Tempesta

Di Anastasia Rovere

 

Sono un concetto precostruito. Sono seduta ferma e composta nel mio posto in biblioteca, intorno a me ci sono i miei libri, le cose che mi piace studiare, i miei oggetti. Li guardo uno a uno, chiedendomi cosa possano effettivamente significare per me una serie di cose così banali, che possono avere tutti. Eppure sono miei, li percepisco come proprietà personali e ricordo di aver provato soddisfazione nel vederli, qualche volta. Sono un concetto precostruito. Cerco invano di ricordarmi quando ho smesso di essere una persona, per diventare questo. Seduta in biblioteca, l’espressione sul mio viso è neutra, impassibile, forse un occhio attento potrebbe accorgersi di qualcosa, di un leggero movimento involontario dei muscoli, ma nessuno lo fa. Perché a nessuno interessa, lo posso capire, è un concetto base che insegnano quando si è bambini: la sottile linea rossa che separa gli affari “propri” da quelli “altrui”. Potrei piangere in questo momento, nessuno farebbe nulla, se ne accorgerebbero tutti, ma dovrebbero fingere il contrario. Ma io non piango, resto seduta e impassibile. Sono un concetto precostruito. Mi guardo intorno, cerco di scorgere qualcosa dietro a questi visi chini sui libri, concentrati ed estranei, persone che non conosco, che non ho mai visto prima e che probabilmente incontrerò decine di volte, ma senza nemmeno riconoscerle. Ho iniziato a identificarmi nei miei oggetti. Nemmeno quando mi guardo nuda allo specchio riesco a distinguermi da un oggetto, uno strumento che mi può servire per raggiungere un obiettivo, uno scopo. Qualcosa da usare, per me, per gli altri… non importa. Sono bella, lo so. Non avevo mai sentito il bisogno di essere bionda prima che qualcuno mi dicesse che stavo bene con quel colore. Non avevo mai pensato alla necessità di truccarmi, prima che lo facessero gli altri. Sento il diaframma contrarsi sotto la pelle, spinge per uscire, ha paura anche lui di rimanere qui dentro con me. Non ho mai visto una tempesta in una stanza; ne avevo parlato con un amico, cercando di spiegargli come mi sentivo. Mi ha risposto che sarebbe un bellissimo progetto fotografico: ha preso questo mio vuoto pesante e l’ha lanciato lontano da sé, ma non ne sono stata intaccata. Sono un concetto precostruito. Ho imparato a comportarmi in pubblico, così da non risultare anomala in una società che vuole restare tranquilla, mantenere la facciata. Sono diventata brava, vi conosco tutti, a volte conosco meglio voi di quanto non conosca me. Il pubblico è entrato nel mio privato, ora nemmeno da sola riesco a sentirmi me stessa. E’ passato troppo tempo perché io riesca a percepirmi come una persona sola, siamo tanti qui dentro, ognuno vive per i fatti suoi. Ognuno spinge per uscire, spaventato dagli altri. La tempesta è ancora qui, la posso sentire. Non importa quanto io sia brava a dissimulare, preme sotto la mia pelle, vuole uscire. Vuole guardarvi negli occhi e dirvi che è normale avere paura, che nessuno di noi sa dove sta andando, che non possiamo controllare niente, che va bene così. Va bene il fatto che non vada bene, non c’è nessun problema se siete tristi, lo siamo tutti. Non dovete fingere che sia diverso, basta nascondere tutto, vi prego. Ma dire queste cose non serve. Sono un concetto precostruito. E in questa stanza piove.

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