Capitolo 2

Di Christian Ventura

Entrai per ultimo e chiusi la porta dietro di me. La casa mi si presentò proprio come avevo temuto: aura misticheggiante, oggetti in larga parte di legno e roba etnica sparsa di qua e di là. Vi erano lunghe tende gialle che filtravano la debole luce del tramonto e davano al soggiorno un colorito arancione sfumato. Fumavamo tutti, l’aria era densa e tanto pesante da far abbassare gli occhi.

Mi distesi adagio sul divano e feci un lungo tiro. Il fumo espirato fece le capriole verso il soffitto. Capriole in una stanza senza vento. La bellezza sta nei piccoli gesti. In una leggera capriola nell’aria senza vento.

Sulla parete giallognola alla mia sinistra c’era un poster del Che di vecchia data.

Un regalo familiare forse.

Sui mobili di legno scuro erano incollati vari sticker, dei quali alcuni antifascisti, di certo i più numerosi. Quelli con le due bandiere.

Ora voi capite bene che in un luogo del genere come minimo si discute di politica, se non di economia internazionale o teorie marxiste. Interessante, certo, ma avete mai provato a discutere di politica con un estremista? Bianco o nero, non ci sono molte altre vie. Sei comunista? Ottimo. Sei moderato? Non hai le palle. Sei moderato di destra? Sei un populista. Sei estremista di destra? Sei un fascista, razzista e demente. Il cancro che ci portiamo dietro dai tempi della guerra.

Vuoi andare a una festa di fascisti? Idem con patate, ma nel verso opposto.

Sapete che di politica mi interesso ben poco, che in fondo sono schifosamente egoista.

Vada al diavolo il novantanove percento degli over-quaranta, ma in fondo è interessante parlare di qualcosa che non sia calcio o figa e quindi spesso ci gioco.

Alla mia destra c’era una ragazza con dei folti capelli rossi. Continuava a ridere forte ad ogni minima battuta, sorseggiando un drink che non conoscevo. Aveva dei gran begli occhi che scrutavano in ogni direzione con acceso interesse. Portava una gonna leggera e le sue gambe accavallate attiravano lo sguardo di gran parte dei maschi lì presenti.

In un momento di moderato silenzio si girò verso di me in cerca di compagnia, mentre ero intento a trovare una birra piena tra il tavolo di vuoti.

«E tu invece, che fai?»

«Non so, bevo per ora.»

«Quanto sei simpatico. Dai, scemo…»

«Studio filosofia.»

«OOOOHHH, woooow. Che figata! Ma dopo cosa pensi di fare?»

«Dopo?»

«Dopo aver studiato, ovviamente.»

Sollevai con ironia la birra e feci un sorso.

«Sai, io sono buddhista.»

«Ah.»

Notai che in effetti era vestita in stile hippie-new age, che per chi non sia esperto di moda giovanile è l’equivalente di degrado chic.

«Non ti interessa il buddhismo?»

«No, non particolarmente.»

«Perché?»

«Odio i cinesi.»

Sentivo il bisogno di dire qualcosa a caso. Non potevo rischiare di annoiarla con questi discorsi, anche se era stata lei a cominciare. Molti si lanciano in questi discorsi a capofitto senza sapere quanto è profonda l’acqua e quindi è meglio buttarci sopra litri di ironia.

Del resto è meglio farsi credere stupidi che noiosi. La gente ama gli stupidi.
«Odi i cinesi? E questo cosa c’entra?»

«Non so, non mi vanno a genio.»

«E questo è un buon motivo per rifiutare il buddhismo?»

«Boh sì, credo di sì.»

«Sei proprio un razzista.» disse, mentre scuotendo la testa appoggiò il bicchiere ormai vuoto sul tavolo di fronte a sé.

«Beh, allora in cosa credi?», continuò con aria di sfida e con uno sguardo che mi pareva un po’ seccato.

«Mi piace chiamarla “filosofia YOLO”.»

Chiaramente ha un altro nome che non avevo la minima voglia di dirle, però cominciavo a divertirmi, perché lei non coglieva l’ironia e io la usavo ancora di più proprio per questo.

Ero annoiato, cercate di capire.

«Ovvero fai quel cazzo che ti pare?»

«Ridotta all’osso si potrebbe dire cosi, sì.»

«E degli altri non ti interessa?»

Ormai mi odiava. Sentivo la tensione nell’aria.

«È proprio perché amo me stesso che amo gli altri. Hai mai provato a dare una monetina a un barbone? Non ti sei sentita più felice dopo averlo fatto? Proprio così. In fondo sei egoista nell’aiutare gli altri. In fondo tu sei per te stessa la cosa più importante.
Più si ama se stessi e più si amano gli altri. Le campagne per la raccolta fondi di beneficenza dovrebbero farle seguendo questa verità. Ora dicono “Fatelo per gli altri, i poveri, i bisognosi”, ma perché diavolo dovrei fare qualcosa per gli altri gratis? Dite invece “Fatelo per voi stessi, sarà un buon acquisto!” e vedrete gente affluire da ogni parte per comprarsi la felicità.»

Appena finii di parlare lei si alzò, dicendomi che doveva andare in bagno.
La aspettai, ma non tornò più.

 

La stanza era buia e ogni cosa sapeva di fumo.

Io, le tende, il tappeto… tutto.

Il raggio di luce che passava attraverso le tapparelle mostrava migliaia di granelli di polvere che fluttuavano nella stanza.
L’aria era pesante e avevo il naso tappato come al solito. Avevo mal di schiena per via del materasso illegale e una sbornia niente male.

Avevamo bevuto, fumato e nerdato (l’Accademia della Crusca deve ancora rispondere alla mia richiesta di aggiunta nel dizionario, ma me ne frego) fino a notte fonda e molti di noi si erano fermati per la notte. La casa trasudava decadentismo da tutte le pareti giallognole, da tutte le pieghe legnose e da quell’intonaco cedevole che emanava uno strano odore.

Passai per l’ingresso e vidi una bici appoggiata a uno stendipanni. Non ci si poteva fidare a lasciarla per strada.
Per un attimo mi sentii in dovere di vergognarmi, ma poi mi vergognai di questo stesso pensiero e la smisi.

Mi trascinai in cucina, dove la luce che entrava dalla portafinestra mi colpì in piena faccia, stordendomi. Cercai di farmi un caffè, evitando i chili di immondizia in giro per la cucina. Pacchetti di fazzoletti, fazzoletti usati, vari posacenere, pacchetti di sigarette vuoti, filtri di varie tipologie, tabacchi, cartine corte, lunghe, bianche, trasparenti, marroni, verdi, bianche e rosse. Bicchieri mezzi pieni, altri mezzi vuoti e molti vuoti e basta, con quel rimasuglio di vino sul fondo che fa tanto arte contemporanea. Se guardate bene ci potete scorgere delle figure o dei volti, come nelle nuvole.
Una volta ci ho visto un giullare, uno di quelli medievali.

Ho sempre avuto un certo tipo di attrazione per queste situazioni, per questi luoghi solitari e consumati.

Me ne stavo lì in mezzo a quel cimitero di passioni a sorseggiare il mio caffè e a fumare nella calma assoluta. Era la calma dopo la tempesta, dopo il rito dionisiaco e folle. Un mondo consumato e abbandonato.
L’unione tra le particelle di polvere e il sole dava a quella sorta di tempio naturale un aspetto sacro. Era una natura morta che da lì a poco sarebbe risorta, per poi morire nuovamente e così all’infinito, ma che per nessun motivo andava ostacolata. Un mondo sospeso nel tempo, un quadro realista. Poesia.

A un certo punto il mio occhio cadde sui fornelli e vidi qualcosa che non avevo visto prima, anche se a pensarci adesso mi sembra davvero strano.
Boh, dovevo essere davvero storto.
Nel bel mezzo dei quattro fornelli c’era un uovo. Interessante, eh? Sì, ma non era un semplice uovo.
Era una specie di frittata bruciata per buona parte e incrostata al metallo, dove aveva formato orride bolle gialle. Sulla superficie era ricoperta di un leggero strato di muffa, quella ancora bianca. La collinetta che formava era alta due volte i fornelli

Per molti può sembrare una cosa di poco conto, certo. Questo posto è una discarica, che volete che sia un uovo in più, o uno in meno.
Capisco.

Per pochi potrebbe essere l’apoteosi estetica di quel quadro fin qui descritto.
Comprendo.

Ma per me quell’uovo era un calcio nelle palle, il simbolo dell’esagerazione, lo stendardo dell’estremismo ragionato, ma non sentito col cuore. Era l’icona di quella Bologna anarchica praticante ed esibizionista, perché non soltanto il degrado va accettato, ma va addirittura abbracciato ed esagerato e rendendolo familiare se ne distrugge il senso profondo. Se ci si appropria del caos, dello sconosciuto lo si rende ordinato e addomesticato.
È lì poi che nasce la muffa.

 

 

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