No Regrets

Di Lisa Aprile

Il corrimano in ferro era freddo a contatto con la mia pelle.

Le scale non mi erano mai sembrate così faticose e ripide, ma non potevo incolpare altri che la vecchiaia e le mie povere ginocchia doloranti.

Mi sentivo una ladra in casa mia a girare per i corridoi la notte, ma non riuscivo a prendere sonno e avevo bisogno di fare due passi. All’inizio, appena avevo scostato le coperte ed ero uscita dalla camera da letto, avevo pensato di andare a prendere semplicemente un bicchiere d’acqua, andare in bagno e poi tornare a dormire, ma ora i piani erano cambiati.

Ricordando il sogno della sera precedente, sentivo il bisogno di andare in soffitta e recuperare l’album fotografico che, nel mio incubo, veniva rosicchiato da un topolino. Quell’album fotografico conteneva al suo interno tutta la mia vita e non ricordavo il motivo per cui lo avessi relegato in soffitta.

La vecchiaia mi rendeva sempre più sbadata, eppure era preoccupante rendersi conto di quante cose dimenticavo e di come fosse difficile e a volte impossibile, recuperare alcuni ricordi.

Aumentai la presa sul corrimano, scaldandone il freddo ferro, mentre salivo gli ultimi gradini ed aprivo la porta in legno della soffitta.

Il forte odore di muffa e polvere mi colpì le narici, facendomi storcere il naso nel vano tentativo di non starnutire, mentre l’arietta gelida dell’ambiente mal riscaldato mi faceva stringere maggiormente alla mia lunga camicia da notte bianca.

Mi portai una mano al viso, asciugando il velo di sudore causato dalla scalata notturna, prima di portarmi alcune ciocche di capelli dietro l’orecchio.

Accesi l’unica luce della soffitta, che illuminava molto poco e rendeva l’ambiente piuttosto tetro, guardandomi intorno alla ricerca dello scatolone al cui interno sapevo esserci l’album fotografico della mia infanzia e quello con le foto della mia vita da adulta.

Scostai molti libri e alcuni vecchi giocattoli in legno ed altri in plastica afferrando lo scatolone di media grandezza, dal quale dovetti togliere molti oggetti e volumi prima di poter raggiungere i due album fotografici.

Erano proprio come me li ricordavo: uno, quello pieno di foto della mia infanzia, aveva la copertina color verde muschio e, intorno alla scritta “Foto” centrale, vi erano foglie dai colori autunnali che lo decoravano; l’altro invece era blu notte e sotto alla scritta “Album” c’erano disegnati degli orsetti.

Afferrai il primo, riconoscendo la consistenza rigida e consumata della copertina.

La prima foto al suo interno era quella del matrimonio dei miei genitori.

Sorrisi, portando la mano a sfiorare il vestito bianco di mia madre, ammirando il suo sorriso e il modo dolce in cui mio padre la stringeva a sé. Non avevo mai amato particolarmente mio padre, soprattutto quando faceva piangere la mamma con le sue critiche da uomo delle caverne. Spesso durante la mia adolescenza mi ero chiesta cosa l’avesse fatta innamorare di lui. Ero sempre stata convinta che mio padre non meritasse affatto mia madre, ma il modo in cui a volte si guardavano, sorridendosi come se fossero a conoscenza di un segreto che mai avrebbero svelato, mi faceva pensare diversamente. Inutile dire che quando discutevano io mi schieravo sempre dalla parte di mia madre e, appena la vedevo piangere, fulminavo mio padre con delle occhiate che avrei voluto lo facessero diventare muto per il resto della sua vita, cosicché non potesse più rendere triste la mamma.

Accarezzai ancora una volta, con gli occhi affaticati dalla vecchiaia, il vestito elegante ma semplice di mia madre, prima di girare pagina. Guardai senza prestare troppa attenzione le immagini del ricevimento e della cerimonia nuziale, soffermandomi solo ogni tanto per ammirare il sorriso di mia madre e i suoi occhi azzurri uguali ai miei.

Dopo alcune pagine feci la mia prima comparsa come neonata in braccio a mia madre, accanto alla quale c’era mio padre. La foto era di appena dieci giorno dopo la mia nascita e vedermi così piccola, indifesa e addormentata mi fece sospirare.

Non mi si vedeva bene, così passai oltre; scoprendomi ad ogni pagina sempre più grande, fino ad arrivare alla foto che stavo cercando.

Avevo diciassette anni ed ero al matrimonio di mia cugina, accanto a me c’erano mio fratello di otto anni e mia sorella di sei.

Sorrisi pensando a quanto eravamo uniti, tranne quando litigavamo ovviamente.

Io e mia sorella eravamo due gocce d’acqua: entrambe bionde con gli occhi azzurri, l’unica differenza era il naso, lei aveva quello di mamma, io invece quello di qualche antico antenato. Inutile dire che lei era molto più bella di me e sempre lo sarebbe stata.

Mio fratello anche era biondo, ma aveva gli occhi color verde scuro e una versione maschile del naso di nonna.

Ci assomigliavamo molto tra di noi e non solo fisicamente, ma anche caratterialmente.

Tutti e tre eravamo testardi, orgogliosi e pronti a ridere o far ridere, a seconda delle circostanze.

Il vero buffone della famiglia però era mio fratello, mentre io ero la diligente studentessa con la media dell’otto e mezzo e mia sorella una belva feroce nascosta dietro un aspetto angelico.

Ricordi della mia gioventù si accavallavano nella mia mente affaticata dalla vecchiaia che, malgrado tutto, continuava a ricordare quante risate mi ero fatta grazie a mio fratello e quante volte mi ero svegliata con la voglia di stringere tra le braccia la mia sorellina pestifera.

Ovviamente non c’erano solo ricordi di momenti felici, ma anche di litigi, soprattutto tra mio fratello e mia sorella, gelosi l’uno dell’altra in modo assurdo. Anche io ero stata gelosa di mio fratello, ma quando era nata mia sorella ormai ero abituata a dover condividere l’amore dei miei genitori, in particolare quello di mamma, con mio fratello, quindi non fu una grande tragedia avere una sorellina piccola a cui badare come se fossi stata la sua seconda mamma. Per mio fratello fu più difficile avere un rapporto pacifico con mia sorella, infatti, almeno una volta al giorno, dovevano litigare e picchiarsi.

Lo scontro finiva sempre con mia sorella in lacrime e mio fratello che rideva, mentre mamma, papà o nonna gli dicevano quanto fosse cattivo e insensibile nei confronti della più piccola di casa.

In realtà la maggior parte delle volte era proprio la mia indifesa e dolce sorellina ad attaccar briga, ma  questo non erano in molti a saperlo e i miei finivano sempre per incolpare mio fratello di tutto.

Quanto sarebbe stato bello vivere di ricordi? Potersi nutrire di loro e non lasciarli mai andare, tenendoli sempre stretti al petto e venerarli come divinità sfuggenti.

Girai altre pagine, dove c’eravamo io e i miei fratelli in varie occasioni, a volte compariva il volto di mia madre con sempre più rughe oppure quello di mio padre che aveva sempre meno capelli.

Dopo qualche pagina scomparvero del tutto dalle foto di famiglia prima una nonna e poi l’altra, facendomi ricordare quanto fosse stato doloroso perderle.

L’album non era stato finito da mamma che, dopo alcuni tempi si era stancata di aggiornarlo di nuove foto.

L’ultima era di mia sorella, ormai diciottenne, che guidava la vecchia macchina di mamma.

Rimasi a lungo a fissare il sorriso limpido e gli occhi azzurri di mia sorella, prima di chiudere l’album e di passare al secondo.

Era così bello ricordare tanti particolari della propria vita grazie a quelle foto e, anche se era stancante, in particolare considerando il fatto che era notte fonda, non volevo smettere ed ero pronta a continuare fino all’ultima foto.

La prima foto del mio album fotografico mostrava il mio fidanzato, nella nostra nuova cucina che mi sorrideva.

Avevamo appena finito di fare l’amore proprio su quel tavolo su cui lui era appoggiato, aveva la maglietta al contrario e i capelli spettinati ad opera d’arte.

Ricordare quel primo pomeriggio di convivenza mi scaldò il cuore, tanto che sentii lacrime di gioia e nostalgia minacciare di bagnarmi il viso.

Quelle dopo erano altre foto di noi due in quella casa che imbiancavamo, sistemavamo i mobili o dormivamo sul divano perché il letto non ci era ancora stato consegnato.

Quello fu solo l’inizio di una vita perfetta.

Anche in quel caso i litigi erano frequenti, ma ogni volta servivano per consolidare il nostro rapporto.

Arrivata alle foto del matrimonio non riuscii a non piangere al ricordo di quanto era stato emozionante quel pomeriggio e a quanto avessi amato la luna di miele.

Avevamo pianificato di avere un bambino solo quando fosse passato un anno dal matrimonio, così da avere il tempo di abituarci ad essere marito e moglie ma, come altre cose nella vita, non avevamo potuto controllare la nascita del nostro primo figlio che, nove mesi dopo il nostro matrimonio, fece la sua comparsa sulla terra.

Ricordare l’emozione che avevo provato nello stringerlo tra le braccia mi fece piangere di nuovo, mentre ricordavo l’amore a prima vista che mi aveva legata strettamente a lui.

Le foto di noi tre si susseguirono per ancora alcune pagine, prima che da tre diventassimo quattro, e poi da quattro a sei, quando nacquero le gemelle.

Crescere quattro figli fu la sfida più grande che avessi mai dovuto sostenere, molto più faticosa dell’esame di maturità in quinta superiore o la preparazione per la tesi di laurea a ventiquattro anni e, malgrado tutti i miei difetti e quelli di mio marito, dovevo dire che ce l’eravamo cavata egregiamente.

Ero nonna ormai da cinque anni e, più ci pensavo, più mi rendevo conto di come, in un battito di ciglia, fossi giunta alla fine della mia vita.

Avevo dovuto sopportare problemi al lavoro, litigi con i miei figli adolescenti, numerose invasioni di formiche in cucina, la morte dei miei genitori, quella dei miei zii e zie. Ero stata accanto a mio marito quando aveva avuto un cancro al pancreas, che per fortuna era benigno, avevo sostenuto i miei figli nelle loro scelte ed avevo rassicurato le mie figlie quando erano diventate delle donne. Avevo riso tra le lacrime quando ero diventata zia e quando i miei figli avevano realizzato le loro aspirazioni lavorative avevo esultato con loro. E, una volta all’anno, il cinque giugno, piangevo al ricordo dell’aborto spontaneo che avevo avuto dopo la nascita del secondogenito e mi chiedevo come sarebbe stato avere cinque bambini invece che quattro.

A sessantacinque anni potevo ritenermi fortunata ad avere ancora una delle mie gambe perfettamente in salute e nessuna malattia troppo grave, i miei fratelli erano ancora in perfetta salute, i miei figli pure…

«Amore, cosa fai qui? È notte fonda».

… e mio marito era sempre più innamorato di me ed io lo ero di lui.

«Avevo bisogno di passare qualche minuto da sola a ricordare i vecchi tempi», ammisi, posando nuovamente i due album nella scatola e mettendo tutto a posto come l’avevo trovato.

Accettai il braccio di mio marito e mi appoggiai a lui per scendere le scale e tornare in camera da letto.

«Qualche rimpianto?», chiese.

Mi voltai verso di lui, studiando il suo viso, completamente cambiato rispetto a quello nella foto del nostro matrimonio.

Mi fermai in mezzo alla rampa di scale e gli diedi un bacio, nulla in confronto a quelli che ci scambiavamo un tempo quando facevamo l’amore, ma abbastanza profondo da farmi ricordare quanto fosse bello baciarlo.

«Nemmeno uno».

 

 

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