Un giro di gettone

Di Astrid D. Barker Goi

Arriva il momento nella vita in cui anche chi non è solito imprecare esclama:«Ma che cazzo?!».

Non era certamente il caso di Demetra, che di imprecazioni viveva come di respiri, ma chiunque avrebbe avuto la sua stessa reazione se, inserendo i panni nel cestello della lavatrice, si fosse visto oscurare la cesta da un’ombra.

Non era la sua, la lavatrice. E nemmeno l’ombra, se per quello. La cesta sì, però. Quel giorno aveva deciso di andare in una lavanderia a gettoni. Cioè, non è che avesse molta scelta. L’ultima volta che aveva provato a lavare il copriletto nella sua lavatrice, questa aveva continuato a girare per varie ore senza riuscire a svolgere il suo lavoro. Povera macchina. Il copriletto aveva assorbito così tanta acqua, che il peso eccessivo aveva bloccato la lavatrice. Altrimenti non sarebbe mai andata in una lavanderia a gettoni; sono dei luoghi noiosi. Te vai lì, metti la tua roba in questi mostri giganteschi e preghi (ci sono le panche apposta, non sono per aspettare seduti) che ti ridiano le tue cose. Che ovviamente ti ridà, perché che diavolo se ne fa una lavatrice delle tue mutande sbiadite?! Ma nel caso, non si sa mai, un “padre nostro” non fa mai male. Comunque Demetra odiava con tutta l’anima le lavanderie a gettoni. Trovava triste la sorte dei panni, lasciati affogare in acqua e detersivo, da proprietari che andavano a fare altro nel frattempo. Nei film americani c’è sempre il tuo coinquilino che fino a quel giorno non avevi nemmeno pensato esistesse, a cui improvvisamente si rompe la lavatrice e deve andare in una lavanderia. Ovviamente lui sarà alto uno e novanta, biondo con gli occhi azzurri, fisico da surfista(o forse proprio un surfista), schifosamente etero, dannatamente single e splendidamente in boxer. Nella realtà cose del genere non sarebbero mai successe, principalmente perché Demetra non viveva in un condominio. Quindi quando comparve un’ombra sulla sua cesta, non si aspettava il principe azzurro che le chiedeva di rinunciare a tutto per scappare nella sua villa sul Pacifico. L’ombra infatti apparteneva ad un ragazzino, forse adolescente. Fin qui poteva trattarsi di una cosa normale. Solo che il ragazzino non aveva i piedi per terra. Letteralmente. Stava sollevato dal pavimento di circa una ventina di centimetri e non sembrava sorpreso di questa sua condizione. Piuttosto aveva un’espressione di arrabbiata confusione nei confronti del luogo in cui era apparso. Perché era chiaro che non era entrato dalla porta. Semplicemente prima si trovava da un’altra parte, l’istante dopo in una noiosissima lavanderia a gettoni di fronte ad una ragazza che faceva il bucato. Solo che per lui il luogo non era una lavanderia. Non sapeva neppure cosa fosse un gettone. Perché oltre a levitare,  di strano aveva i vestiti. A Demetra sembrava Aladdin, senza bisogno del tappeto. La ragazza aspettò che facesse o dicesse qualcosa, ma Aladdin stava in completo silenzio. Neppure la guardava. Lei prese delle mutande e gliele tiro in faccia. Finalmente il ragazzino diede segno di averla notata. Si tolse l’indumento intimo femminile dalla testa e lo osservò curioso, prima di riavvicinarlo alla faccia. Demetra si riprese le sue mutande con uno strattone e sputo un “porco” al ragazzino. Questo non disse niente e non fece niente. Se ne stava lì, galleggiando in silenzio, come un pesce d’aria.

“Senti bimbomerda, cazzo fai in giro? Sei un nomade? Un ladro? Un cazzo di prostituto per pedofili con un fetish Disney?” Questo non rispose e non diede segno di aver capito. Lentamente fece un giro su se stesso, sempre senza toccare il pavimento. Poi fece due passi incerti. Poi altri. Fece un giro della lavanderia e tornò di fronte a Demetra. Si chinò verso la cesta, prese una maglietta, la alzò come per studiarla. Poi la piegò a metà e la porse a Demetra, sorridendo.

“Oh, Aladino del cazzo, non toccare le mie robe, capito? Che ti stacco quelle manine del cazzo e te le faccio vomitare dopo avertele infilate nel culo, chiaro?” Disse Demetra in tono dolce e sorridendo. Fortunatamente era da sola nella lavanderia(vabbè a parte Aladdin) o avrebbero chiamato il telefono azzurro, i servizi sociali e probabilmente i carabinieri, così…per far numero. Ovviamente le era chiaro che il ragazzino non capisse la sua lingua. Dio…non sapeva nemmeno cosa fossero le mutande. La ragazza iniziò a fare domande a raffica del tipo chi sei, da dove vieni, cosa vuoi, al ragazzino e nel frattempo proseguiva con le sue faccende e metteva il resto dei panni assieme al copriletto. Questi non sembrava gli passasse nemmeno per l’anticamera del cervello l’idea di rispondere o di dire semplicemente una cazzo di parola di merda. Nisba. Nada. Ma quando Demetra lo guardò di nuovo, non era lo stesso ragazzino di prima. Ora sembrava più grande, con uno spruzzo di barba sulle guance. Ma non era possibile. Vabbè, forse per uno sbucato dal nulla e che proveniente direttamente da una festa in maschera a tema mille e una notte, era possibile. Siccome non si riesce a notare le differenze di crescita se si continua a guardare la cosa che cresce, Demetra distolse lo sguardo e lo fissò sul timer che diceva quanto tempo mancasse al rilascio dei suoi amati capi, ora ostaggi della lavatrice. Dopo due minuti di numeri lampeggianti rossi, tornò con lo sguardo ad Aladino, che ora non era più molto ino. Sembrava appena uscito da una pubblicità di profumo. Non era biondo, non aveva gli occhi azzurri, probabilmente non viveva in un condominio ma era diventato un gran bel pezzo di manzo. E in un certo senso era un surfista. Dell’aria.

Si avvicinò a lei, sovrastandola grazie anche al fatto che non poggiava a terra. Le posò una mano sulla spalla e le sembrò che lui si facesse meno alto. Poi si accorse che ora stava levitando pure lei. Lentamente lui avvicinò la testa, dandole la possibilità di ritrarsi(dopotutto fino a qualche minuto prima era un bambino, cazzo). Ma lei non lo fece, anzi accelerò il loro incontro avvicinandosi a lui. Le loro labbra si avvicinarono in un tenero bacio, i corpi vicini ma non aderenti. Quando si staccarono lei aveva una mano posata su quella di lui, che era appoggiata ad una guancia di Demetra. Lui fece un sorriso birichino che prometteva piaceri maggiori di un bacio, con caldi occhi color cioccolato infiammati dal desiderio. Il timer della lavatrice decise in quel momento di far valere le proprie ragioni, come il personale di un treno in sciopero nell’unico giorno in cui devi prendere un treno.  Demetra si girò per far capire alla dannata lavatrice che non c’era bisogno di imitare il Titanic in partenza per dire che il lavaggio era finito. E anche se stava guardando la macchina, capì che quando si sarebbe girata non avrebbe trovato Aladdin. Difatti non c’era più. Così come era arrivato, se n’era andato, senza lasciare tracce tangibili del suo essere stato in quel luogo. Probabilmente se si fossero controllate le telecamere di sicurezza, lui non sarebbe apparso. Ciò che però non aveva segno ma che non poteva essere cancellato era il suo ricordo nella mente di Demetra. E una nuova verità comparve nel cervello della ragazza. Le lavanderie a gettoni non erano affatto noiose.

 

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