico fabbro del cavalierato, in cerca di qualcosa in grado di proteggermi; fortunatamente le armi destinate ai soldati per la battaglia nella valle desertica non erano ancora tutte fuse. Quindi presi l’unica arma che si sarebbe potuta adattare al mio stile di combattimento: una spada bastarda, venni sorpreso dalla sua insolita leggerezza, avrebbe sostituito egregiamente la spada lunga al mio fianco, quasi inutile data l’accentuata smussatura della lama.

Stavo sistemando tutto l’occorrente per la partenza sul mio cavallo, quando la mia prima sorella si presentò davanti a me per salutarmi e notò la spada. Intuì immediatamente le mie intenzioni supplicandomi di desistere, perché avrei spezzato il cuore della piccola e reso la sua vita un inferno, cosa che avrebbe fatto soffrire pure nostra madre; inoltre aggiunse che nostro padre non avrebbe mai reagito in quel modo. Ma io non ero mio padre, glielo dissi apertamente, aggiungendo che non volevo essere paragonato a lui. Era mio dovere proteggere la famiglia e il vecchio reggente non ne faceva parte. Ma lei volle insistere facendomi notare ch’egli apparteneva a quella della piccola.

Non conoscevo la strada, ma l’avrei scoperta da solo. Quando il capo delle guardie mi vide in procinto di partire volle offrirmi il suo aiuto, sulle prime rifiutai, ma poi mi convinsi a mettere insieme un piccolo ma valido gruppo, perché, se davvero si trattava di un rapimento, non avrei avuto vita facile all’inseguimento del vecchio reggente e fortunatamente uno dei nostri compagni conosceva la strada per la nostra destinazione. Non volli promettere a mia sorella che avrei risparmiato la vita di quell’uomo. Quindi ci mettemmo in marcia; non avevamo cavalli adatti alla battaglia, infatti ne eravamo privi anche durante l’incontro con l’imperatore, ma fummo in grado di trovarne altri tre adatti ad affrontare il viaggio.

Lasciai il mio feudo, ignaro che la mia vera storia stava per cominciare.

 

 

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