The wish to be seen

Di Lisa Aprile

Era una cosa che a lui piaceva fare; camminare nel boschetto vicino a casa sua, mentre le foglie cadevano a terra sospinte dal vento.

Spesso lo seguivo, altre volte lo lasciavo solo.

Dipendeva dal giorno, ma soprattutto dal mio cuore singhiozzante, che spesso impazziva e incominciava a battere come se stessi correndo da ore.

Rimasi pochi istanti a fissarlo, incantata per quanto fosse bello nella sua semplicità.

Aveva i capelli scuri spettinati a causa del vento, la pelle chiara, le labbra sottili e le guance arrossate per il freddo.

Sentii il cuore battere all’impazzata, mentre pensavo che non poteva esistere un ragazzo più bello.

Sembrava un angelo…

***

 

Sentii il respiro accelerare e i battiti del mio cuore fare male contro la cassa toracica, mentre mi perdevo in quelle pozze color muschio.

Per una volta, una soltanto, avrei voluto dirgli tutto quello che provavo, tutto quello che sentivo quando lo proteggevo, tutto quello che si agitava dentro di me quando incominciava a ridere…

Non capitava spesso, ma quando succedeva era come sentire una pugnalata nel petto. Mi illudevo. Mi illudevo che lui sapesse che ero lì, che vegliavo su di lui. Mi illudevo che lui potesse vedermi, quando in realtà per lui non sarei mai potuta essere altro che un angelo custode, invisibile e impalpabile.

Il nulla.

 

***

 

«Noi andiamo a cena fuori allora, mi raccomando non fare nulla di insensato mentre non ci siamo… sei sicuro di non voler venire con noi?», chiese la donna, mentre si sistemava il vestito color petrolio che aveva indossato per l’anniversario di matrimonio che intendeva festeggiare col marito quella sera, nel nuovo ristorante di lusso in città.

Lui scosse la testa: «Divertitevi anche per me.»

Rimasi accanto a lui, immobile a osservare i suoi genitori che se ne andavano.

Per un istante provai il desiderio di leggere la sua mente, curiosa di sapere cosa stesse pensando mentre osservava il tramonto che tingeva il cielo di rosa e arancio attraverso la finestra.

 

***

 

«Spesso mi sento osservato», sussurrò lui mentre mangiava il suo pranzo nella mensa della scuola, accanto all’amico.

«Ah, sì? In che senso, scusa?», chiese il ragazzo, mentre trangugiava in modo poco educato il suo panino.

«A volte mi capita di svegliarmi nel cuore della notte, certo che qualcuno abbia detto il mio nome, ma poi in camera non c’è nessuno», ammise, guardando il suo pezzo di pizza ancora intatto.

«Magari è solo un sogno.»

«No, Stepp, non lo è. Anche se ultimamente anche i miei sogni sono strani…»

«Cosa c’è? Non sogni più Megan Fox nuda?»

«No, sogno sempre una ragazza con le ali che dice di amarmi…»

 

***

 

«Chi c’è?», chiese lui guardandosi intorno, con in mano la mazza da Baseball che usava durante le partite.

Avevo fatto rumore, non sapevo neppure come fosse accaduto, di solito ero trasparente, passavo attraverso i muri e quello che dicevo era come un lieve soffio d’aria: inudibile. Ma mi aveva sentito, aveva sentito il tonfo che aveva creato il mio corpo andando a sbattere contro un mobiletto e adesso stava guardando proprio nella mia direzione, con l’arma improvvisata tenuta in alto e gli occhi attenti a percepire ogni minimo movimento.

Avevo paura, ma allo stesso tempo non potevo impedirmi di provare lo sconvolgente desiderio di esser vista da lui

 

***

 

«Credo che in casa mia ci sia un fantasma», mormorò lui all’orecchio di Stepp, durante la lezione di Filosofia.

«L’hai visto?», chiese l’amico, sinceramente interessato all’argomento; tutto pur di non ascoltare la spiegazione del professore.

«Certo che no, è un fantasma. Però so che c’è.»

«Una volta un mio amico era convinto che ci fosse uno spirito maligno in casa sua, così ha costruito alcune trappole. Sfortunatamente non ha preso nulla, tranne un topolino e…»

«Signor Dengly, vuole condividere ciò che sta dicendo con il resto della classe?», chiese il professore, zittendo i due amici prima di tornare a spiegare il compito che avrebbe assegnato loro per il fine settimana.

 

***

 

Era da qualche istante che continuava a guardarsi intorno con aria sospetta, mentre io non la smettevo di zigzagare tra le piante che sua madre amava mettere per i corridoi di casa.

Era faticoso dover fare sempre attenzione a dove mettevo i piedi, da quando non ero più in grado di passare attraverso i muri.

Lo fissai per pochi istanti, ero certa che lui sapesse che io ero lì, vicino a lui.

L’unica cosa che potevo fare era continuare a vegliare su di lui, sperando che non venisse mai a conoscenza del mio segreto.

 

***

 

Mi lanciò contro, senza che io me ne rendessi conto, un pacchetto di farina bianca.

Sentii la sostanza tra i capelli, sulle spalle e in parte sul viso, mentre non potevo impedirmi di urlare per la sorpresa e di nascondermi dietro il divano, anch’esso in parte imbiancato.

«Oh, mio Dio», lo sentii sussurrare, mentre si avvicinava esitante a dove mi trovavo io.

Cercai di pulirmi con gesti frenetici, ma non feci in tempo.

Me lo ritrovai di fronte, con ancora in mano il pacchetto vuoto di farina e con in volto una smorfia di pura sorpresa.

«E tu chi diavolo sei?», chiese lui, prima di svenire ai miei piedi.

 

***

 

«Fammi capire bene. Tu sei il mio angelo custode, sei invisibile perché non sei umana, ma sei fatta di materia spirituale e devi proteggermi da qualsiasi cosa possa farmi del male, ma allo stesso tempo non puoi modificare e riferirmi ciò che il destino ha in serbo per me… ho dimenticato qualcosa? Ah, sì. Puoi leggermi nel pensiero, mi spii mentre dormo, guardi i miei sogni e – la parte migliore in assoluto – mi segui anche quando sono in bagno!», urlò lui con la voce alterata dal fastidio.

«Non esattamente», sussurrai.

«Cos’ho sbagliato?»

«Non ti ho mai spiato mentre eri in bagno», ammisi, arrossendo però al pensiero.

 

***

 

«Potresti suggerirmi durante la verifica!», esclamò lui, facendomi sorridere al pensiero.

«Mi dispiace, ma non posso», gli sussurrai all’orecchio, mentre si incamminava verso scuola e io gli andavo silenziosamente dietro.

«Ah, peccato… sai non ho ancora ben capito il motivo per cui non posso vederti, mi sembri confusa anche tu al riguardo…»

«Beh, se anche lo sapessi non potrei dirtelo. Tu non dovresti sapere nemmeno che esisto!»

Arrivati a pochi metri da scuola lui si bloccò: «Sarai sempre accanto a me?», chiese, giocherellando con la cerniera della giacca.

«Certo che si.»

«Bene, ma non seguirmi in bagno.»

 

***

 

«Ti fidi di me?», chiesi, timorosa che lui mi rispondesse negativamente.

«Beh, credo che dovrei… insomma, sei il mio angelo custode, ma io in effetti non ti conosco e potresti anche avermi mentito…», rispose, chiudendo gli occhi per qualche istante prima di dire: «E v-va bene. Mi fido.»

Io sorrisi, prima di prendergli una mano.

«Visto? Non è successo niente», mormorai, dimostrandogli che non avevo la pelle acida o altre sciocchezze simili di cui lui aveva paura.

«Sicura?», disse con un filo di voce, mentre sentivo le sue dita sfiorarmi con dolcezza il dorso della mano: «Io non ne sarei così certo…»

 

***

 

«Ti dà fastidio?», chiese, mentre mi passava un braccio intorno alla vita e mi avvicinava ancora di più a lui.

«No», ammisi con un filo di voce, sentendomi totalmente bene; nel posto giusto, al momento giusto.

Sentii la sua mano stringersi intorno all’abito che indossavo.

«È un vestito?», chiese a pochi centimetri dal mio orecchio.

«Sì.»

«Se te lo togliessi ti vedrei nuda?»

«Non credo», risposi, arrossendo.

«Che cos’è che ti rende invisibile?»

«Non lo so.»

«Non te l’hanno detto?», domandò.

«No, non l’ho mai chiesto», ammisi, affondando il viso contro il suo petto.

«E perché?»

«Perché prima d’ora non ho mai provato il desiderio di esser vista da qualcuno…»

 

***

 

«Se ti baciassi cosa accadrebbe?», chiese lui, sfiorandomi una guancia, in modo dolce e terribilmente intimo.

Io sussultai a quelle parole, allontanandomi di un passo: «Perché lo vuoi sapere?»

«Non c’è un motivo preciso, mi è venuto in mente e…», si bloccò un istante prima di continuare: «Non vuoi dirmelo?»

«Non credo che accadrebbe nulla di speciale», dissi, confusa dal modo in cui mi sentivo quando ero accanto a lui: innamorata, protetta e perduta allo stesso tempo.

Lui aprì la bocca per dire qualcosa, quando sua madre entrò nella stanza per spolverare, interrompendo fortunatamente – o sfortunatamente – il discorso.

 

***

 

«Sei davvero tu?», chiese Francesco fissandomi dalla testa ai piedi.

«Certo! Da quanto tempo non ci vediamo?», domandai, fissando l’angelo custode che si trovava di fronte a me.

«Mi ricordo che l’ultima volta i nostri protetti si sono innamorati tra di loro, è stato bello lavorare insieme», disse, sorridendomi.

«Ne è passato di tempo», mormorai.

«Già, mi sei mancata.»

A quelle parole arrossii, ricordando il modo il cui mi aveva baciato quando ci eravamo dovuti salutare l’ultima volta.

«Come va?», chiesi cercando di cambiare discorso.

«Bene, direi. Adesso ho una nuova protetta che si è appena trasferita qui. Sarà bello vederti tutti i giorni…»

 

***

 

«Dove sei?», sussurrò muovendo la testa in modo da poter avere una migliore visuale della stanza.

«Sono qui accanto a te», risposi con un filo di voce, quasi speranzosa che non mi sentisse.

«Non ti vedo», ammise lui corrugando la fronte e stringendo le labbra in una piccola smorfia di disappunto.

«Questo è perché sono invisibile, ovviamente», mormorai, afferrando una sua mano tra le mie.

Lo sentii sussultare e voltare la testa di scatto verso di me, mentre le sue dita mi stringevano con forza.

«Non svanire», disse con un tono disperato: «Non potrei sopportarlo.»

Il mio cuore perse un colpo, mentre sul mio viso compariva un sorriso a lui invisibile.

 

***

 

«Stavo pensando che non sempre hai ragione tu», disse, sorridendo.

«Ah, no?», chiesi, chiedendomi dove volesse arrivare.

«No.»

«Fammi un esemp…», iniziai, ma venni interrotta dal suo dito che si appoggiò sulla mia bocca.

Mi chiesi come facesse a sapere sempre dove fossi, prima che le sua labbra sottili e morbide sostituissero la sua mano.

Il mio cuore aumentò istantaneamente i battiti e il respiro mi si fece affannoso.

Sentii il suo sapore di menta in bocca, mentre mi mordicchiava delicatamente le labbra prima di leccarmele.

Interruppe il contatto solo per un istante in modo da poter dire: «Visto? Questo dimostra che ti sbagliavi. Baciarti è speciale…»

 

***

 

«Dimmi che è uno scherzo», sussurrò, guardandomi con uno sguardo sconvolto.

«Non sono affari tuoi Francesco! Vattene», dissi.

«Hai rivelato la nostra esistenza a un umano, gli parli, gli riveli i nostri segreti, gli permetti di toccarti e lo baci anche! Non saranno direttamente affari miei, ma non puoi farlo, è vietato! Cosa pensi che accadrebbe se il Grande Consiglio lo sapesse?!»

«Non lo devi dire a nessuno», esclamai, cercando di fargli capire che era un ordine, ma in quell’istante ero pronta a scongiurarlo se necessario.

«Tu non capisci! Più ti lascerai coinvolgere da lui, più i tuoi poteri si indeboliranno!»

«Non m’importa. Ora ti prego, vattene.»

 

***

 

«Ti va di dormire con me?», chiese in un sussurro, mentre teneva stretta la mia mano tra le sue dita.

Arrossii all’istante, chiedendomi cosa intendesse con quelle parole.

Molto probabilmente capì cosa stavo pensando, perché aggiunse: «Non voglio… insomma, non in quel senso… solo dormire, nient’altro.»

«Va bene», acconsentii, dandogli un fugace bacio sulla guancia: «Solo dormire.»

Ci coricammo uno accanto all’altro e ci abbracciammo stretti.

Avevo uno strano presentimento, come se sapessi che quella sarebbe stata l’ultima volta solo io e lui insieme e questo pensiero mi faceva mancare il respiro.

«Buona notte», sussurrò contro i miei capelli.

«Buona notte.»

 

***

 

Lo fissai dormire alcuni istanti, prima che si svegliasse.

Sorrisi alla sua smorfia infastidita quando si rese conto che era mattina e che era ora di alzarsi.

«Sei la persona più pigra che io abbia mai conosciuto», sussurrai, dandogli un bacio a pochi centimetri dalle labbra.

Lui ridacchiò ricambiando il bacio, rotolandomi addosso e schiacciandomi contro il materasso.

«E tu sei la ragazza più…», iniziò a dire, prima di aprire gli occhi e guardarmi con uno sguardo sconvolto negli occhi.

Io alzai un sopracciglio: «Cosa c’è?»

«I-io…», balbettò, mentre continuava a fissarmi.

«Cosa… ?», iniziai, ma la sua voce mi interruppe: «Io ti vedo…»

 

***

 

Sentii la sua mano accarezzare la mia guancia accaldata per l’emozione.

«Hai gli occhi azzurri», mormorò, prima di sfiorare una ciocca dei miei capelli: «Sei bionda e…»

S’interruppe un istante, baciandomi la fronte: «Sei l’angelo più bello che io abbia mia visto.»

«Ne hai visti tanti in vita tua?», chiesi, imbarazzata da tutti quei complimenti.

Lui sorrise: «È un segreto, non posso dirtelo.»

Risi delle sue parole, mentre sentivo una stretta al cuore.

Volevo dirglielo.

Volevo dirgli ciò che provavo quando ero accanto a lui, quando parlavamo, quando…

«Io…», iniziai in un sussurro, prima di sentire qualcosa tirarmi all’indietro e uno strappo lacerare il silenzio.

 

***

 

Quando riaprii gli occhi mi ritrovai in una stanza bianca e davanti a me c’era il Grande Consiglio, che mi fissava con occhi indagatori.

«Signorina, c’è stato detto che lei non ha rispettato parte delle nostre sacre leggi. Dato che la fonte è accettabile e che ci sono prove, vorrei sapere cosa vuole dire a sua discolpa», disse l’angelo più anziano muovendo distrattamente le ali argentate.

Ero disorientata e mi sembrava che tutto intorno a me stesse girando; erano gli effetti collaterali del viaggio spazio-temporale, lo sapevo, ma stavo male lo stesso.

Avrei voluto dire qualcosa, qualsiasi cosa, quando mi resi conto che Francesco mi stava fissando, sorridendo…

 

***

 

Gli cancellarono la memoria su quello che era successo, su quello che gli avevo rivelato e su quello che aveva significato per lui conoscermi.

Fui assegnata a un’altra umana  e lui venne destinato a un altro angelo custode.

Da quel giorno non potei più avvicinarmi a lui e di conseguenza a poco a poco mi sentii morire dentro.

Spesso mi capitava di camminare da sola per i boschi, mentre il vento faceva scivolare a terra le foglie, persa nei miei pensieri e nei miei rimorsi.

Il più grande di tutti: non avergli mai detto: «Ti amo.»

 

 

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