Capitolo 2 – Arrivò la guerra

Di Samuel Nese

Passarono parecchi anni, o forse molto pochi, tuttavia smisi di contare gli inverni e invecchiai. Anche se ero ancora giovane, la mia coscienza divenne più responsabile, seria e intransigente. Il mio corpo imitò la metamorfosi della mia indole: i pochi peli del mio viso divennero una folta e dura barba, i miei muscoli si rinforzarono, infine il mio sguardo perse innocenza diventando penetrante, quasi vile e i miei stessi lineamenti si marcarono ancora di più. L’avvenente somiglianza con mio padre venne sostituita da un soldato privo di onore e di pietà. Il cavalierato diventò una speranza irraggiungibile, come una flebile promessa fatta ad un bambino troppo insistente affinché smetta di assillare i propri genitori.

Fu proprio la mia nuova occupazione a forgiare il mio corpo. La mia iniziale indulgenza nei confronti delle nuove reclute non piacque al reggente, quindi mi furono assegnati due collaboratori: dei torturatori dotati di frusta punivano i ragazzi meno disciplinati. Io dovetti stare a guardare e ogni volta mi parve di ingoiare tutto il loro sudore assieme al sangue che perdevano. Le frustate sembravano non finire mai, percepivo quei suoni molto più forte di quanto un fabbro potesse battere il metallo. Non riuscivo a togliermi dalla testa quegli orribili istanti. Nel dormiveglia sentivo ancora gli echi delle urla appartenute ai poveri giovani, come fantasmi nella notte. Certo, avrei potuto ribellarmi, ma ero troppo ingenuo e codardo.

Più volte tentai di dialogare con mia madre ed il nuovo cavaliere, senza alcun risultato. Continuavano a ripetere che una guerra era imminente e il nostro cavalierato doveva fungere da prima linea difensiva contro l’impero confinante. Contestai, in quanto la fanteria non era sufficientemente preparata ad affrontare una guerra di tale portata. Fui messo a tacere senza concrete spiegazioni dal reggente. Le sue argomentazioni erano inconsistenti, anzi mi veniva semplicemente ordinato di non contraddire il suo volere. Soprattutto, non esisteva modo d’illuminarli sull’effettiva efficacia dei miei collaboratori durante l’addestramento dei soldati. Persino mia madre si rifiutò di comprendere che le continue frustate ne indebolivano la maggior parte. A suo parere non c’era nulla d’inusuale, trovandoci in tempo di guerra. Ma lanciando un rapido sguardo verso il reggente, sapevo che non erano parole provenienti dalla sua coscienza. In quel momento maledii la mia nuova famiglia.

Arrivò il giorno antecedente alla prima battaglia. I giovani fanti marciavano dal castello lungo la strada principale del villaggio. Alla guida dei circa cinquanta soldati, c’ero io. Il mio viso era deformato dalla dura maschera selvaggia che negli ultimi anni della mia vita avevo preso il posto dei delicati lineamenti ereditati dai miei genitori. Solo in pochi mi riconobbero tra occhiate angosciate, sospiri inquieti e sussurri dubbiosi. Io non li vedevo realmente, non aveva importanza cosa pensassero di me, avevo già affidato la mia vita alla stessa morte. Presto avrei abbandonato la mia patria maledetta, perduta nei remoti ricordi che si mescolavano tra sogni confusi, troppo vaghi per essere descritti.

Ai miei lati, i due torturatori marciavano brandendo delle enormi mazze da combattimento. Uno di loro portava ancora la frusta appesa alla cinta e ciò non fece del bene al mio umore già troppo alterato. La mia granitica durezza venne lentamente sopraffatta dal nervosismo, ma non lo diedi a vedere fino a quando, una volta giunti di fronte al nuovo cavaliere, uno dei giovani fanti continuò a marciare urtando uno dei torturatori. Questi buttò a terra mazza e scudo, afferrando la frusta. Il reggente non commentò. Io invece persi il controllo, rimisi la spada nel fodero e sollevai la mazza da terra. Il sangue mi ribollì in tutto il corpo, fino alla testa. Il torturatore stava sollevando il braccio con in mano la frusta, ma questa non toccò mai la schiena denudata del giovane. Un violento colpo di mazza colpì la sua testa, che si staccò disumanamente dal resto del corpo, lasciandolo a terra in preda agli spasmi.

Lasciai cadere la mazza senza dire nulla, non cambiai nemmeno l’espressione adirata, mentre sfoderavo la spada e fissavo il compagno del decapitato con un ferale sguardo di sfida. Impugnavo la mia arma con due mani vicino al capo, pronto a reagire in caso di attacco da parte del mio nuovo avversario. Ma la scena precedente lo lasciò sgomentato, soprattutto quando si accorse quanto lontano fosse finita la testa.

Quella dimostrazione di forza fu solamente il principio della manifestazione della mia volontà, un giorno, essa mi avrebbe portato a superare la potenza di qualunque altro uomo.

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