Dicembre

Di Grigorij Delacroix

 

Per essere una sera di dicembre in Veneto, il tempo era quantomeno insolito: dopo giorni di nebbia il mattino era stato grigio ma limpido, e nel primo pomeriggio aveva iniziato a scendere una fitta pioggia incessante. Poi, quando la notizia era arrivata, anche il cielo aveva taciuto, e l’ultima luce di un giorno buio era fredda e metallica sotto nuvole di piombo.

Con la nebbia non si dovrebbe andare in giro tutta la notte, men che meno in macchina, da soli e in uno stato d’animo non esattamente lucido. Lui glielo diceva sempre, si era sempre preoccupato e preso cura di lei, finché aveva potuto.

Si accucciò sul pavimento della tipografia, con la testa appoggiata alle zampe leonine del torchio, e si spazzolò i residui di piombo e inchiostro dalle dita. Piombo sopra di lui, piombo intorno a lui, piombo addosso a lui, piombo dentro di lui: gli sembrava di essere diventato a sua volta un pezzo di piombo, come se non riuscisse più a provare alcunché… o come se se lo fosse aspettato da un po’, così come già troppe altre volte i suoi presentimenti si erano rivelati fondati.
Cos’è che aveva detto il messaggero? «Mi dispiace»?
«No, va bene, grazie…» esalò in risposta, rialzandosi risoluto. Prese il compositoio, regolò la giustezza e tornò al cassetto ad allineare i caratteri di una nuova frase. Ancora un paio d’ore e la pagina sarebbe stata composta, più una mezz’ora per arrivare a casa, più un’ora di strada.
A casa, dove avrebbe trovato la luce spenta, i fornelli freddi, gli asciugamani ben ripiegati e tutto in perfetto ordine. Una casa fredda non era neanche più una casa, al massimo un alloggio, e lui non aveva alcuna intenzione di trascorrervi più tempo dello stretto necessario.

Quando partì da Verona c’era buio come se fosse notte fonda, ma almeno non pioveva. La tuta impermeabile sopra i vestiti gli avrebbe permesso di non sentire particolarmente freddo né durante il viaggio, né durante la cerimonia. Perché non poteva entrare, giusto?
Le loro vite non avevano più alcun legame. Ce n’era stato uno tanto forte quanto breve, ma poi quei due mesi logoranti in cui da fidanzato era diventato amante e poi colpevole…
Uno scoppiettio del motore lo riportò alla realtà e fu sull’orlo di un sorriso: ogni volta che accendeva la moto stava attento a non prendere qualche brutta botta, e ora non si era nemmeno accorto di averlo fatto. Abbassò la visiera del casco, strinse le cinghie dei guanti intorno ai polsi e partì.

Il fatto era accaduto in qualche punto non precisato tra la provincia di Verona e quella di Vicenza: di più non avevano saputo dirgli, né lui l’aveva chiesto. Su una strada bassa, in ogni caso, un tratto che costeggia l’autostrada. Ma in che direzione? Stava tornando a casa, lei? Quale casa? O stava andando da qualcuno? Sebbene la sera fosse limpida, ridusse la velocità per guardarsi intorno alla ricerca di una qualsiasi traccia potesse permettergli di dedurre qualche altra informazione. Una frenata sull’asfalto, una lamiera bianca, un vetro… ma niente.
Il motore era abbastanza rumoroso da impedire ai pensieri di assordarlo, ma anche ipnotico: se non fosse stato attento, avrebbe oltrepassato anche Vicenza.
Tornò indietro.

Era un orario strano per una cerimonia: chissà chi l’aveva scelto.
Aveva lasciato la moto a sufficiente distanza da lasciar passare inosservato il suo arrivo, ma non si era tolto il casco e i guanti: se qualcuno l’avesse visto e riconosciuto, almeno avrebbe potuto defilarsi senza perdere ulteriore tempo… considerando che gli ci sarebbe voluto qualche secondo, e forse qualche tentativo, per accendere la moto e andarsene.
Spinse delicatamente la porta della chiesa e sbirciò all’interno.
Era un ambiente piccolo ma gremito, o forse appariva tale proprio perché ristretto. Riconobbe qualcuno e contò decine di giovani, ben pochi dei quali vestivano di nero: quel gruppo poteva essere ancora più variopinto ed eterogeneo del cuscino di fiori che sembrava abbracciare la bara, una sobria bara di legno chiaro.
Qualcuno stava parlando, descrivendo la vita che all’improvviso, quella notte, era diventata l’esatto contrario. Nessun riferimento a lui, a loro, a niente: bene così.
Ma quella che descrivevano, si rese conto, non era la persona che aveva conosciuto e così disperatamente amato. Che ne sapevano loro, tutti loro, dei ruscelli e dei torrenti in cui le fate e la natura avevano cantato la loro benedizione? Delle dita che si intrecciavano nell’acqua gelida? Delle loro mani legate da un nastro dorato? Dei loro occhi che brillavano nel sole di quel torrido pomeriggio estivo, grigioverdi gli uni e ramati gli altri? Di tutte le notti in cui si erano addormentati abbracciati stretti, come se non dovessero lasciarsi mai? Delle lunghe ore in macchina alla ricerca di una strada sconosciuta, quando parlavano senza mai stancarsi e non si accorgevano nemmeno del tempo che passava? Della tenerezza continua, costante, che per quel breve tempo aveva scaldato loro il cuore sfatando qualsiasi disillusione e portandoli perfino a progettare una vita futura? Delle volte in cui lui la abbracciava posandole la testa in grembo e in silenzio sognavano una bambina bionda stretta tra loro? Di tutte le volte in cui si erano svegliati insieme, insieme avevano pensato di cucinare finendo poi per mangiare a orari assurdi dopo aver fatto l’amore?
Che potevano saperne loro, tutti loro?
E cosa potevano saperne di quando lei l’aveva tradito, tenuto crudelmente in sospeso per un tempo orribilmente lungo se rapportato alla brevità della loro storia, e poi lasciato dopo avergli promesso di provare insieme a cambiare le cose deteriorate? Dei giorni eterni in cui avevano pianto tutte le loro lacrime, persi, cercandosi disperatamente finendo per allontanarsi sempre di più? Dei fallimenti, delle notti disperate, dell’allegria esacerbata?
Si tolse il casco: cominciava a vedere tutto appannato.
E in quel momento, focalizzando l’attenzione solo sulla bara color nocciola tenue, si sentì stranamente… rasserenato. Non riusciva nemmeno più a ricordare le loro ultime, tragiche ore, i silenzi sempre più lunghi, le cattiverie che lei gli aveva scritto dopo essere riuscita a convincersi di essere totalmente innocente e devastata da lui. Quelli non erano loro, non erano già più loro.
Se chiudeva gli occhi riusciva ancora a rivederla come l’aveva conosciuta, con i capelli d’oro sciolti sulle spalle, al collo una pietra dello stesso colore dei suoi occhi, quel sorriso quasi da bambina che l’aveva stregato, quelle labbra che avevano sempre il potere di rilassarlo quando gli si posavano tra le sopracciglia, alla base del naso. Poteva anche rievocare il suo profumo con tanta precisione da sentirlo ancora come se lei fosse presente, stretta tra le sue braccia, pancia contro pancia, come quando si ritrovavano dopo qualche giorno di lontananza e non riuscivano a smettere di baciarsi. Lo stesso profumo che restava sui cuscini al mattino, sui vestiti, sulla pelle.
Mormorò il suo nome.
«Scusami, lo so che non mi vorresti qui. Resto fuori, ma spero che tu stia bene dove sei ora. Anzi, no, perché io nell’aldilà non ho mai creduto. Spero che tu non abbia sofferto in quel momento, che tu non abbia pensato a me neanche per un secondo, che tu non abbia avuto rimpianti… perché non ti sono mai piaciuti gli stereotipi e le scene da film. Spero di riconoscerti se un giorno dovessimo ritrovarci in un’altra vita, perché non lascerei più succedere quello che è successo in questa. Scriverei canzoni e racconti per te, andremmo insieme in Irlanda e… e…»
La funzione funebre era finita.
Erano in quattro a portare la bara, e sicuramente uno dei quattro era colui che aveva preso il suo posto e, forse, creduto nel suo stesso futuro. Si affrettò a guardare altrove e a sparire verso il vicolo buio in cui aveva lasciato la moto. Meglio aspettare ad accenderla, però: qualcuno se ne sarebbe sicuramente accorto, avendolo conosciuto.

Non era solo un effetto della chiesa piccola: la processione sembrava lunghissima, e il parcheggio del cimitero si riempì completamente.
Di nuovo scelse una stradicciola poco illuminata per lasciare la moto, riparandola sotto una tettoia da qualche goccia di pioggia che aveva ripreso a cadere, e a passi cauti percorse il mezzo isolato che lo separava dalla cancellata del cimitero.
Pioveva di nuovo, come nei più classici film.
«Ah, briciola!» sospirò scuotendo la testa «Questa è proprio la classica scena da film che avresti detestato!»
Si sedette sul muretto, con la schiena appoggiata alle sbarre. La tuta da moto era impermeabile, ma in pochi minuti la pioggia gli aveva fatto cadere i capelli fradici sugli occhi, e il freddo di dicembre lo faceva rabbrividire in continuazione. Forse aveva freddo anche perché non aveva mangiato, o perché cinquanta chilometri in moto non erano così pochi, o perché aveva passato troppo tempo all’aperto. Si strinse nelle spalle e cercò di distinguere le parole al di là dei sussurri della pioggia che a volte dava l’impressione di articolare qualche frase. Forse lo faceva davvero.
Forse anche la pioggia diceva la sua, ed era ben più credibile di tante frasi di circostanza recitate durante il funerale.
Un rumore, tuttavia, giunse nitido: il tonfo ovattato della prima badilata di fango sul coperchio della bara, sordo e duro allo stesso tempo. E poi un’altra. E altre, come colpi di tamburo, fino a quando la terra cadde sulla terra e la fossa cominciò a riempirsi. Poi il motore della ruspa che avrebbe completato l’opera, comprimendo il tutto.
A quanti funerali aveva assistito? Eppure non gli era mai capitato di presenziare, seppur clandestinamente, a quello di un suo amore. Amaramente pensò a tutte le volte che persone che fino a un attimo prima dicevano di amarlo finivano per tradirlo e lasciarlo, tornando poi anni dopo con i soliti discorsi: «Ehi, ciao, che piacere rivederti! Complimenti per la laurea e per il lavoro, e bella moto! Senti, io tra qualche mese mi sposo: quanto costa farti stampare le partecipazioni con il torchio? E ti andrebbe di venire a suonare al matrimonio? E al battesimo di mio figlio? So che fai anche il grafico editoriale, wow, poi potresti farci anche l’album con le foto?». Aveva perso il conto. Ecco, questa previsione non l’aveva azzeccata: lei non sarebbe ricomparsa mesi o anni dopo a chiedergli di impaginarle la tesi di laurea, né a suonare danze irlandesi al suo matrimonio – o qualsiasi cosa fosse il rito pagano che aveva in mente, certo ben diverso dal funerale di quella sera –, men che meno al battesimo dei suoi figli.
Si alzò, scrollandosi la pioggia di dosso, e si aggrappò alle sbarre cercando di vedere qualcosa.
La ruspa aveva finito di riempire la fossa e stava pressando la terra.
La pressione doveva essere comunque regolata perché, se con il torchio si rischiava di danneggiare qualche carattere, una ruspa e qualche metro di terra su un coperchio di legno avrebbero… l’avrebbero…
Dovette stringere fortissimo le sbarre di ferro per riportarsi alla realtà.
In quella bara c’era quel corpo che aveva imparato a conoscere a memoria, d’accordo, ma non era il caso di immaginare come era stato vestito, curato e pettinato prima, giusto? Ecco, ancora più inopportuno sarebbe stato pensare a coperchi sfondati, fango che invade il nido di raso e imbratta sottili capelli biondi…
Proprio no, basta, che pensieri sono?!
Scoprì che, se si rifugiava in sé stesso, non sentiva più né il freddo, né il dolore. Anzi: quasi percepiva il calore dell’estate che avevano trascorso insieme, e riusciva a rivederla…

«Sospettavo di trovarti proprio qui. Ho saputo quello che era successo e ti ho raggiunto: pensa a quanto tempo mi hai fatto perdere!»
Non l’aveva sentito arrivare, ma nemmeno ne era sorpreso. E nemmeno si voltò a guardarlo. Rimase semplicemente fermo sotto la pioggia, aggrappato alle sbarre, e commentò a mezza voce: «È morta». Così, con tranquillità e semplicità.
«Sì, è morta. Ma tu sei ancora vivo e hai un bel po’ di cose da fare, giusto?»
«Già.»
Un lungo silenzio, mentre le prime persone cominciavano ad allontanarsi dal cimitero.
«E sei pure venuto fin qua in moto, sotto l’acqua…»
«Già.»
«Altrimenti ti avrei portato a casa io, in macchina.»
«Grazie.»
Interminabili minuti, fino a quando anche gli ultimi lasciarono la tomba alla notte e il custode chiuse il cancello con il catenaccio.
«Vuoi… andare?»
Un’occhiata alle sbarre bagnate e alle punte acuminate lo convinse a desistere. Ma il lucchetto era molto semplice da far scattare. «Sì. Mi aspetti, tu, o torni a Verona?»
«Non metterci troppo.»

La terra fradicia aveva già iniziato ad affossarsi, inclinando la piccola lapide provvisoria con un foglio plastificato appoggiato davanti. La raddrizzò e pulì il foglio, che già sapeva a memoria: la data di nascita, la data del giorno prima e quella foto in cui lei era bellissima, con un sorriso raggiante, un elegante vestito blu e il sole di settembre a farle brillare gli occhi. Gliel’aveva scattata lui, a sorpresa, cogliendo proprio quello sguardo felice e innamorato. Chissà se qualcuno lo sapeva, o se l’avevano presa da Facebook o dal suo cellulare. E magari lei non ne era nemmeno contenta: non è bello avere sulla propria tomba un ricordo proprio dell’ultimo ex avuto, soprattutto se si è trattato di una storia finita così male!
Si infilò le mani in tasca e pescò un largo elastico per capelli nero.
«Mi dispiace, scricciolo, mi dispiace da morire. E mi mancherai tantissimo, anche se già mi mancavi tantissimo quando te ne sei andata. Mi dispiace anche per la foto, mi dispiace… per tutto.»
Appoggiò l’elastico sulla base della lapide e fece un passo indietro, rimanendo in silenzio a fissare il vuoto. Non sapeva nemmeno se stava piangendo o meno, era come se si fosse abituato ad avere sempre gli occhi pieni di lacrime e il cuore massacrato. Era tutto crudelmente ingiusto e lui non poteva farci niente, nemmeno capire dove continuava a sbagliare e perché.
Sentirsi chiamare per nome con un tono di voce sommesso e quasi vagamente affettuoso ebbe il potere di svegliarlo da quei pensieri.
«Andiamo, adesso, ché per te la strada è dura. Ti aspetto a Verona, sotto casa tua: ho in macchina un po’ di libri da darti…»
«Ah, va bene, grazie. Arrivo.»
Uscirono dal cimitero in silenzio, richiudendo il lucchetto che non era stato danneggiato dalla forzatura: anche dopo tanti anni, il ragazzaccio dei bassifondi che era stato non aveva perso la maestria con quel genere di attività.
In silenzio e sempre ad almeno mezzo metro di distanza, come era loro abitudine da sempre: o con un ostacolo di mezzo, o ben lontani l’uno dall’altro. Eppure c’era un sottile filo caldo che rendeva meno disumano quell’eccessivo spazio tra loro: non l’avrebbe mai compatito, certo, ma forse compreso sì. Almeno in quella circostanza.
«Allora ci vediamo sotto casa tua. Non ho intenzione di fare le strade basse seguendo la stessa andatura del tuo catorcio perché mi annoierebbe terribilmente, ma tu non correre.»
«Il mio catorcio è identico al tuo, nel caso ti fosse sfuggito questo dettaglio…»
Normalità. Battibecchi all’indice della normalità. Era quello che ci voleva.

La strada del ritorno sembrò più lunga di quella dell’andata, o forse era solo la stanchezza. Quello strano tempo a ridosso dell’inverno stava a sua volta tornando alla normalità: temperatura sotto zero e banchi di nebbia ghiacciata sempre più fitta.
E, nonostante la nebbia, intravide qualcosa di bianco sul ciglio della strada. Frenò di colpo, scese dalla sella e tornò indietro di qualche passo, già sapendo cosa avrebbe raccolto.
Era una lunga striscia di lamiera, e nel fossato limaccioso c’erano altri pezzi e vetro sbriciolato. Per terra nessun’altra traccia, né di fluidi meccanici, né umani, né segni di frenata.
Un colpo di sonno? Occhi stanchi pieni di lacrime?
Poi realizzò: non aveva visto alcunché all’andata perché era su un lato della strada, mentre adesso, da Vicenza a Verona, vedeva l’altro lato. Dunque doveva essere successo non mentre lei tornava a casa, ma…
«Anche lui era di Verona, no? Stavi andando da lui, di notte, giusto?» chiese al buio, quasi speranzoso «Non eri uscita con lui giovedì sera, per poi decidere di tornare a casa tua, salvo poi ricordarti di esserti sentita a casa anche da me e aver pensato di fare inversione… vero?»
Silenzio assordante.
«Non saresti mai tornata da me…»
Né una domanda, né un’affermazione.

 

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