Capitolo 3

Di Christian Ventura

L’amore per mia madre mi aveva costretto ad accettare un tour turistico in Andalusia per una settimana. Non ne avevo la minima voglia, anche perché saremmo stati con uno di quei gruppi turistici per vecchietti.

L’avevamo organizzato, o meglio lei l’aveva organizzato, già due mesi prima, ma non me ne fregava niente e quindi quasi non me l’aspettavo quando finalmente arrivò il momento di partire.

Molti potrebbero dire:

«Urgh Chris, ma che fai? Ti fai una settimana di vacanza pagata e pure ti lamenti?»

Non è che non mi piaccia viaggiare, ma se per viaggiare voi intendete vedere mattoni, sassi e ancora sassi, allora non avete capito un cazzo.

Viaggiare non è questo.

Viaggiare non è vedere la Sagrada Familia e fare foto a ogni angolo come il più stupido cinesino, oppure camminare per il centro di una metropoli esclamando con fare intenerito:

«OH MIO DIO, che vestito carino!»

Ma che cazzo dici, che Zara ce l’hai anche te nella tua città, dovunque essa sia!

Io non so davvero più cosa pensare del genere umano, sapete. A volte mi sembriamo come un branco di scimmie affamate di vanagloria e nient’altro. La ingurgitiamo come fossero banane, mentre i migliori di noi se le ficcano su per il culo, così da non farsi vedere.

Gente per bene quella.

Gente tanto pulita.

«Privacy!» urlano forte dai loro smartphones.

“Privacy”?

Perché “Privacy”?

Hai qualcosa da nascondere?

Mi parli di principi?

Ma quali principi, tu che nemmeno hai volontà di avere un principio. Ma quale principio, tu che segui soltanto il volere della massa!

Tu vuoi la tua privacy per fare ciò che ti piace fare, ma che non hai il coraggio di fare davanti agli altri e per questo io ti giudico, visto che ormai Lui non c’è più.

Io voglio giudicarti. Io voglio sacrificarmi e farmi crocifiggere davanti al popolo intero così che tu possa trovare la forza di sgattaiolare fuori alla luce dei riflettori!

Hai paura del giudizio altrui? Ti lacerano con i loro falsi sorrisi e complimenti? Oppure ti tappano la bocca parlandoti sopra?

Non interessa, dicono. Sei noioso, dicono. Oppure stanno zitti e cambiano argomento, che fanno prima e tu ti senti rimpicciolire nel tuo silenzio, in quella tua bara leggera che ti si stringe attorno. Non trovi la forza per andartene, per fuggire, perché in fondo gli vuoi bene, li ami tutti un poco… È anche un po’ un’abitudine, in fondo…

Come quando, quella volta al buffet, vidi un signore mangiare una banana con forchetta e coltello.

Oppure quella volta che una signora si lamentava del fatto che nessuno fa il proprio dovere e se proprio allora lo fa, lo fa male, ma che, quando le chiesi che lavoro faceva, mi rispose “CASALINGA”.

E io dovrei sopportare?

E io dovrei accettare e rispettare tutti, perché questo è un paese democratico?

Ma che cazzo dite?

A forza di fare le pecore vi sentite di poter fare anche il pastore?

Un mondo popolato da pecore che si credono pastori. Questo è il male degli anni a venire.

Orde di pecore urlano uguaglianza, cosicché nessuno possa vedere la carne marcia sotto la loro soffice lana.

Ecco, è così che mi sento nei confronti di mia madre, più o meno.

Anche nei confronti di molta altra gente, ma ora non è importante.

Nel gruppo eravamo una ventina. L’età media era di cinquant’anni, ma solo perché io la abbassavo di molto.

Ramon, un tizio che abitava a Granada, ci faceva da guida e devo dire che non era niente male, sia con la storia, sia con le persone. Credo sia stata la persona con cui parlai maggiormente, almeno durante la prima parte del tour. Lo usavo come una Wikipedia ambulante, cercando di non surriscaldarlo troppo.

Non potevo davvero permettermelo.

Nei confronti di tutti i vecchietti ebbi invece il solito comportamento difensivo, per poterli studiare un po’ tutti, che in breve tempo si trasformò in noia asfissiante quando capii che quello che prima chiamavo superficie era in realtà l’iceberg intero.

C’era però una coppia di Milano che non era poi tanto male. Certo, puzzavano anche loro di alta borghesia come tutti gli altri, ma avevano fatto molti viaggi, avevano parlato con molte persone diverse e anche se in fondo mantenevano un certo fondo di cattiveria snob, avevano come una luce, ormai un po’ dimenticata, che splendeva dal di sotto.

Mi raccontarono molto di quello che avevano passato insieme.

Vidi tutta la loro vita come su uno schermo al cinema.

Mi raccontarono di quando si erano buttati giù per una cascata, o quando avevano preso uno di quegli aerei a due posti per arrivare su un’isola sperduta nell’arcipelago delle Filippine, di quella volta che erano scappati da un venditore di cammelli e di quando avevano finito la benzina nel mezzo del deserto del Sudan.

Quando scoprii che lei ora si schifava a entrare in metro senza lavarsi le mani con l’Amuchina, mi cadde addosso una leggera tristezza.

Potrei cascarci anch’io?

Ci sono già dentro?

Mi ripetevano spesso di non distrarmi, di non dimenticare. Finché ero giovane avrei dovuto viaggiare. Che peccato altrimenti. Siamo nel ventunesimo secolo. Non si può mica pensare di vivere tra le proprie mura per sempre.
Bisogna viaggiare molto, conoscere molte lingue, sapersi muovere.

Bisogna saper trovare buone fonti su Internet e tenersi aggiornati su questioni di geopolitica e perché no, anche locali. Bisogna essere collegati, all’erta.

Essere cittadini impegnati e a tutto tondo. Sempre con un lavoro per le mani e con un conto in banca.

Non dico mica che hanno torto. Lo voglio anch’io il potere.

Ma spesso ho questa vocina in testa che mi dice di guardare le cose con un altro occhio.
È la stessa vocina che quando non sto attento cerca di distruggerci. Cerca di bruciarci vivi entrambi, così che io possa vivere.
Altre volte la vocina alza il timbro della voce e mi sembra di scambiare posto con lei.

Io divento il distruttore e lei la costruttrice.

Io il martire e lei il giocatore.

Lei architetto e io pagliaccio.

Un fiume con due correnti.

Sono la continua affermazione e negazione di me stesso.

 

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