Capitolo 1

Di Christian Ventura

 

Mi svegliai verso le undici.

Del resto non avevo impegni, come al solito.

Scesi tranquillamente dal letto e andai scalzo in cucina, sentendo il freddo del pavimento sulle palme dei piedi. Dalla finestra della cucina entrava un raggio di sole, illuminando il tavolo di legno posto in centro. Preparai il caffè e presi tre gocciole, tanto per stare sul classico.

Poi andai verso la finestra a osservare la piantina dei miei coinquilini. Non ne avevo mai avuta una e la cosa mi affascinava. Non ero tantomeno un esperto fumatore, anche se posso darne l’idea a volte.

Durante l’adolescenza mi aiutò a superare certe fasi che tutti conosciamo, ma poi più nulla. Facevo un po’ lo psicologo, il mistico e chiusa lì.

Dopo una decina di minuti entrò Marcello con fare ignorante, sedendosi sulla sedia e aspettando il suo meritato caffè.

 

«Buondì.»

«Ue», gli risposi offrendogli una sigaretta.

«Dove sei stato ieri alla fine?»

«Un mio amico si laurea. Abbiamo festeggiato per bene alla “fortezza”.»

«Carino?»

«Carino, ha offerto lui.»

«Beh, ottimo.»

«Potresti venire a volte.»

«No grazie. È che non conosco nessuno sai. Mi sento di troppo.»

«Potresti provare a conoscerli.»

«Faticoso.»

«Hai ragione, non lo farei nemmeno io.»

 

Mi alzai per versare il caffè, quando entrò Paolo con un sorriso da ebete stampato in faccia.

Io e Marcello ci scambiammo un’occhiata d’intesa. Sapevamo già cosa stava per dire. L’avevamo sentito durante la notte.

 

«Ciao raga, come state? Dormito bene?»

«Niente male dai, te?»

 

Lo feci per lui.

 

«Egregiamente. Ho novità sapete? Non so se ve ne siete accorti, ma sono venuto qui con Sofia ieri notte. È fantastica. È tutto quello di cui ho bisogno per rimettermi in carreggiata, sapete?»

 

«Buon per te amico.» Disse con distacco Marcello, che non si preoccupava mai della forma.

 

Un grande uomo, davvero.

 

«Ho messo su un CD di quelli che piacciono a lei ed è impazzita di passione. Facebook a volte può davvero essere utile.»

 

«Caffè?», gli chiesi porgendoli la moka.

 

Non è che lo odiassi. Non odiavo quasi nessuno. Mi era semplicemente indifferente. Per me lui era come la polvere negli angoli di una casa. Molti passano ore, giorni a spazzare via quella polvere che torna sempre. A me non dava alcun fastidio.

Meno cerchi di cambiare il mondo e meno noie avrai. Cambia te stesso e ti si apriranno mille porte.

Grande filosofia, eh?

 

«No, grazie. Pensavo di fare colazione più tardi. Sono venuto qui per farvi una proposta signori.»

 

«Sentiamo.» Disse Marcello, mentre il luccichio dei suoi occhi faceva capire che si era già fatto un’idea di quello che sarebbe successo.

 

Vivevano insieme da tre anni, si conoscevano bene ormai.

 

«Avete voglia di venire di là? Una cosa veloce prima di uscire.»

 

«No grazie», gli dissi «non fa per me.»

 

«E tu, Marcio? Vieni?»

 

Ma Marcello detto il Marcio si era già alzato, si era sistemato il pacco sotto le mutande bianche e aveva tirato fuori il Lambrusco dal frigo. Ci diede dei bicchieri e li riempì.

 

«Un sorsetto e andiamo.»

 

«Salute.», dissi e mandai giù il bicchiere di vino controvoglia perché mi ero appena svegliato ed avevo appena bevuto il caffè, ma ero contento per loro e stetti al gioco.

 

In un mondo senza il sacro, bisogna crearselo.

 

«Ok, ci vediamo stasera allora, Chris. Ciao, ciao.» disse Paolo con aria estremamente allegra, quasi sciropposa. Mi fece un sorriso brillante e sparì.

Li salutai, mi preparai, mi feci un panino al prosciutto cotto (chi mangia prosciutto crudo non capisce una fava) e mi misi la giacca.

Volevo andare a farmi tagliare i capelli perché non mi fidavo né di me stesso, né tanto meno di Paolo.

Una o due volte all’anno provo a tagliarmeli da solo, ma con scarsi risultati. L’anno prima mi ero tagliato una ciocca di capelli sul cocuzzolo e per nasconderlo fui costretto ad andare in giro con la testa perennemente alzata. La gente pensava che mi sentissi superiore a loro e mi odiavano per questo, ma almeno non mi rompevano le scatole, quindi la consideravo una vittoria.

 

Mi dimenticai di chiudere lentamente la porta d’ ingresso e mi voltai subito, sapendo già quello che mi aspettava.

Guardai la porta accanto alla nostra e sentii dei passi veloci avvicinarsi alla porta di legno.

Stetti lì ad aspettare rassegnato. Non c’era modo di scappare e in un certo senso accettavo l’idea di essere il capro espiatorio, la vittima, il mercante. Mi dava l’idea di fare parte di quella casa, anche se sapevo che non significava nulla.

 

La porta si aprì e “la cara vecchia della porta accanto” cominciò a guardarmi con quello sguardo di chi sa, ma non vuole mostrare le proprie carte fino all’ultimo.

Non avevo idea di come si chiamasse, né mi importava granché. Avevo solamente voglia di andarmene via il prima possibile.

«Ohhhh, buongiorno.» Aveva un’ironia formidabile. Una vera esperta.

 

«Salve signora, come sta?»

 

«Oh tutto bene, grazie. Scusa se ti disturbo, ma volevo solo dirti una cosa… non è che potreste abbassare un poco la musica di notte? Sai, io vado a dormire presto e non riesco proprio ad addormentarmi con tutto questo baccano. L’avevo già chiesto a Paolo, ma ripetiglielo per favore.»

 

«D’accordo, lo farò.»

 

«Non vorrei dover chiamare la polizia sai.»

 

«Non ce ne sarà bisogno.»

 

«Bene, bene. Ah, un’altra cosa. Sai per caso dov’è finita la pianta che era lì nel giro scale?»

 

«Non ne ho la più pallida idea.»

 

Mentivo.

Avevamo preso la terra di quella pianta e l’avevamo riutilizzata per la piantina. Le avevo chiesto una paletta due giorni fa, ma a quanto pare non sapeva più fare due più due ed era meglio così.

 

«Ok. Diglielo a Paolo, eh.»

 

«Non si preoccupi.»

 

Ero contento che lei non mi avesse messo in mezzo, dopotutto. In fondo era una signora tanto dolce. Faceva sempre la parte della cattiva, ma la capivo. Non doveva essere facile vivere accanto a degli universitari, ma gli anziani di Bologna si erano abituati ormai da molti anni. Lo si notava.

 

«Grazie mille ancora, sei molto gentile.»

 

«Si figuri.» le risposi e scesi in strada.

 

Era una giornata afosa e il sole picchiava forte su un lato della strada. Gli sfuggii mettendomi sull’altro lato e discesi la strada verso sud. Era la fine di maggio e l’anno stava per finire (Sì, l’anno non finisce a dicembre. Finisce ai primi di giugno).

Le strade erano gonfie di macchine e gonfi erano gli uomini che le guidavano e le loro donne con i loro grandi cappelli e i loro bambini seduti di dietro. L’anno stava per finire e tutti erano diretti a Rimini per godersi una settimana di riposo dopo un anno di lavoro forzato.

Il segreto era guardare avanti. Il segreto della vita era pensare alla ricompensa, al fine. Erano tutti così fottutamente sicuri di loro stessi. Sapevano cosa fare, dove andare, chi frequentare. Mi parevano scie di formiche, esseri piccoli e insulsi, provavo gusto a guardarli e mi trastullavo nel credere di essere diverso. Seghe mentali. Letteralmente.

 

Sbirciavo attraverso i finestrini cercando di non farmi notare.

 

Mi fermai a osservare un bambino particolarmente grasso. Le guance ricoprivano talmente la bocca da formare un arco che toccava le guance, la bocca ed il mento. Un fedele seguace delle catene di fast food.

 

Mi accorsi di vedere anche me nel riflesso del finestrino.

Io vedevo me e lui. Lui vedeva soltanto me. Credo.

Lui mi fissò con quegli occhioni che aveva, come se davanti a lui stesse Dio o Superman in persona. Avete sicuramente presente quello sguardo.

Mosse la bocca, ma io non sentii nulla. Le sue parole non mi raggiungevano. Ci separava un vetro, un vetro spesso adornato di metallo.

Mi accorsi di essermi trattenuto troppo a lungo e lo notò anche sua madre, che si volse verso di me. Sgattaiolai via sentendo il suo sguardo trafiggermi la schiena.

Cercai di distrarmi guardando le vetrine dei negozi e dei locali. Era tutto chiuso. Mio Dio, quante cazzate che la gente vendeva e altra gente comprava. Ancora oggi non so bene chi tra loro sia il più scemo.

A quel punto mi ricordai che era domenica. Tutto tornava ad avere un po’ più di senso, per non so quale motivo. Era un dubbio che si ripresentava.

Forse avevano ragione. Forse ero io quello stupido, quello che non capiva un cazzo della vita.

C’erano grandi possibilità che fosse così.

Era domenica, il sole splendeva, gli uccelli cantavano canzoni d’amore e code di macchine piene di carne erano voltate nella direzione opposta alla mia.

Mi venne una certa nausea pensando a tutta quella carne buttata.

Mi accesi con calma una sigaretta e scesi in silenzio la strada senza pensare più a nulla.

 

 

 

 

Arrivai al parco di cui avevo sentito tanto parlare e decisi di farci un giro.

 

Ero venuto a Bologna sperando di trovare umanità, bestialità, passione, o come volete chiamarla.

Volevo lasciami alle spalle quel mio nido borghese, quelle case pulite, quei giardini curati, quelle persone splendenti con buchi di culo luccicanti.

È per questo che me ne sono andato. Ho cercato rifugio in una città sporca, perché pensavo che dai diamanti non nascesse niente, ma dal letame nascessero i fiori.

No, no… è una frase mia, lo giuro. È stato de André a copiare me.

Per ora la città non mi aveva deluso. I fiori sicuramente non mi cadevano in testa, ma se li cercavo ne trovavo abbastanza. Bastava non confondere i fiori con drogati, barboni, approfittatori, puttane e il gioco era fatto.

Mi avvicinai a uno spiazzo ricoperto di margherite e mi distesi per terra. C’era una brezza leggera quel pomeriggio, il che rendeva il sole e le persone più sopportabili del solito.

Potevo sembrare un asociale o un sociopatico, certo. Nel profondo lo ero e lo sono ancora, ma non pensiate che lo fossi ventiquattro ore su ventiquattro. È che mi piace stare da solo. Non ho nulla contro le persone, non vado mai a cercarle e raramente sono loro a venire da me. Buona parte delle volte la gente mi annoia, ecco e per non essere scortese e non ferire nessuno preferisco farmi compagnia da solo.

 

Stare in compagnia è facile, per stare soli bisogna avere del fegato.

 

Solamente due anni prima mi sarei vergognato a stare da solo. Avrei pensato che era tempo sprecato, di dover produrre, lavorare, studiare, fare qualsiasi cosa, perché il movimento era vita e la calma era morte.

Provate a stare dieci minuti, solamente dieci minuti senza fare assolutamente nulla; se proverete fastidio significherà che siete dei bravi cittadini e potrete tornare a usare saggiamente il vostro tempo.

 

Mio padre diceva spesso che “il tempo è denaro”. MIO DIO, quanto gli piaceva questa espressione. La usava dappertutto, in comunione con “meglio fare oggi quello che si può fare domani” e  la mia preferita “bisogna pur fare qualcosa nella vita”.

 

Secondo il pensiero capitalista io sono un parassita.

 

Questa è quella che definisco una grande verità. Una di quelle verità che lasciano il segno. Una di quelle verità che ti scuotono dentro, perché tu sai, lo senti nel profondo che è vero. Fosse per me passerei le mie giornate a scopare, bere e fumare, ma visto che “bisogna pur fare qualcosa nella vita”, allora tanto vale fare queste cose e poi raccontarvele. Dall’altra parte invece c’è qualcuno che legge le cavolate che dico e al posto di scopare è sdraiato sul divano a leggere.

 

No, tu non fai eccezione.

 

Tornando alla “storia”…

 

Ero seduto sull’erba, felice e spensierato, quando un pakistano si avvicinò a me.

Non fate domande, si riconosce un pakistano da un indiano, da un albanese o da un africano e comunque queste sono le quattro categorie in cui noi italiani collochiamo la gente di colore. Non è per razzismo o per menefreghismo verso di loro. È una questione di economia lessicale.

 

Il mio corpo lo mandò via con una rapidità impressionante. Le parole mi uscirono automaticamente.

 

«No, grazie.»

 

«Vuoi birra amico?»

 

«Birra?»

 

«Sì, birra amico.»

 

«Cazzo, sì. Dammene due.»

 

Bologna si era appena aggiudicata il primo posto nella classifica delle città italiane.

 

Il pakistano andò verso dei suoi colleghi all’ombra di un albero e tirò fuori due bottiglie marrone scuro.

Quella scena mi fece pensare che in fondo l’uomo bianco era ancora il capo. Non era cambiato nulla.

Io me ne stavo lì al sole a bere birra, mentre gruppi di pakistani mi ruotavano attorno, cercando di addolcire la mia esistenza. Mi sentii un po’ in colpa per questo e gli diedi una buona mancia.

Regalare soldi dà quel senso di beatitudine e di serenità che abbellisce un po’ tutto.

Dovrebbero farne uno slogan per le campagne di volontariato. Quando si dà qualcosa gratis si riceve qualcosa in cambio dopotutto.

 

Soldi uguale felicità, ma nel senso capovolto.

 

Sarei stato un ottimo cristiano.

 

[CONTINUA]

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