Capitolo 1 – Calò l’oscurità

Di Samuel Nese

Un tempo fui un cavaliere. Il feudo di mio padre sorgeva in una piccola valle tra due montagne al confine del regno, per lo più boschi abitati da splendida selvaggina. L’unico villaggio situatovi prosperava grazie alla caccia e alla raccolta di erbe lenitive per molte malattie. Le pellicce cacciate venivano desiderate dai signori di tutto il mondo allora conosciuto. Data la popolazione poco numerosa, le pittoresche fattorie producevano cibo in abbondanza per tutti. Gli uomini erano forti e robusti, le donne graziose e feconde. L’equilibrio tra l’essere umano e la natura fortificò pure i nostri figli. Le passeggiate costruite lungo le alture rinforzava i corpi e la salute dei più deboli. Questa piccola realtà era talmente intima che ogni abitante si conosceva e noi, nel castello, amavamo organizzare feste al villaggio, partecipando con calore ai festeggiamenti. Tutti acclamavano la mia famiglia e la sua gentilezza. La gioia regnava al posto nostro, non eravamo diversi dai nostri sudditi e spesso ci intrattenevamo in piazza assieme a loro.

Ma poi accadde l’indesiderabile, mio padre morì prima che io raggiunsi la maggiore età, una malattia fulminante si prese la sua vita. Non contava quante piante, medicine, rimedi e dottori impiegassimo: fu tutto inutile. L’intero feudo pianse la sua morte. La mia unica sorella non parlò per mesi e solo la presenza di nostra madre sembrava alleviare il suo cordoglio. Il periodo di lutto perdurò altrettanto con innumerevoli regali di condoglianze da parte dei sudditi. Io stesso persi fiducia in me, ma sempre grazie all’aiuto di mia madre riuscii a superare quell’orribile periodo e cominciai ad occuparmi degli affari del nostro castello.

Non ci volle molto tempo prima che il barone venisse a sapere della morte del suo vassallo e subito decise di nominare un reggente, in attesa che io raggiungessi l’età consona a governare il cavalierato. Non ero sicuro di cosa accadde in quei giorni d’interminabile tensione, ma mi fu proibito di mettere mano sulle mansioni del castello e quando mia madre s’invaghì di quell’uomo, mi vennero revocati i privilegi ereditati da mio padre non appena si sposarono, prima ancora del concepimento della seconda figlia. Non avevo idea di cosa potesse aver causato la totale abnegazione del ricordo di mio padre da parte sua, stava di fatto che regnava la legge implicita di non  nominarlo per alcun motivo. Ero sicuro che il reggente fosse certamente un abile persuasore e che mia madre passasse dei momenti sereni con lui, ma il motivo cardine sfuggiva ancora alla mia comprensione.

Venni relegato in un nuova arena d’addestramento. Il reggente, divenuto cavaliere, stabilì che ogni individuo di sesso maschile di età pari o superiore ai sedici anni dovesse essere addestrato alle armi, approfittando della mia discreta abilità come schermidore e di altri due giovani esperti in altre discipline. Non potei rifiutarmi ed il giorno seguente cominciò l’addestramento per i fanti che avrebbero dovuto riempire le file del nuovo esercito. I fattori persero braccia per produrre sostentamento e aumentarono le richieste dei tributi. Non ci furono più festeggiamenti, molta boscaglia venne abbattuta per ricavare nuova campagna, tuttavia i raccolti erano scarsi e l’intero popolo soffriva la fame. Le donne furono forzate a mettere alla luce più prole, col risultato che madri e bambini morivano durante il parto. L’esercito non era mai abbastanza numeroso, secondo il nuovo cavaliere, che nel frattempo rimaneva seduto sul suo scranno, pronto a condannare tutti i cittadini impossibilitati a saziare la sete di tributi necessari a sfamare i suoi uomini.

Io non sapevo come reagire e venni colto da una tristezza che non credevo potesse esistere.

L’oscurità cadde in tutta la valle, la mia unica e vera patria.

 

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