Find me

Di Lisa Aprile

Sono ubriaco di sentimenti.

E forse a dire la verità non solo di quelli, come possono benissimo testimoniare le bottiglie di alcolici vuote che mi circondano.

La mia è una lotta continua contro me stesso, contro quella parte della mia anima che non può fare a meno di esagerare in ogni cosa.

Mi ritrovo a ubriacarmi ogni santa sera per cercare di non pensare a nulla, di cancellare la sensazione di oppressione che mi preme all’altezza dello stomaco.

So che bere non mi serve a nulla, che mi faccio solo del male, ma non posso farci niente di niente.

Sento tutto l’odio che provo nei confronti del mondo e di me stesso e vorrei tanto sfrattarlo, spazzarlo via e cancellarlo per sempre, ma allo stesso tempo non posso farne a meno.

E ubriacarsi sembra l’unica soluzione che ho per rendere vivibile la mia vita.

Se mia madre mi potesse vedere in questo momento, probabilmente mi metterebbe in castigo per il resto della mia vita, anche se ormai ho venticinque anni e non ho bisogno di qualcuno che si prenda cura di me.

O forse in realtà il mio odio nasce proprio dall’essere solo?

Provo ad afferrare l’unica bottiglia ancora mezza piena per avvicinarla e svuotarla del tutto, ma la mia presa, di solito ferma e sicura, è debole e mi impedisce di fare ciò che voglio.

Il malessere che sento in corpo non è paragonabile a nessuna sbronza passata. I crampi allo stomaco sono più forti del solito, tanto che mi pento di non aver mangiato nulla né a pranzo né a cena. Prometto a me stesso di non fare mai più una cazzata simile e di prendermi maggiore cura del mio corpo.

L’istante dopo mi ritrovo a ridere da solo come uno stupido, certo che non manterrò mai quel giuramento, forse perché, una volta passata la sbronza, non me lo sarei più nemmeno ricordato.

L’unica cosa che potrebbe migliorare di gran lunga la serata sarebbe una bella canna, ma non ho abbastanza soldi per comprare roba buona, quindi negli ultimi tempi mi limito a sigarette e alcolici.

Cerco di ricordare se nel pacchetto di sigarette me n’è rimasta ancora una, ma mi arrendo al vuoto totale che è diventata la mia mente dopo due birre e un lungo sorso di un liquore ambrato, che questa settimana è scontato del quaranta per cento e di cui non ricordo assolutamente il nome. L’etichetta della bottiglia però è verde, questo me lo ricordo, anche se non saprei dire il perché.

Una voce nella mia testa mi incita ad alzare il culo dal divano e a rimettere in ordine il piccolo tavolino di fronte a me, pieno di bottiglie.. Magari andando anche in cucina a recuperare qualcosa di commestibile.

Peccato che, per quanto quella voce sembri ragionevole, non riesco a ordinare ai muscoli di lavorare e di sollevarmi.

Mi passo le mani sul viso, provando a sfregarlo un po’ nel tentativo di tornare lucido.

Il suono flebile di pelle contro pelle spezza il silenzio assoluto in cui mi trovo.

In realtà ci sono dei suoni, dato che il mio appartamento dà proprio sulla strada, sarebbe impossibile non udire nemmeno il rombo di un motore. Ma essendo ubriaco i rumori troppo lievi non riesco a percepirli, mentre i suoni troppo forti mi provocano dei mal di testa talmente forti che vorrei morire per farli cessare.

Sfregarsi il viso comunque non serve a nulla.

Lascio ricadere indietro la testa, in modo da appoggiarla sullo schienale imbottito del divano e chiudo gli occhi.

Sono davvero stanco, non solo fisicamente, ma anche mentalmente.

Ogni mattina mi sveglio alle sette del mattino per andare a lavorare al McDonald’s che si trova a due isolati da casa mia, dove finisco il turno alle quattro.

Probabilmente potrei anche trovarmi in una situazione peggiore; senza un lavoro, senza una casa, senza soldi extra da poter spendere in alcolici…

Inutile, per quanto mi sforzi di trovare lati positivi, continuo a pensare a quanto la mia vita sia vuota e schifosa.

L’alcol dovrebbe servirmi proprio a questo, a cancellare la poca razionalità in mio possesso per qualche ora; così da poter dimenticare la mia vita e tutto l’odio che mi rode l’anima.

E invece mi ritrovo a pensare ancora più del solito.

È masochismo il mio?

Forse sì…

 

***

 

Il suono martellante ed insistente della sveglia mi fa poco a poco aprire gli occhi, giusto il tempo di scaraventare quel piccolo aggeggio dall’altra parte della stanza, prima di rimettermi immediatamente a dormire.

Mi torna in mente quando a svegliarmi la mattina c’era la voce assonnata e dolce di mia madre e mi ritrovo a sorridere involontariamente contro il cuscino.

Il mal di testa è atroce; come avere degli aghi appuntiti che mi pungono le tempie di continuo e che mi impediscono di tornare a dormire, come tanto vorrei in questo momento.

Scosto le coperte con un gesto veloce, certo che se non lo facessi rischierei di rimanere a crogiolarmi nel bozzolo caldo del piumone per tutta la mattina, non andando a lavoro.

In bagno mi sciacquo il volto, provando in tutti i modi a ignorare l’acqua ghiacciata che sembra quasi bollente a contatto con la pelle intorpidita della mia faccia.

Mi guardo allo specchio per pochi istanti, soppesando il mio riflesso e pentendomi amaramente di aver bevuto ancora una volta più del dovuto.

Sembro uno straccio.

Ho le occhiaie talmente profonde e scure che sembra mi sia truccato, la mia pelle è troppo pallida, quasi malaticcia, i capelli scuri sono spettinati  come ogni mattina e gli occhi sono talmente arrossati che mi faccio paura da solo.

Sospiro piano e afferro lo spazzolino, passandomelo velocemente tra i denti, dato che so di non aver tempo di fare colazione prima di iniziare il turno.

Tornato in camera indosso un paio di jeans, quelli che mi sembrano meno sporchi rispetto agli altri sparsi per il pavimento e mi ricordo, per la centesima volta, di dover andare al più presto in lavanderia, a meno di non aver intenzione di andare in giro nudo.

Afferro la maglietta nera dei “My Chemical Romance” e la indosso, prima di coprirla con una felpa bordeaux.

Dopo essermi accertato di avere con me il portafoglio, i documenti e le chiavi esco di casa, ignorando il mal di testa e la sensazione di nausea. Rendendomi conto di non aver vomitato la sera prima, mi rassegno all’idea di avere un continuo fastidio all’altezza dello stomaco per tutta la mattina.

Per fortuna devo percorrere solo due isolati prima di trovarmi davanti ad uno dei troppi McDonald’s che infestano la città.

Entro dall’entrata secondaria e faccio il più in fretta possibile nel cambiarmi, prima di prendere il mio solito posto dietro al bancone.

Ormai la mia giornata è diventata un’odiosa routine a cui non posso sottrarmi in alcun modo, posso solo far finta che tutto quello che succede non sia vero, che sia tutto un incubo in cui sono incappato per caso.

La consapevolezza di essere nella realtà fa troppo male per prendere anche solo in considerazione l’idea.

Servo per tutta la mattina un numero indefinito di donne, uomini e bambini, cercando di sfoggiare per tutti il solito sorriso di circostanza, quasi volendo nascondermi dietro una bella maschera, per tenere in un angolo il marciume che mi danneggia ogni singolo organo interno.

All’ora di pranzo rubo un paio di hamburger e di patatine, accompagnando il tutto con un bicchiere di Coca-Cola. Mi vergogno di me stesso, considerato che mia mamma mi aveva sempre raccomandato di mangiare verdure e di evitare il cibo spazzatura il più possibile.

Ma ormai mi sono rassegnato all’idea di diventare presto un vecchio, calvo e con la pancia.

So che è questione di tempo, basta che smetta di andare a correre di pomeriggio e presto avrò la pancetta dove ora ci sono muscoli.

Uno degli ultimi clienti, un uomo sui quarant’anni quasi pelato e con una mole immensa mi fa rendere conto di quanto sia vicino a diventare proprio come lui.

“No, Alex, non ti permetto di fare questa fine”.

La mia voce interiore sembra abbastanza convinta di quello che dice, speriamo solo che abbia ragione.

Jack, il diciottenne che si occupa della cassa alla mia destra, continua a canticchiare una canzoncina snervante, mentre riempie un vassoio di sacchetti di patatine e panini per due signore sui quaranta.

«Smettila, mi innervosisci», gli dico, lanciandogli una veloce occhiata per fargli capire che mi sarei aspettato il più assoluto silenzio, da quel momento in poi.

Jack chiude di scatto la bocca e sul viso gli appare un’espressione di sincero dispiacere: «Non volevo», dice semplicemente, prima di tornare a servire le due donne.

So di essere un fallito acido e pronto ad azzannare ad ogni minimo movimento intorno a me, ma non posso farci niente e in parte mi dispiace di avergli detto quelle parole in tono aspro, da zitella bisognosa di una scopata, ma svegliarmi la mattina alle sette dopo essermi ubriacato la sera prima provoca in me questo tipo di reazione.

Appena ho finito il turno non ho perso tempo, ho timbrato di corsa il cartellino e sono corso verso casa, per cambiare tenuta e indossare una semplice e comoda tuta grigio scuro.

Ero pronto per la mia mezz’oretta di esercizio fisico e poi mi sarei trascinato dentro casa per una doccia veloce, prima di andare in lavanderia.

A Settembre non fa mai né troppo caldo né troppo freddo di giorno, mentre di notte poter dormire sotto un caldo piumino è davvero il massimo.

Ci devono essere all’incirca una ventina di gradi, la temperatura ideale per correre e sudare un po’.

La nausea è passata, non saprei dire precisamente quando è scomparsa, ma finalmente non mi tormenta più.

All’inizio la corsa non mi affatica, mi muovo seguendo il solito ritmo e sforzandomi di mantenere regolare il respiro, anche se sento fin troppo chiaramente il cuore accelerare a poco a poco i suoi battiti. Non seguo mai un tracciato preciso, tendo a improvvisare un percorso sul momento.

Per quanto la mia vita faccia schifo, la corsa è l’unico momento dove mi sento in parte migliore, libero e pieno di possibilità.

Passo davanti all’officina di Tate, lanciandogli un veloce saluto.

Lui è uno dei pochi vecchi amici con cui ho ancora dei contatti, di solito infatti ci ubriachiamo insieme, quella di ieri sera era stata una parentesi solitaria particolarmente rara, dato che di solito ho lui a tenermi compagnia.

«Al Fire questa sera? Alle undici?», mi urla dietro, mentre sorpasso la sua officina.

Non mi fermo, ma annuisco: «Contaci»

Il Fire è uno dei pochi locali dove ancora non sono stato scacciato.

Di solito non sono una persona violenta, ma quando è troppo è troppo e se mi capita di litigare per più di una volta con la stessa persona, tendo a non capire più niente quando gli insulti si fanno più pesanti.

Correre è proprio quello che mi ci vuole per scaricare un po’ di tensione e per non pensare a nulla. L’effetto della corsa sulla mia mente è praticamente identico a quello dell’alcol: mi porta a pensare a tutto o niente nello stesso momento.

Arrivato a casa mi chiudo in doccia, dove sento i muscoli sciogliersi sotto il getto d’acqua calda, che mi fa sentire davvero molto meglio.

Talmente bene che penso per un doloroso istante di essere in paradiso.

Mi convinco, una volta asciugato e rivestito, ad andare in lavanderia, anche se tentenno per alcuni istanti, privo della voglia necessaria per fare una cosa così noiosa.

Afferro alcuni sacchetti di plastica e ci metto dentro tutti i vestiti che riesco a trovare dividendoli per colore prima di avventurarmi nuovamente fuori casa.

La lavanderia più vicina si trova a due isolati e mezzo dal mio appartamento e ci impiego poco più di cinque minuti per arrivarci.

Le lavatrici sono quasi tutte libere, tranne un paio, davanti alle quali si trova una ragazzina con in mano un libro.

Cambio in fretta dei soldi con dei gettoni prima di riempire la lavatrice più vicina con gli indumenti chiari, quella accanto con quelli scuri e l’ultima con i colorati.

Ormai sono passate quasi tre settimane dall’ultima volta che ho fatto il bucato e mi sento un po’ in colpa per aver ignorato i quel modo i miei poveri vestiti.

In fondo crescere non è semplice come sembra, anzi comporta molte responsabilità di cui prima non immaginavo neppure l’esistenza e che poi mi sono ritrovato a dover rispettare.

Come ad esempio preoccuparsi di lavare casa, pulire i vestiti, tenere in ordine, pagare le bollette e l’affitto in tempo, andare al lavoro, non spendere tutti i soldi in alcolici…

Di solito non penso molto, faccio quello che voglio quando voglio, senza considerare troppi se o troppi ma. Quindi anche oggi mi ritrovo ad alzare lo sguardo verso la ragazzina, senza prendere in considerazione l’idea che potrebbe accorgersene e innervosirsi per la radiografia completa che le sto facendo.

Non è brutta, ha l’aspetto da bambola di porcellana, piccola, delicata e bianca. I capelli sono scuri, leggermente scalati e appena mossi e gonfi, probabilmente a causa dell’umidità. Essendo di schiena non riesco a vederla in viso, ma il lato B non è niente male.

Mi siedo su una delle lavatrici non in uso, muovendo appena i piedi avanti ed indietro, mentre controllo il cellulare e mi rendo dolosamente conto che nessuno mi ha cercato.

Tutta questa solitudine mi sta uccidendo poco a poco.

Alzo lo sguardo e incontro per un secondo quello color nocciola della ragazzina, che non spreca tempo e torna all’istante a leggere il suo libro.

Aggrotto le sopracciglia, deluso dall’occhiata troppo veloce e improvvisa che ci siamo scambiati e che mi ha impedito di registrare altri dettagli, oltre al colore degli occhi e alla forma carnosa della labbra.

Comunque l’idea generale che ho di lei non è male, le darei un otto abbondante, soprattutto per il bel didietro che si ritrova.

Sorrido appena, mentre immagino di mordere forte quel sedere.

Ho avuto poche ragazze fisse nella mia vita, la maggior parte sono state avventure veloci durate al massimo un paio di settimane, forse perché le donne con il loro sesto senso capiscono subito che sono un coglione e non perdono troppo tempo con me.

Lancio uno sguardo veloce alle lavatrici davanti a me, che stanno lavando i miei vestiti lerci e chiudo gli occhi per qualche secondo.

La corsa mi ha lasciato quella sensazione di stanca soddisfazione che amo tanto, ma che allo stesso tempo mi rende irritabile, forse perché l’unica cosa che vorrei in questo momento è un bel letto caldo dove poter dormire…

La porta si apre ed entra una donna, anzi, sarebbe meglio dire un uomo vestito da donna, che punta dritto verso la ragazzina.

Alzo un sopracciglio, osservando come il travestito le parla fitto fitto per qualche minuto, prima di scomparire oltre la porta, subito dopo avermi fatto l’occhiolino.

Che bello, ho fatto colpo su una drag queen, adesso posso anche morire felice.

La ragazzina sembra sul punto di piangere, ha posato il libro e ora si sfrega il volto con le mani, appoggiata col sedere contro una lavatrice.

Avrei voglia di chiederle cosa le ha detto il travestito ma mi trattengo, senza però distogliere lo sguardo dalla sua figura minuta, che ad un tratto sembra ancora più piccola e delicata.

«Vuoi una foto?»

Mi stupiscono le sue parole, ma soprattutto la sua voce, rauca e ferma.

Non mi sembra più indifesa, anche se dentro di me una parte minuscola della mia anima spera di poterla aiutare comunque.

Sorrido: «Hai per caso una macchina fotografica a portata di mano? In tal caso, sì».

La lascio a bocca aperta, lo so, anche se non si volta verso di me per farmi vedere il suo volto.

«Che spiritoso», commenta, riprendendo in mano il libro e sfogliandolo.

«Perché così sconvolta, scricciolo? Il travestito ti ha proposto di passare all’altra sponda?»

Sussulta e posa con forza il libro sulla lavatrice più vicina a sé, prima di voltarsi.

Se gli sguardi potessero uccidere, a questo punto sarei morto stecchito.

«I tuoi genitori non ti hanno insegnato a farti i fatti tuoi?»

«Ho toccato un tasto delicato?», chiedo, con finto dispiacere: «Scusa, scricciolo, non volevo».

«Ma la smetti?», non riesco a pensare ad altro, se non a quanto sia sexy il modo in cui si sta sporgendo verso di me, anche se siamo separati da una fila di lavatrici e lei è a più di due metri da me.

«Di fare cosa, scricciolo?»

Tenta di nuovo di uccidermi con lo sguardo e io trovo che le sue labbra imbronciate in quel modo siano davvero irresistibili. Se la baciassi però rischierei di morire.

«Non mi rivolgere la parola e non chiamarmi “scricciolo”. Giusto perché tu lo sappia, sono cintura marrone di karate e non ti conviene tirare la corda».

Comincio a ridere come un matto, sinceramente divertito dalla sua grinta e dal modo fiero in cui ha esposto la sua qualifica. Sembra una gattina con pelo ritto sulla schiena e le orecchie abbassate, pronta a soffiarmi contro.

«L’anno scorso come lavoro part-time facevo l’insegnante di kick-boxing», le dico, chiedendomi se sia all’incirca l’equivalente di una cintura marrone di karate.

La vedo aggrottare le sopracciglia: «E allora? Cosa c’entra?»

Sorrido: «Perché, la tua cintura di karate cosa c’entrava?»

Arrossisce di colpo, uccidendomi di nuovo con gli occhi color nocciola, prima di darmi le spalle e tornare a dedicare tutta la sua attenzione al libro e alle due lavatrici che girano di fronte a lei.

È da tanto che non mi diverto così, probabilmente dovrei chiederle di uscire insieme e vedere quante volte rischio di morire fulminato dal suo sguardo.

Rimaniamo in silenzio per il resto del tempo che ci tocca condividere nella lavanderia e mi chiedo se dovrei davvero parlarle di nuovo o limitarmi a ignorarla, come sta facendo lei con me.

Alla fine non riesco a resistere alla tentazione, infastidito da quell’ostilità che continua a emanare da ogni gesto del suo corpo e parlo: «Quella foto allora?»

La vedo irrigidirsi appena, voltandosi di nuovo verso di me, brandendo il libro con aria minacciosa.

Ora riesco a focalizzare più particolari, come ad esempio gli orecchini a diamante, tre per lobo, il piccolo neo all’altezza dello zigomo sinistro, la matita scura che ha sotto gli occhi, il naso dritto e le rughe d’espressione sulla fronte aggrottata.

La gattina-scricciolo è tornata all’attacco.

«Pensavo avessi capito il mio sarcasmo», dice con tono tagliente, socchiudendo appena gli occhi con fare minaccioso.

«Il travestito ti ha sconvolto talmente tanto che non riesci a sostenere una conversazione con uno sconosciuto senza fare la stronza?»

L’ho lasciata a bocca aperta ed è uno spettacolo davvero divertente.

In questo momento penso che mi piacerebbe riempire quella bocca con la mia lingua e vedere la sua reazione; probabilmente me la ritroverei mozzata.

Apre e chiude le labbra un paio di volte, come se non sapesse quale insulto rivolgermi per primo e io, senza pensarci, sorrido: «È da parecchio che non mi diverto tanto. Ti va di uscire?»

La sua espressione da stupita diventa sconvolta: «Tu sei malato».

«Vuoi farmi da infermiera?»

La sue espressione da bambina innocente presa in contro piede mi fa sentire potente, come se fossi l’unico capace di zittirla in questo modo.

So che mi odia, o che comunque non mi sopporta e il pensiero mi causa fin troppo compiacimento, con una punta però di insoddisfazione.

Quella ragazzina mi rende irrequieto, desideroso di parlarle, di farla infuriare…

Forse voglio semplicemente vedere, sotto la maschera da bambolina di porcellane che porta, la leonessa che in realtà è.

«Te lo puoi anche scordare».

Metto il muso, portandomi una mano al petto: «Mi stai spezzando il cuore, non ti faccio pena?»

La sua risata è stupenda, forse un po’ troppo rumorosa per i miei gusti, ma le illumina gli occhi di una luce magica. Mi rendo dolosamente conto che potrei rimanere a guardare ridere quella perfetta sconosciuta per ore senza mai stancarmi e non sono sicuro che questo pensiero sia positivo.

«Neanche un po’», dice, con quella luce ancora lì, a far brillare il colore nocciola dei suoi occhi.

«Che gattina cattiva».

Subito penso che non abbia sentito le mie parole, ma poi la sento rispondere: «Non sai quanto» e penso di aver trovato la mia anima gemella.

In realtà è una cosa stupida, ma quella ragazzina mi ha colpito tanto da farmi pensare a come sarebbe potuto essere stare con lei.

Probabilmente finiremmo per litigare ogni due secondi, mai d’accordo, pronti a combattere per avere ragione, per poi uscirne entrambi sconfitti e pieni di ferite…

Non sono sicuro che sia questo quello che voglio da una relazione, anche se ammetto che sarebbe maledettamente eccitante!

«Io comunque non stavo scherzando. Ero serio quando ti ho chiesto di uscire».

Le lavatrici davanti a me smettono di colpo di girare, così decido di trasferire tutto in un’asciugatrice mastodontica, facendo attenzione a non seminare nessun calzino in giro.

«Anche io lo ero quando ti ho risposto».

È una ragazza che sa il fatto suo, lo ammetto, ma io non mi do per vinto.

«È perché ti ho dato della stronza, perché sei già impegnata o perché hai paura di innamorarti di me?»

La sento ridere di gusto e non posso fare a meno di sentirmi un po’ offeso per il modo esplicito in cui mi sta prendendo in giro; non è una bella sensazione.

«Io… ah ah… innamorarmi di te? Ma hai battuto la testa? Comunque sì, direi che ti sei giocato ogni opportunità con me quando mi hai dato della stronza», continua a essere scossa dai sussulti causati dal riso ed è più bella di quanto potrei mai ammettere.

«No, sinceramente», inizio a dire, sedendomi sull’asciugatrice in funzione, mentre la vedo che svuota a sua volta le lavatrici e viene verso di me: «Io sono convinto che mi potrei innamorare di una come te. Solo che non mi è mai successo. La mia è solo una sensazione…»

La studio mentre riempie l’asciugatrice accanto alla mia e ci infila i gettoni.

Non so che cosa mi stia passando per la testa, probabilmente ha ragione lei e sono malato, ma questa sensazione di euforia che provo accanto a questa ragazzina è troppo bella per essere ignorata.

Si volta lentamente verso di me, mi osserva con molta calma, studiandomi in ogni dettaglio.

Ad un tratto accenna un piccolo sorriso: «Che tipo di sensazione?»

Avete presente la scena tipica dei film? Quando a un tratto ci si ritrova uno addosso all’altra senza capire chi sia stato a muovere il primo passo?

Ecco, cancellatela.

Io non mi avvicino e lei nemmeno, rimaniamo semplicemente fermi a fissarci negli occhi.

E che sguardo! Col pensiero la sto scopando proprio su quella maledetta asciugatrice. Mi immagino ogni singolo gemito, ogni centimetro della sua pelle chiara esposta…

E so, anche se non posso leggerle nella mente, che lei sta facendo lo stesso.

È lei la prima a spezzare il silenzio: «Ieri ho visto un film stupido di cui non ricordo il nome, dove la protagonista era fissata con il destino e quando incontra l’uomo della sua vita non gli chiede il nome, ma gli dice che, se si sarebbero ritrovati, allora avrebbero capito che era davvero destino che si amassero».

Aggrotto appena le sopracciglia, mentre il mio filmino a luci rosse evapora: «Vuoi dire che non hai intenzione di dirmi come ti chiami, scricciolo?»

«Esatto, se ci rincontreremo…»

«Capirai che è destino e mi darai un’occasione?», termino la frase per lei, chiedendomi con una fitta al petto se stia dicendo sul serio: «Non sono certo che la cosa mi piaccia, sai…»

Sorrise appena: «Non ti fidi del destino?»

«Che ne dici di darmi un assaggio di cosa potrei avere se ti ritrovassi? Almeno ho un incentivo in più per cercarti ovunque», mormoro, avvicinando il viso al suo, speranzoso.

Scuote piano la testa: «Mah, non saprei…»

La sua bocca è sulla mia e prima che si allontani la stringo tra le mie braccia, affondando le mani contro la sua schiena. Lecco le sue labbra e ne sento il sapore: lampone.

Ci allontaniamo di pochi centimetri: «Ancora uno?», le chiedo, la mia voce sembra una supplica, tanto che fatico a riconoscerla.

Ci baciamo di nuovo, questa volta insisto, sforzando le sue labbra fino a quando non le schiude, permettendomi di esplorare la sua bocca.

«Dobbiamo per forza fidarci del destino?», sussurro contro le sue labbra, baciandole di continuo con piccoli sfioramenti.

Non ho mai sentito un fuoco simile nelle vene, o almeno, non con un semplice bacio come questo e so per certo che potrei anche diventare dipendente da un’emozione così forte.

Il cuore mi batte come un pazzo nel petto e i jeans sono all’improvviso troppo stretti.

Mi accarezza una guancia, dove c’è un accenno di barba e mi sorride tristemente: «Trovami e prometto di darti un’occasione».

La bacio di nuovo e poi, sorridendo contro le sue labbra, la sollevo, fino a farla sedere sull’asciugatrice dentro la quale ci sono i suoi vestiti.

Ecco, il mio filmino a luci rosse inizierebbe più o meno così, adesso devo solo trovare un modo per convincerla a realizzarlo…

«Calma i bollenti spiriti, straniero, non ho intenzione di dartela».

Mi fingo offeso, mettendo il muso: «Tu sì che sai come spezzare il cuore ai bravi ragazzi…»

«E tu saresti un bravo ragazzo?»

«Vuoi che lo sia?», le chiedo, mordendo piano il suo labbro inferiore, mentre le mie mani, particolarmente sfacciate, le palpano il sedere.

Vorrei vedere nudo il didietro da urlo che si ritrova, ma per il momento posso solo fantasticarci.

Continuo a baciarla piano e a toccarle le cosce e il sedere, apprezzando il modo in cui il tessuto dei suoi jeans sfrega contro la pelle dei miei palmi.

E proprio quando comincio a pensare che lei sia indifferente ai miei tocchi, mi dà la prova del contrario, sussurrandomi contro la guancia: «Dio, vedi di trovarmi, straniero, perché mi stai facendo impazzire».

Le mordo il lobo dell’orecchio, giocando con la lingua con i tre orecchini, prima di fare due lunghi passi indietro.

Ho bisogno di prendere aria e di calmarmi, altrimenti il filmino a luci rosse diverrà realtà molto presto. La guardo senza riuscire a staccarle gli occhi di dosso.

Ancora non riesco a credere a quello che mi è appena successo.

Mai in vita mia ho vissuto un’esperienza così da pazzi, ma credo che quando si incontra una bambolina del genere il raziocinio non serva a niente e sia meglio lasciare un po’ di spazio all’istinto.

Non mi sono nemmeno reso conto di quando sia avvenuta la distruzione di tutte le barriere che mi proteggevano dal mondo esterno, eppure eccomi qui, perso in quegli occhi color nocciola e desideroso che l’asciugatrice-mangia-gettoni non smetta mai di lavorare.

«Odio la tua pessima idea», ammetto, senza distogliere lo sguardo dal suo.

«E io odio le occhiaie che hai sotto gli occhi. Dovresti dormire di più».

Alzo appena un sopracciglio, adesso si mette pure a farmi la predica?

«Sono cazzi miei quanto dormo o non dormo», dico con tono aspro e mi stupisco che emerga di nuovo la zitella acida che c’è in me.

«Sono cazzi miei se ho le mie idee».

Spalanco appena gli occhi: «Touché, scricciolo».

«Ancora quel nomignolo?», chiede scocciata, scendendo dall’asciugatrice, ma senza avvicinarsi a me.

«Non so come ti chiami, quindi penso che continuerò a chiamarti così almeno fino a quando non ti presenterai».

«Dai per scontato che ci rincontreremo?»

«Farò di tutto perché ciò accada», accompagno le mie parole con un occhiolino, facendola sorridere.

L’asciugatrice con all’interno i miei vestiti si ferma di colpo e un silenzio teso cala su di noi.

«E se facessimo finta di niente e ci scambiassimo i numeri di cellulare?», chiedo, non riuscendo a distogliere lo sguardo dal suo e dalla luce triste che mi sembra di scorgervi: «Il destino è solo un crudele tiranno che c’impedirà di ritrovarci un giorno».

Si morde il labbro e si abbraccia, dondolandosi appena sui talloni: «Sono in questa città perché mio papà ha cambiato lavoro, ma presto tornerò a casa e ti assicuro che non è dietro l’angolo. Non ho bisogno di una relazione a distanza in questo momento.»

Eccola la verità.

Quasi preferirei non averla sentita, perché fa un male cane.

«Ma se un giorno dovessimo rincontrarci, non credo che avrei la forza di andarmene di nuovo».

«E cosa dovrei fare io? Aspettarti in questa lavanderia per il resto della mia vita?»

Ho di nuovo il tono da zitella inacidita, ma questa volta ne ho tutto il diritto.

È così che va la vita? Tu incontri una ragazza, pensi di aver trovato quella abbastanza tosta da tenerti testa e lei dice di doversene andare?

Che schifo il destino…

«Ma no! Voglio che tu realizzi tutti i tuoi sogni e che trovi il modo di eliminare quelle brutte occhiaie, così quando ci rincontreremo potremo provarci», dicendo quelle parole elimina quei pochi centimetri che ci separano e mi abbraccia, forte, appoggiando il viso contro il mio petto.

«Sento il tuo cuore battere», mi sussurra contro la maglietta: «E vorrei rimanere qui per il resto della mia vita a sentirmi chiamare scricciolo da te, ma se non torno a casa entro le cinque e mezza mio papà mi uccide».

«Quanti anni hai?», le chiedo, cercando di capire se il suo aspetto così fanciullesco non sia in realtà simbolo della sua giovane età, diversamente da come avevo pensato prima.

«Quasi diciassette», sussurra con una voce talmente fioca che spero intensamente di aver capito male.

Oltre ad un coglione ubriacone, sono diventato anche un pedofilo ora.

«È un problema?» chiede con quella vocina sottile, stringendo maggiormente la presa intorno alla mia vita.

«Scherzi? Io prendo sbandate per le bambine ogni giorno», dico sarcastico, chiedendomi cosa cavolo mi stia succedendo.

«Non sono una bambina», risponde, tirandomi un pugno contro la schiena all’altezza dei reni.

Non lo ammetterei mai ad alta voce, ma mi ha fatto più male di quanto mi aspettassi, anche se sono certo che non spunterà nessun livido.

Le do un bacio sulla fronte, inebriandomi per l’ultima volta del suo profumo di pulito misto a quello di qualche fiore che non saprei individuare e chiudo gli occhi per qualche secondo, godendomi la sensazione.

Ci separiamo molto lentamente, mentre torniamo alle asciugatrici, questa volta entrambe ferme. Raccogliamo i rispettivi vestiti e ci avviamo a passo di lumaca verso la porta del negozio.

Prima di aprire la porta lei si volta verso di me e mi bacia sulle labbra, sorridendomi: «Sai, credo che potrei amarti anche io».

Scuoto piano la testa: «Che ne sai tu dell’amore, scricciolo?»

«So che non pensavo di trovarlo in una lavanderia», sussurra piano, prima di posare a terra il suo sacchetto di vestiti puliti e sganciarsi la collana argentata con una croce come ciondolo che porta al collo.

Si sporge per mettermela, ma io faccio un passo indietro: «Che stai facendo?», le chiedo.

«Voglio che la tenga tu», dice, ignorando la mia evidente titubanza e chiudendo il gancetto al mio collo.

Vorrei ricambiare il gesto, regalandole qualcosa a cui tengo, ma non ho nulla con me e l’unica cosa che le posso donare è il mio portachiavi a forma di Statua della Libertà. Dopo aver staccato le chiavi di casa glielo appoggio contro il palmo della mano.

«Trattalo bene».

Ci sorridiamo per qualche secondo, poi lei raccoglie da terra il suo sacchetto di vestiti e apre la porta, mettendo fine a quella parentesi di poco più di un’ora che era stata la nostra storia d’amore.

La fisso mentre si allontana lungo la via, dalla parte opposta rispetto a quella che devo prendere io. Si volta solo una volta, prima di svoltare l’angolo e mi sorride.

Molto probabilmente non la rivedrò mai più in vita mia, ma so per certo che il ricordo del suo sorriso mi tormenterà per giorni, mesi, anni…

Tutto il tempo necessario, prima che io possa vederla di nuovo.

Sperando che il destino sia clemente e me lo conceda.

 

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