La notte di San Lorenzo

Di Alfredo Betocchi

Su una collina vicino a Firenze,  si trova un grande prato che tanto tempo prima era un bosco di olivi. Adesso quasi tutte le piante non ci sono più e il prato è ampio e vuoto. Su due lati, est e sud, sono state costruite delle case che vi si affacciano, mentre a nord esso confina con il frutteto di una fattoria, oltre la quale inizia a salire il gradiente di un Monte. Ad ovest ci sono campi da bocce e da tennis. Un quarto del prato è stranamente sterrato. E’ la parte chiamata  “il Campo”, dove noi bambini più grandicelli andiamo a giocare a calcio nel pomeriggio, sia che si fossero finiti i compiti della scuola che no.

Oggi è il 10 agosto ed è pomeriggio inoltrato. Il sole cocente inizia a indebolire i suoi raggi e a sbadigliare insonnolito, mentre gli uccelli volano bassi in cerca del nido.

Pochi radi alberi sono rimasti ai bordi del prato e alla loro ombra le mamme, con i bambini più piccoli, fanno la maglia e chiacchierano di mariti, di figli, d’asilo e di cucina o spettegolano sulla moda delle loro amiche. Le femmine giocano con la palla o con le bambole riunite sotto un abete, ridendo e piangendo talvolta per un nonnulla. I babbi ed i fratelli grandi giocano, invece, a bocce o fanno una partita a tennis sui campi rossi attrezzati,  gridando punteggi e avvertimenti agli avversari e giurando che sono i più bravi e che di sicuro vinceranno.

Sulla parte sterrata del Campo, noi maschi ci riuniamo per la consueta partita a calcio. Mettiamo due sassi per segnare le porte, mentre d’inverno ci bastano i nostri cappotti. Formiamo due squadre di cinque o sei bambini, alcuni più piccoli, altri più grandicelli. Io gioco di solito con Franco, Giacomo e Andrea, detto “gnagno”, perchè parla col naso per via di un difetto di nascita alle adenoidi, che a noi fa tanto ridere. Il più piccolo ha solo sei anni e si chiama Tonino. Col pallone è veramente fantastico. E’ un vero campione, agile e così svelto che nessuno gli sta dietro. Dribbla la palla da vero giocatore, corre, finta e si lancia verso la porta. Il povero portiere, quando lo vede arrivare, si sente una schiappa, trema tutto e sgrana gli occhi dalla paura. Il risultato è sempre lo stesso: un tiro imprendibile e Tonino, come sempre, diventa l’eroe della giornata.

Io sono solo un terzino ma, più che altro, corro dietro alla palla senza quasi mai raggiungerla e gli avversari, per andare in porta, il più delle volte mi spingono malamente, facendomi cadere rovinosamente in terra. Allora piango, protesto, ma è tutto inutile, la partita prosegue imperterrita senza di me e l’arbitro, se c’è, fa finta di nulla. 

   Quella sera d’agosto, pochi minuti prima delle otto, finita di giocare la partita, sudati e sporchi di polvere ci sediamo sul prato per riposarci. Qualcuno è felice per la vittoria, gli altri borbottano e recriminano per i falli subiti e non concessi. Franco, il più grande ed anche il più monello, ci guarda con un’aria da bulletto un po’ furbino, poi ci fa:

“Si va a rubare un po’ di pere dal contadino?” Noi ci guardiamo l’un l’altro, sorridendo, leccandoci le labbra al pensiero della scorpacciata delle dolci pere mature che faremo, in barba a quell’antipatico e tirchio padrone del terreno vicino. 

Il contadino in questione abita, con la famiglia, in una cascina a confine del “nostro Campo”. L’edificio è stato costruito intorno ad un’antica torre di guardia, come ce ne sono tante nelle campagne intorno Firenze le quali, nel medioevo, erano utilizzate per guardare lontano, in cerca di eserciti nemici.

Il pover’uomo ha la colpa di avere un bellissimo frutteto, quasi tutto di peri, e spesso viene fatto oggetto da parte nostra di raids di ruberie e di vandalismi. La proposta di Franco, com’è ovvio, viene accolta entusiasticamente da tutti.

Al più piccolo, Tonino, tocca salire sull’albero e gettare agli amici le pere raccolte.

D’un tratto, da un balcone di una casa che s’affaccia sul Campo, una voce potente e lontana ci coglie impreparati:

“Tonino, la mamma ha detto di venire a casa, che è tardi! Sono le otto!”

Sua sorella …  no, non quella bella che piace a tutti i ragazzi del quartiere, ma l’altra, quella brutta con un occhio storto, lo chiama dal terrazzo con una gran voce da soprano. Tonino guarda la sorella poi il prato con le pere infine, a malincuore, ci saluta avviandosi al piccolo trotto verso casa.

Che disdetta! Adesso il più piccolo sono io, perciò toccherà a me salire sull’albero di pere. Non sono molto coraggioso, ma forse, con l’aiuto degli altri bambini più grandi, non sarà poi molto difficile. Il buio si fa più fitto. Nel Campo non c’è più nessuno. Le mamme ed i bambini sono tornati a casa già da un po’ di tempo.

Con passo lento ci dirigiamo verso il frutteto, cercando di fare meno rumore possibile. Tra il Campo ed i peri c’è una rete metallica molto arrugginita, ormai rotta in più punti, per i troppi furti di noi monelli.

Così è facile alzarne un bordo e passare sotto senza ferirsi la schiena e le braccia.

Siamo rimasti solamente in quattro, i più sfacciati e coraggiosi.

Ci avviciniamo silenziosamente verso il più grande degli alberi poi Franco e Giacomo mi afferrano per la vita e le gambe, mentre “Gnagno” mi spinge per il sedere. “Piano, piano, che mi fate male!”, li apostrofo sgarbatamente.

“Stai zitto, cretino, che ci sente il contadino!” mi risponde Franco infuriato. Finalmente riesco ad issarmi, non senza aver lasciato buona parte della pelle delle ginocchia sul tronco dell’albero.

Mi sono appena accomodato a sedere che “Gnagno”, a voce alta, fa:

“Olè, ora si mangia!” rimediando un sonoro scapaccione da Franco, inviperito per il chiasso. Io spero che il contadino, oltre che gabbato sia anche un po’ sordo, invece dopo pochi minuti, eccolo che spalanca con un tonfo la porta di casa maledicendoci ed inveendo, brandendo uno schioppo vecchio di almeno cent’anni. Non faccio neppure in tempo a lanciare agli amici tre pere … “Disgraziati!!” grida, “Ladruncoli! Ve lo faccio vedere io!” e così dicendo, esplode un colpo in aria con il fucile a pallini. Fuggi fuggi generale. Ossia tutti, meno il sottoscritto. Terrorizzato dalla scena, rimango inchiodato sul ramo, tremante di paura e di vergogna per la figura che avrei fatto davanti ai miei genitori, quando l’avessero saputo. Abbraccio il ramo e resto immobile con lo stomaco rattrappito dalla paura. Il contadino, per fortuna, con quel buio non mi vede e tira dritto, fermandosi davanti alla rete ed imprecando verso i fuggitivi. Dopo un po’, mugugnando tra sé: “Un giorno o l’altro, cambierò questa rete e ci voglio mettere anche la corrente, così vedremo poi se riusciranno a bucarla ancora … porco qua, porco là …” si allontana e rientra nella cascina, sbatacchiando di nuovo il povero portone, già malandato dal tempo.

Con il cuore in tumulto, lascio passare un po’ di tempo poi, spossato dalla forte emozione, mi appisolo un momento. La notte è buia, sono quasi le nove ed i miei genitori, a quest’ora, mi staranno cercando. Alzo gli occhi al cielo e, per la prima volta in vita mia, vedo il firmamento stellato. La sera sono a casa e non ho mai l’occasione di guardare fuori della finestra. Lo spettacolo mi affascina. Guardo le stelle, grandi e piccine, colorate e mi sembra che mi strizzino l’occhio e mi dicano: “Ti è andata bene, birbante!” Lentamente, il cielo si copre di centinaia di fili d’argento, striati sul nero dello sfondo. Appaiono e scompaiono senza sosta, come fuochi artificiali alla festa di San Giovanni. Lunghi o corti, scintillano un momento poi spariscono all’improvviso. A bocca aperta, guardo quello spettacolo meraviglioso e mi dimentico di tutto: della partita, degli amici, del contadino armato e perfino di mia mamma che mi cerca disperata. Poi, lentamente, con attenzione, scendo dal ramo, strisciandomi i gomiti sulla dura scorza del pero, ma non mi importa. La grandiosa scenografia celeste continua senza sosta ed io, ancora col naso all’insù e la bocca aperta, mi godo quell’inatteso, meraviglioso evento. All’improvviso, prendo una fatale decisione:   

“Da grande, farò l’Astronauta, così potrò andare lassù e tuffarmi senza paura tra quelle preziose stringhe d’argento, ballando e sgusciando tra l’una e l’altra senza sosta. Esse mi accarezzeranno e mi baceranno contente di avere un compagno di giochi, lassù nella loro nera e solitaria dimora. Saranno allegre e scoppietteranno intorno a me, garrule come uccellini …” Pam! Un violento scappellotto mi riporta alla realtà. Mi giro per vedere chi è. Non è né il contadino furioso né mia mamma preoccupata per la mia assenza. Sgrano gli occhi, al buio ormai quasi totale della sera, e vedo un oggetto bianco, luminoso, scintillante che ondeggia a un metro da terra. Lì per lì, non mi rendo conto della situazione né della natura dell’oggetto che mi sta davanti. Questo oscilla lentamente come un pendolo.

Quella strana visione m’incanta per lunghi minuti, poi mi sento come risucchiare dentro quella lente lucente. Incomincia a girarmi la testa e mi sembra di perdere l’equilibrio. Cerco istintivamente di afferrarmi all’albero, ma questo non c’è più. Sento solo il vuoto sotto le mani. I miei piedi non sentono più l’erba del prato. Uno stordimento strano avvolge i miei sensi. Non che mi senta male, ma odo come un vuoto intorno a me, un vuoto inquietante. I miei sensi non rispondono più. Non sento nessun odore particolare. Ho gli occhi semi chiusi e nulla tocca il mio corpo. Una manciata di minuti dopo, non so quanti, cerco di riaprire gli occhi. Intravedo il solito lattescente chiarore, ma mi sforzo di aprirli di più. Adesso mi sento più calmo e la paura è passata. Spalanco completamente gli occhi e vedo un ambiente ovoidale totalmente bianco, pulito, senza alcuna apertura. Mi guardo intorno e sulle pareti che mi circondano non vedo nessuna fessura, nessuna porta o finestra. Allungo lentamente e prudentemente una mano per toccare quella superficie.  E’ liscia, fredda, ma non gelata, senza alcuna protuberanza.

Penso tra me: “Sono cascato dall’albero e mi hanno portato all’ospedale.

Forse questa volta mi salvo dagli scapaccioni del babbo!” Mi tocco la testa e le braccia. Mi piego e mi tasto le gambe. A parte le sbucciature procurate nel salire e nello scendere dall’albero, non constato altre ferite. Non sento nessun male.

Tiro un sospiro di sollievo e mi sento improvvisamente stanco. Mi accovaccio sulle gambe e comincio a guardarmi più attentamente intorno. Non vedo altro che una parete bianca, lucida, pulita. Un vago senso di angoscia e di abbandono mi prende lo stomaco, ma non vedo pericoli immediati. Passano ancora lunghi minuti d’attesa, poi una piccola, sfavillante luce rossa s’accende sulla parete davanti a me.

Guardo incuriosito e un poco spaventato quella lucina che ballonzola dispettosa e non so cosa pensare. Non si sente nessun rumore. Gli orecchi riportano solo il suono del silenzio. La luce continua imperterrita il suo strano balletto. Ad un tratto, un lato della parete scivola su quella dinanzi a me e mi appare il più fantastico spettacolo che occhio umano abbia mai visto. Il firmamento nero è attraversato da migliaia, che dico, milioni di strisce bianche, brillanti che cadono e spariscono dalla mia vista. Mi sporgo e tocco lievemente il vetro che mi divide dall’esterno. E’ freddo al tatto e m’immagino che fuori, nello spazio, sia parecchi gradi sotto lo zero.

Un lieve sospiro mi sorprende mentre, rapito, guardo il meraviglioso spettacolo esterno. Mi giro e vedo un esserino minuscolo, grazioso, che mi guarda con curiosità. Sembra un ragazzino, ma le dimensioni sono come quelle degli abitanti di Lilliput. Ha un ciuffetto di capelli nerissimi sopra la testa. Due occhi brillano sul suo viso di bambola. I piedi e le gambe starebbero bene a Big Jim. Ha un viso piacevole e sorridente. Con una mano mi porge un oggetto a forma di bastoncino di colore nero e argento. Sembra una penna. Lo prendo delicatamente con due dita ed aspetto che mi faccia capire cosa ci devo fare. Lui mi sorride di nuovo ed indica il minuscolo oggetto. Lo osservo da vicino e mi accorgo che su di esso è arrotolata una lunga cordicella nera. La srotolo pian piano e lo guardo con aria interrogativa. Il piccoletto mi fa cenno di indossarlo a mo’ di collanina. Lo metto ed improvvisamente sento l’aria intorno a me fischiare.

“Hai visto? Adesso puoi sentirmi!” dice. Non mi pare vero di riuscire a capirlo. Lo guardo adesso con altri occhi, quasi fosse un mio compagno di giochi. Lui continua a sorridermi, come per invitarmi a rispondergli:

“Si, ora ti capisco!” Mille domande mi affiorano sulle labbra: chi è? come si chiama? da dove viene?

Il lillipuziano inizia a parlare ed in pochi secondi risponde a tutti i miei dubbi:

“Sono Maric e vivo qui, su questo Tron che viaggia nell’Universo.”

Altre domande mi vengono in mente e faccio per aprire la bocca, ma lui mi precede:

“Noi siamo milioni di Grif e viaggiamo tutti insieme sui nostri Tronies.  Siamo tutti un popolo e ci fermiamo solo per giocare. Ogni tanto ci riuniamo vicino ad un pianeta, bello come il vostro e lanciamo le nostre filanti stelline bianche. Ci divertiamo molto ed insieme si ride e si scherza. Giriamo intorno a quella grande stella gialla e ogni tanto ci fermiamo sopra il vostro pianeta per giocare.”

“Ma da dove venite?” chiedo, incuriosito dalle strane notizie che ho ascoltato.

“Dall’Universo. Noi siamo viaggiatori e giocatori.”

Affascinato dalla risposta originale ed inattesa, chiedo timidamente:

“… e farete giocare anche me?”

“Sicuro, risponde lui, è per questo che ti ho fatto entrare nel mio Tron. Sono sceso sulla Terra molte volte, ma gli umani scappano appena vedono il mio Tron e non riesco a trovare nessuno che voglia giocare con me. Tu sei il primo che non ha avuto paura di me. Vorrei tanto che tu fossi mio amico.” E detto questo mi prende con le manine un dito e mi guarda attentamente. “Amici?” aggiunge. “Si!” gli rispondo a mia volta, sorridendogli: “amici per sempre!”

Maric si gira di scatto e si dirige verso una parete bianca, completamente liscia.

La guardo con curiosità e un po’ di timore. Non si vede nessuna apertura, solo un biancore brillante. Il bambino allunga un braccio e la parete scompare. Al suo posto, compare dinanzi a me, un grande ambiente, come una sala di un’astronave. Spalanco gli occhi dalla sorpresa, non rendendomi conto di come, dalle pareti di una cameretta minuscola in cui ero obbligato a stare rannicchiato, si sia formato un ampio ambiente, comodo e largo. Respiro forte, cacciando il vago senso d’oppressione che mi aveva preso precedentemente e giro lo sguardo intorno a me per osservare meglio la sala. Essa pare vuota, tranne che per un minuscolo seggiolino con le cinghie, simile a quelle che si montano sulle auto per i bambini. 

Davanti al seggiolino ci sono tre bottoni grigi con incisi degli strani segni. Mi avvicino alla parete trasparente davanti a me, seguito dal piccolo bambino alieno.

“Ecco, mi fa, questo è il posto dove viaggio e gioco.”

La stanza spoglia mi crea un certo senso di disagio e di pena per il piccolino. Solo per una vita, senza vedere mai nessuno. Mi prende all’improvviso una grande tristezza.

Mi giro verso di lui e lo vedo sorridere sereno e poi correre verso il suo seggiolino e saltarvi sopra allegramente. Mi rassereno. Se lui è così contento della sua esistenza, perché preoccuparmi? Mi avvicino a lui e m’inginocchio, per guardare più attentamente le sue mosse. Maric mi prende un dito e lo posa sul tasto destro della consolle. Poi, con la sua manina mi spinge forte il dito, mentre una leggera vertigine mi avvolge velocemente per poi passare all’istante. Le stelle del firmamento cambiano posizioni e nuove luci si accendono sullo sfondo nero. Piccoli pianeti girano intorno ai soli infuocati ,mentre migliaia di altri Tronies sfrecciano insieme a noi. Maric alza il mio dito e lo sposta sul tasto sinistro, spingendo poi molto forte. Così come siamo partiti, ci fermiamo. Nessun movimento tradisce la manovra. Tutto questo mi meraviglia non poco. Adesso anche la flotta dei Tronies si ferma. Siamo sopra un pianeta sconosciuto. Mi sporgo un poco e guardo giù: è uno splendido pianeta, con vasti mari e alcuni continenti colorati variamente di verde o bruno, con grande chiazze azzurre. Sarebbe tale e quale la Terra se non fosse che i profili dei continenti sono assai diversi. Le navicelle dei bambini alieni si posizionano tutte intorno allo spazio del nuovo pianeta.

“Adesso inizia il gioco!” mi fa il mio amichetto, ridendo. Le sue mani afferrano nuovamente le mie dita e le posizionano sul bottone grigio centrale e senza alcun apparente segnale di inizio, pigiano a tutta forza sul bottone. Guardo fuori dalla parete e vedo che tutti gli altri Tronies fanno altrettanto. Miliardi di strisce lucenti, di colore bianco latteo, escono dalle navicelle e saettano verso il pianeta ignaro di essere l’obiettivo del gioco. E’ uno spettacolo superbo. Il cielo si copre di strisce e da l’impressione che nevichi. Guardando meglio, vedo che ogni striscia ha un luccichio diverso, uno tende al giallo, un altro al verde, un terzo al blu.

Il mio amichetto ride e pesta forte sulle mie dita indolenzite, lanciando gridolini incomprensibili:

“Dai corri! Vai! Scendi più in fretta! Presto!”

Dopo un tempo lunghissimo, lui fa un salto sulla poltroncina, gridando:

“Ho vinto, ho vinto! Non succedeva da tanto!”

Io non capisco come abbia fatto. Le strisce luminose erano tutte bellissime. Forse i suoi occhi vedono effetti che i miei non riescono a percepire. Gli sorrido e batto piano due dita sulla sua spalla per congratularmi con lui. Maric si calma e mi guarda, poi esclama:

“Purtroppo adesso il gioco è finito. Ci dobbiamo lasciare. Sono molto contento di averti conosciuto, ma non puoi continuare a rimanere con me. I miei amici non me lo permetterebbero.” Dai suoi occhini spunta una lacrima e con la mano mi afferra un dito. Scende dal seggiolino e si avvia verso la stanza precedente. Io sono un po’ frastornato. Non ho capito nulla del gioco, né perché né come ha vinto, ma i suoi occhi erano così allegri e soddisfatti che non ho avuto il coraggio di chiederglielo. Lo spettacolo è stato comunque fantastico e gli sono grato per questo.

“Grazie, mio piccolo amico,” gli dico mentre mi tira verso l’uscita, “è stata una esperienza bellissima e ti sono riconoscente. Ma come farò adesso a tornare a casa?” Una sensazione d’inquietudine prende il mio stomaco.

“Non ti preoccupare, grande amico,” mi risponde lui,“come sei salito, così scenderai. Mi ricorderò sempre di te e della gioia della tua compagnia, anche se è stata breve. Mi hai portato fortuna ed io ti aiuterò a tornare a casa senza che nessuno ti sgridi. Tutti dimenticheranno il tempo trascorso, tranne te. Ricordati di me ogni volta che vedrai in cielo il nostro magnifico gioco. Ti saluto e forse tornerò un’altra volta per salutarti. Alza lo sguardo al cielo e vedrai un filamento rosso con tanti altri bianchi. Quello sarà il mio saluto per te.” E detto questo Maric si volta e sparisce dietro la parete invisibile. Una lacrima spunta anche dai miei occhi, mentre continuo a fissare la parete vuota da dove è sparito il mio nuovo amico. 

Appena conosciuto l’ho già perduto. Ma non lo dimenticherò.

La testa comincia a girarmi leggermente ed io chiudo istintivamente gli occhi.

Dopo un secondo, mi ritrovo seduto sul prato da dove ero salito sulla navicella di Maric. Mi tiro su e guardo il cielo. Solo pochi filamenti residui sono visibili sullo sfondo stellato. Giro intorno lo sguardo per vedere se c’è traccia del contadino armato, ma tutto è silenzioso. Mi infilo nuovamente sotto la rete e mi dirigo, a passo svelto, verso la strada che si trova dall’altra parte del “Campo”.

Guardo verso le finestre della cucina della mia casa, ma è tutto buio. La mamma ha già tirato giù le tapparelle ed il babbo attende me per la cena.

Dò un’occhiata al mio orologio che segna … le otto. E’ impossibile! Sono salito sull’albero, poi è venuto il contadino, sono entrato nel Tron, ho giocato con Maric … e il tempo è sparito!

Sollevo ancora una volta, di sfuggita, gli occhi al cielo e vedo un’ultima striscia bianca con forti riflessi rossi. E’ l’ultimo saluto del mio piccolo amico Maric.

Alzo una mano e la agito verso il firmamento, sperando che lui mi possa vedere da lassù.

Nella navicella il bimbo alieno mi sorride e vira il suo Tron verso nuove mète e nuovi piacevoli giochi, ma io so che tornerà ogni anno, la notte di San Lorenzo. 

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