Capitolo 4 – La rivolta

Di Samuel Nese

Molti non sarebbero stati d’accordo riguardo alla vicenda avvenuta nell’arida vallata, chiunque non avesse conosciuto il codice cavalleresco avrebbe pensato che una resa incondizionata fosse un disonore. Tuttavia costoro non avrebbero potuto essere più in torto. Un territorio conta molto poco, il reale scopo del cavaliere è proteggere il popolo; durante la sua stessa investitura il reale proposito a cui giura dedizione, è la protezione delle persone e la loro sicurezza sociale. Egli è tanto legato al feudo assegnatogli, quanto a tutti coloro che vi fanno dimora.

Le sue principali virtù sono la temperanza, l’arguzia e la devozione alla sua causa, a questo proposito egli stesso rappresenta il cavalierato ed è un popolano come tutti gli altri. Ricopre il ruolo di guida verso la prosperità, perciò il suo ruolo di difensore ricade nei confronti del popolo. Le poco più di quaranta persone presenti all’alba della battaglia che avevano rischiato di morire a causa delle decisioni insensate prese dal reggente rappresentavano, prima di tutto, la linfa vitale della loro terra; lavoratori strappati ai loro mestieri per combattere una guerra che non avevano desiderato. Il titolo di cavaliere affibbiato a quell’uomo non poteva essere più inappropriato. Pur non essendo un vicario ormai da tanto tempo, continuavo a definirlo tale, in quanto immeritevole, sempre secondo i precedenti presupposti. Una questione in particolare attanagliava la mia mente, non riuscivo a spiegarmi per quale motivo fossimo soli su quel campo di battaglia, nessun alleato era presente a supportarci e non si trattava di una semplice un’incursione ad opera di una piccola brigata nemica. Non potevo credere che nessuno sapesse dell’imminente attacco su scala così ampia, tanto da affidarsi alla difesa di un feudo piccolo come il nostro. Certo, il reggente era fuori di senno ma non talmente privo di buonsenso da tentare un’operazione suicida, anzi aveva già dimostrato quanto fosse codardo di fronte all’intera armata dell’imperatore, non ambiva sicuramente a una morte simile. Mancava certamente un tassello per chiarire gli ultimi avvenimenti, qualcosa che a un bastardo reietto come me era proibito sapere.

Fortunatamente le faccende del cavalierato riuscivano a distogliermi da quei pensieri, la crisi divenne insostenibile. Mi confrontai con parecchi abitanti e mi accorsi immediatamente che il malcontento regnava tra loro. Nessun era più in grado di tollerare il reggente, né tanto meno le sue eccessive richieste in tributi. Mia madre perse fiducia in lui, si accorse della reale situazione; i pochi bambini che nascevano morivano pochi giorni dopo per la mancanza di cibo, il bestiame subiva la stessa sorte e ogni giorno assisteva a fin troppe cerimonie di cremazione dalle mura del nostro castello. Finalmente decisi di agire, scesi tra il popolo e radunai tutti i giovani più forti per marciare sulla mia stessa dimora, alla guida della rivolta che avrebbe cacciato il reggente. Mia madre si rivelò inizialmente in disaccordo, perché temeva per la sorte della mia ultima sorella, che rischiava di perdere un padre. Mi disse che l’egoismo non era un vizio adeguato a un futuro cavaliere, accennando agli attriti ancora vivi tra me ed il reggente. Io le ricordai come egli avesse ridotto la nostra patria, le resi noto che tutto l’intero popolo esigeva il suo esilio e che lei doveva sempre ricordarsi del giuramento fatto a loro. Grazie anche all’intervento della mia prima sorella, ella acconsentì.

Guidai gli uomini sotto le finestre delle stanze del reggente, ognuno di loro brandiva gli oggetti più letali che fossero riusciti a trovare: forconi, grossi coltellacci e addirittura attizzatoi ancora roventi. Non appena giungemmo al luogo previsto, tutti cominciarono a battere con ritmo minaccioso gli oggetti metallici fino a quando il reggente non spalancò la finestra, ritrovandosi la folla di rivoltosi, a cui si unirono anche le guardie. Presto il loro frastuono si trasformò in un coro che imponeva al tiranno di abbandonare la loro terra. Quando terminarono di sbollire i loro spiriti, parlai io a nome di tutti, spiegai il motivo di quella rivolta e gli rinfacciai ogni singolo orrore causato alla mia gente. Fui talmente posseduto dall’odio che sguainai la spada per provocarlo a tentare di fermarmi personalmente. Ovviamente egli temeva la mia forza dopo l’episodio verificatosi il giorno della marcia, quindi si rifiutò e io gli concessi tempo fino al giorno seguente a mezzodì per radunare i suoi pochi sottoposti e andarsene. Stranamente non oppose resistenza, anzi sembrava riconoscere il suo fallimento. Ciò fu tanto un sollievo quanto una stonatura in tutta quella vicenda. Sentirlo rimpiangere ogni suo passo falso mi lasciò quasi indispettito, facendomi temere un’ulteriore minaccia per il mio popolo.

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