Capitolo 3 – L’imperatore

Di Samuel Nese

Nessuno ebbe il coraggio di punirmi per quel folle atto di rabbia, tutti avevano paura di ciò che avrei potuto scatenare, nemmeno il reggente blaterò alcun ordine contro la mia persona; il giovane fante non venne toccato, mentre la marcia proseguì fino ad una lingua di terra: il teatro della nostra battaglia. Il minuscolo esercito si accampò alle soglie della vallata rocciosa, troppo arida per essere coltivata, ne ebbi la conferma quando mi avvicinai a due soldati che precedentemente alla venuta del reggente erano tra i pochi contadini del cavalierato. Non fui in grado di scambiare qualche parola con loro, purtroppo. Non appena si accorsero della mia presenza, si allontanarono tentando di nascondere le loro espressioni spaventate.

Mi ero trasformato improvvisamente in un mostro, nessuno ricordava più il mio legame di sangue con il precedente cavaliere. Compresi come il mio mutamento fisico non giustificasse tutto l’astio nei miei confronti. Infatti, non fu la scena a cui assistettero quel pomeriggio a cambiare gli sguardi che mi rivolgevano. Addestrare i figli della popolazione mi fece cadere in cattiva luce di fronte agli abitanti del feudo, non importava il fatto che non fosse una mia decisione o che non avessi avuto altra scelta, tuttavia molte persone perirono a causa delle ferite durante l’allenamento e delle frustate, senza considerare la loro pessima alimentazione. Molti giovani non avevano le forze per reggere attività fisiche come il combattimento. Le loro braccia erano in grado di lavorare i campi, raccogliere i frutti dei boschi e cacciare. I migliori tra quest’ultimi divennero arcieri, ma l’utilizzo dell’arco in un contesto militare richiedeva ben altro tipo di disciplina. Pensai di riscattarmi togliendo la vita al torturatore, ma questo mi rese ancora più bestiale e disumano di quell’individuo. Non lo compresi in quel momento, continuavo ad arrovellarmi la mente sul perché i miei concittadini non interpretassero il mio gesto come un atto di giustizia.

Quella notte dormii da solo al chiaro di luna e poco prima che i soldati si ritirassero, un giovane mi si avvicinò, lo riconobbi solamente quando volle ringraziarmi per averlo risparmiato dalla frusta. La mia voce fuoriuscì roca e bassa, dissi solamente che non doveva, il torturatore si era meritato quella fine. Lui non contestò, ma volle aggiungere che gli uomini presenti erano sì spaventati dalla mia forza, ma non nutrivano realmente sentimenti avversi nei miei confronti. Molti di loro erano preoccupati a causa della mia solitudine. Ricordò infine che tutti rimpiangevano ancora la dipartita di mio padre. Se ne andò confessando che non voleva infastidirmi. Sentir nominare mio padre dopo tanto tempo risvegliò in me strane sensazioni, ormai sopite dietro la mia scorza emotiva. Ciononostante, non scatenarono in me malinconia, mi ricordarono invece di aver avuto un padre.

Trascorsi la notte insonne e non appena il giovane mi ebbe lasciato solo, mi ricordai che il giorno seguente avremmo affrontato la nostra prima battaglia e sapevo che avrei potuto non rivedere mai più la mia terra natia. Tale pensiero si fortificò non appena vidi l’esercito nemico; file e file di soldati marciavano verso di noi, le lunghe picche formavano un vibrante letto spinoso, il simbolo del leone su sfondo rosso troneggiava sui loro stendardi. Quando furono abbastanza vicini, notai le incredibili corazze solide e scintillanti. Alla luce dell’alba l’intera armata marciava contro di noi come un oceano di uomini che non conosceva ostacolo o fatica capace di fermarli. Non avevo mai visto così tanti guerrieri in una sola volta. Gli stessi volti dei nostri giovani non lasciavano trasparire altro che sgomento. Eravamo poco più di trenta fanti e una quindicina di arcieri, tutti mal equipaggiati. Solamente in pochi erano capaci i brandire correttamente l’arma al loro fianco. L’unico ad avere un cavallo e una corazza sufficientemente resistente era il nuovo cavaliere.

L’armata avversaria si fermò a pochi metri dal nostro schieramento, non comprendevo cosa stesse accadendo, brandire una spada e saperla usare non implicava la capacità guidare un esercito o combattere una battaglia di quella portata. Tutto ciò di cui ero consapevole era la nostra netta inferiorità numerica, preparativa e d’equipaggiamento. La nostra terra era sempre stata pacifica. Fino a quel momento, gli unici ad essere addestrati erano le guardie e i cavalieri a capo del feudo. Ma quella tradizione stava per cessare, ognuno di noi avrebbe subito il battesimo del fuoco, la maggior parte sarebbe morta e io avrei onorato il mio titolo perduto morendo al fianco del mio popolo. Dopotutto, nessun sovrano poteva governare senza sudditi.

I soldati avversari erano impassibili come possenti statue guardiane, sui loro volti non s’intravvedeva nemmeno lo stupore di ritrovarsi un così patetico esercito di fronte. Poi cominciarono a muoversi, le corazze sguarnite dei nostri uomini cominciarono a tintinnare nervosamente, un solco di terra fu liberato dalla vista dei nemici e il trotto sordo di due cavalli diventava sempre più forte. Due cavalieri giunsero con ancora le lance in mano, in groppa ai loro stalloni neri. Le loro armature chiare scintillavano alla debole luce dell’alba, sembravano davvero di ottima fattura e robuste, riuscivano a coprire tutto il loro corpo. Si posizionarono ai lati del passaggio e, nonostante avessero entrambi la visiera sollevata, solo uno parlò, annunciando l’arrivo dell’imperatore.

Il terzo cavallo era bianco e massiccio, un esemplare davvero notevole, come non ne esistevano di simili nella nostra terra. La figura in sella era ben armata e robusta, non indossava l’elmo e il suo portamento lasciava intuire la sua autorità imperiale, ma allo stesso tempo non ostentava alcuna viltà nei suoi occhi. L’imperatore accostò la sua cavalcatura accanto a quella del reggente. Gli offrì la sua pietà in cambio della nostra resa incondizionata. Ci fu un rifiuto categorico, ma il potente monarca insistette. Non volevo restare a guardare mentre si decideva il destino della mia patria, tuttavia la refrattaria volontà dell’imperatore mi fece riflettere, dunque non desiderava inutili spargimenti di sangue, sapeva che se fossimo morti su quel campo di battaglia la sua vittoria sarebbe stata inutile. Un territorio come il nostro era uno spreco senza braccia per lavorarlo. Allo stesso tempo, non riteneva un pericolo la presenza del nostro logoro esercito. Quindi non potei far altro che intromettermi tra i due capi nel tentativo di riportare a casa sani e salvi tutti gli uomini.

Diedi spiegazione della condizione del nostro esercito, il potente sovrano ascoltò con interesse seppur accigliato, non per via delle mie parole, ma sembrava scrutarmi con insolita curiosità. Il reggente tentò d’interrompermi, fortunatamente il mio interlocutore voleva sentire soltanto me; ne approfittai per rivelare la profonda crisi che affliggeva la mia terra. Quando conclusi il mio sproloquio, volle sapere il mio nome. Dopo essermi presentato, le sue parole mi rivelarono il motivo del suo assiduo scrutarmi. L’imperatore aveva conosciuto mio padre dopo aver deciso di trascorrere una primavera nel nostro cavalierato durante il tempo di pace. La figlia, al tempo molto malata, necessitava di un periodo fuori dalla capitale e la zona boschiva si era rivelata la scelta migliore. Ora la fanciulla era sana e forte, pronta per essere promessa in sposa. L’imperatore si dimostrò indignato di fronte alla testimonianza riguardante le condizioni del cavalierato e mi promise di ripristinare il mio status non appena avesse vinto a guerra, inoltre avrebbe rinnovato l’indipendenza della nostra patria in cambio della resa. L’unica promessa a favore del reggente fu la garanzia di lasciarlo regnare fino alla sua morte, successivamente alla quale io sarei stato investito ufficialmente come cavaliere.

Tutto ciò non sarebbe mai stato permesso dal reggente, che voleva a tutti i costi mandare quei poveri giovani a morire e che cominciò infatti a fare la voce grossa. L’imperatore sopportava le ciance di quell’uomo con lodevole pazienza. Finalmente le mie parole sbloccarono di nuovo la situazione, chiesi all’esercito se desiderava morire per la propria terra oppure accettare la proposta dell’imperatore. La risposta fu un vocio sommesso che si concluse immediatamente quando i soldati gettarono a terra le loro armi. In linea teorica quella era insubordinazione o diserzione, entrambe punibili con la morte. Ma il reggente non ebbe l’autorità di controbattere a tal gesto, la sua codardia mi fu evidente solo in quel momento. Così gettai a terra la mia spada, come segno di appartenenza a quella patria ormai perduta. Quel giorno le mie parole furono più eroiche dei possibili caduti che avrebbero lasciato questo mondo in quella valle così diversa e distante dalle loro case.

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