Il richiamo del vento

Di Lisa Aprile

Mamma diceva che non dovevo avere paura dell’altezza; che non c’era nulla di terrificante nel constatare di essere più in alto rispetto al suolo terreste.

Trovarmi sul bordo di un bancone e guardare di sotto non avrebbe dovuto scalfirmi minimamente eppure, ogni volta che mi trovavo in una situazione simile, tremavo come non mai e, in meno di qualche secondo, avevo già gli occhi chiusi e la mente bloccata su un unico pensiero: “Fa che non sia vero”. 

Mio padre era peggio di mia madre; lei almeno cercava di comprendermi e di aiutarmi per gradi ad affrontare la mia irrazionale fobia, lui invece non faceva altro che dirmi quanto fossi deludente come figlio e che avrei dovuto assomigliare un po’ di più al mio fratello minore, che non faceva altro che raccontare di quanto l’altezza lo elettrizzasse.

A volte avrei voluto semplicemente nascondermi tra i rami di un cespuglio nel centro del bosco e non mostrarmi mai più al mondo.

In fondo a chi sarei mai mancato?

Al mio padre troppo rigido e composto? Alla mia mamma che proprio non riusciva a capirmi? Al mio fratellino troppo esaltato dall’altezza?

Analizzando la mia fobia ero quasi del tutto certo che risalisse a quando ero ancora troppo piccolo per prendere decisioni da solo. Quel periodo della mia breve vita mi era chiaro, proprio come se avessi avuto la possibilità di rivederlo ogni volta che volevo. Mamma e papà erano giovani, qualcuno avrebbe potuto definirli addirittura inesperti per quanto riguardava crescere una piccola creatura come me e fu per questo che commisero l’errore di stabilirsi nel posto meno adatto per iniziare una nuova famiglia.

Ma in fondo la colpa non fu totalmente loro, vari fattori contribuirono a farmi cadere e, da quel momento, vedere il mondo dall’alto per me diventò terribilmente spaventoso.

I miei amici mi prendevano in giro, ridevano di me allo stesso modo in cui ridevano del povero Billy-il-pazzo, che viveva nella zona più remota del bosco e di notte delirava riguardo a stelle parlanti e alberi in grado di camminare.

Ero lo zimbello di tutti, compresi gli adulti, che provavano pena nei miei confronti e ringraziavano Madre Natura di aver permesso ai loro figli di crescere sani e privi di fobie assurde come la mia.

Avevo considerato per vari giorni l’idea di scappare lontano da casa, ma sapevo che era un piano irrealizzabile e che l’unica possibilità a mia disposizione era quella di andarmi a cercare un posticino vicino a Billy-il-pazzo e di farmi chiamare “Scherzo-di-Madre-Natura”.

Non mi ero mai arreso però, ogni giorno provavo a salire sugli alberi o a raggiungere zone rialzate, poi guardavo in basso e… beh, mi spaventavo e indietreggiavo, come sempre.

Tutta colpa di quel bambino con i capelli color del grano e della sua fionda; era stato lui a farmi cadere dal nido quando ancora non sapevo volare e da quel giorno la mia vita da gufo era stata rovinata per sempre.

Essendo un volatile, sentivo il richiamo del vento ed era davvero doloroso non poter rispondere. Sapevo cosa significasse soffrire a causa del desiderio, perché lo provavo ogni volta che vedevo la mia famiglia volare in alto, dove io non ero mai stato.

Seguivo ogni giorno le lezioni di volo del vecchio Coda Nodosa anche se, diversamente dagli altri gufi della mia età, non mi adagiavo su un ramo della vecchia quercia, ma rimanevo a terra dove, sfortunatamente, la voce dell’insegnante non giungeva molto chiaramente.

Conoscevo, da un punto di vista teorico, tutto ciò che si doveva sapere a proposito del volo: traiettorie, correnti d’aria, venti favorevoli e non, ma, per quanto riguarda la pratica, non avevo nessuna esperienza.

Il giorno prima che tutto cambiasse il vecchio Coda Nodosa, dopo aver finito la lezione, mi raggiunse ai piedi della grande quercia, rivolgendomi direttamente la parola per la prima volta.

Parlammo a lungo del volo e lui mi disse quanto fosse dispiaciuto dell’anomala fobia che ero costretto a combattere ogni giorno poi, con la tipica calma presente in ogni saggio, mi guardò negli occhi e mi disse una cosa che non dimenticherò mai: “Quando ero giovane sono stato catturato da una famiglia umana, sono rimasto da loro per poco tempo, ma abbastanza da sentir pronunciare una frase che mi ha accompagnato per molti anni e che ora voglio condividere con te: «La vera vertigine è l’assenza della follia». Ricordatene ogni volta che ti trovi in alto e la paura ti paralizza. Spero di essere stato d’aiuto. Buona giornata.”

Quella conversazione era stata come una rivelazione e, anche se la paura persisteva, sentivo che prima o poi sarei guarito e che avrei reso finalmente fiero mio padre.

Il giorno in cui tutto cambiò iniziò con mia madre che preparava la colazione per tutti, mio papà che definiva una mappa di caccia per andare a fare scorte di cibo e mio fratello che svolazzava per casa.

La mia fortuna fu di uscire per ultimo dal buco dell’albero cavo che era casa nostra perché, una volta fuori, riuscii a vedere in tempo gli uomini che rinchiudevano mio padre e mia madre in una grossa gabbia, mentre mio fratello cercava di non farsi afferrare.

Quello che accadde dopo fu solo istinto: sentii il richiamo del vento, aprii le ali – senza pensare al salto e a quanto fossi in alto rispetto al terreno – e, per la prima volta in vita mia, volai.

Sentivo il vento, la sensazione dell’aria tra le piume e l’adrenalina che faceva battere forte il mio cuore terrorizzato.

Senza pensarci due volte mi diressi verso il braccio umano che era ad un passo dall’afferrare il mio fratellino e, graffiandolo coi miei artigli, creai il diversivo perfetto che ci permise di fuggire a nasconderci tra la boscaglia.

Una volta chiuse le ali mi resi veramente conto di ciò che era successo e il cuore mi salì fino alla gola  per l’emozione.

Il mio fratellino mi guardava sconvolto con i suoi grandi occhi gialli, come se quella fosse la prima volta che mi vedesse davvero.

Non dissi nulla e nemmeno lui, rimanemmo semplicemente fermi a prendere fiato e a scrutarci a vicenda.

Mi sporsi dal ramo e aprii appena le ali, guardando in basso.

La sensazione di malessere c’era ancora, ma la seppellii in un angolo recondito della mia mente e saltai, sfruttando le correnti del mattino presto, per cercare l’odore dei miei genitori.

Io e mio fratello li cercammo per tutto il giorno e tutta la notte, seguendo le poche tracce degli umani che trovammo e che portavano proprio al centro di una città.

Ciurlammo a lungo, sperando di ricevere risposta, ma ogni nostro tentativo di contattarli fallì miseramente.

Il secondo giorno ci arrendemmo e decidemmo di tornare a casa.

Mio fratello era triste, volava più goffamente del solito, quasi le forze lo stessero abbandonando. Così, durante il tragitto, quando ci imbattemmo in uno degli edifici costruiti dall’uomo, ci fermammo sul tetto per riposarci prima di continuare il viaggio.

Per tutto il tempo non avevamo parlato della mia fobia quasi del tutto scomparsa, concentrandoci sulla ricerca, ma sapevo che, una volta tornati, nessuno avrebbe avuto motivo per prendermi ancora in giro e questo mi rendeva particolarmente emozionato, anche se la scomparsa dei miei genitori offuscava in parte il mio enorme traguardo.

Essendo il fratello maggiore feci io un giro della casa, occupandomi di cercare qualcosa da mangiare, ma un bagliore particolare all’interno di una delle finestre del primo piano attirò la mia attenzione.

Mi avvicinai facendo molta attenzione, fino a quando non notai che, oltre il vetro, al centro della stanza, c’era una struttura in legno illuminata dal basso, sopra la quale, si trovavano i miei genitori.

Stavo per chiamare mio fratello, quando mi resi conto che c’era qualcosa che non andava.

Non mi ci volle molto per capire che quelli non erano più mamma e papà, ma solo i loro corpi all’interno di una struttura in legno e vetro.

Avevo sentito parlare delle usanze barbariche degli esseri umani, il saggio Coda Nodosa ne parlava spesso, ma non avevo mai visto un animale impagliato prima e il pensiero che i miei genitori, non solo erano morti, ma sarebbero rimasti per anni in quell’edificio come trofeo di qualche uomo senza cuore, mi rendeva furioso.

Picchiettai contro il vetro col becco, nel vano tentativo di romperlo, ma tutto quello che ottenni fu una microscopica crepa.

Non dissi nulla a mio fratello, decidendo di tenerlo all’oscuro di tutto, mentre io avrei avuto per sempre l’immagine dei nostri genitori impagliati a tormentarmi nelle ore più scure della notte.

Al ritorno nel bosco venimmo accolti come degli eroi, anche se non eravamo riusciti a riportare a casa i nostri genitori.

Finalmente gli altri gufi non mi guardavano con sufficienza, pietà, compassione, ribrezzo. Ero anche io un membro della comunità e come tale mi trattavano, ma per tutta la vita sentii il rimorso di non aver potuto fare nulla per salvare i miei genitori, che non poterono assistere al mio primo volo, alla mia prima notte di caccia e a tanti altri eventi della mia vita e di quella di mio fratello.

Ogni tanto, di notte, tornavo in quella villa e provavo a spaccare il vetro della finestra, ostinandomi a voler far evadere dalla loro prigione i miei genitori, o forse sarebbe stato meglio dire quello che restava dei loro corpi.

Non ci riuscii mai.

L’unica vendetta che riuscii ad ottenere fu di rovinare alcune statue in giardino con i miei artigli, poi decisi di dimenticare quel posto e di vivere la mia vita da gufo.

Finalmente potevo rispondere al richiamo del vento; la fobia era scomparsa quasi del tutto, rimaneva solo il tuffo al cuore che sentivo prima di ogni salto nel vuoto, ma ben presto scoprii che i battiti accelerati erano assolutamente normali e mi considerai del tutto guarito.

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