Bobby

Di William Francesco Murano

È notte fonda e non riesco a dormire, fuori impazza una forte pioggia che tamburella sulla persiana.

Ho in testa Bobby.

Ho passato le ultime ore a vagare per la città deserta, pensando ai sorrisi e ai bei momenti passati insieme. Una volta a casa ho pulito tutte le tracce di fango e ho fatto una doccia.

Lo sento abbaiare.

“Sì, sto pensando in modo insistente ad un cane”. Chi mi ha conosciuto nella mia prima vita non crederebbe mai ad una simile affermazione, per una buona parte di essa sono stato cinico e disumano. Ma poi tutto cambiò quando Bobby entrò nella mia vita.

Il nome Bobby gli fu dato da mia nonna materna, un nome in disuso eppure così perfetto, l’unico che conoscesse adatto per un cane, mi confidò.

Sento il suo calore che mi riscalda.

Sono inquieto, pervaso da una rabbia cieca che sono sicuro non mi abbandonerà per molto tempo. La sola cosa che ora posso fare è scriverne, solo così la mia mente riuscirà a placarsi e a ritrovare un briciolo di lucidità.

 

Fu nell’estate del 1990, la prima volta che sentii il suo nome. Parlavo al telefono con nonna, da qualche anno non faceva altro che raccontare strane storie e quando mi parlò di un pastore maremmano, naturalmente io stentai a crederle. Mi raccontò che gli aveva lanciato qualche resto di cibo e che – al contrario di quello che ci si potesse aspettare da un randagio – lui prima si era avvicinato e solo quando c’era stato un gesto d’incoraggiamento aveva iniziato a sfamarsi. Disse che una volta finito con la zampa si era pulito il muso e se ne era stato lì fermo qualche minuto a contemplarla; poi aveva abbaiato come per salutarla ed era andato via. Una storia insensata, una favola inventata da una donna anziana, nulla di più, eppure quando parlò di quest’avventura era tutta elettrizzata ed io sentendola felice reputai che fosse inutile obiettare.

Le strane storie che raccontava non avevano mai un seguito, ma con Bobby fu diverso. Ogni volta che le telefonavo mi raccontava qualche strano aneddoto e rideva e – quando gioiva – non sentivo dall’altro capo un’anziana malata, ma una ragazzina raggiante. Col tempo mi venne naturale chiederle della bestiola, come se realmente esistesse.

Dopo due anni dalla telefonata riuscii a liberarmi dagli impegni e passare a trovarla. Nonna si muoveva a fatica con un sostegno di ferro a cui erano attaccate delle ruote: lo chiamava girello. Le sue rughe parevano le stesse, ma due profonde occhiaie le scendevano sul viso e indicavano inesorabilmente il passare del tempo. Lei non aveva mai voluto allontanarsi da casa: una donna all’antica attaccata alle sue abitudini, nonostante fosse malata e sola; aveva sempre preteso di avere la sua indipendenza, rifiutando sia l’invito di figli e nipoti, sia la casa di cura che mi ero gentilmente offerto di pagarle. Quel giorno mi raccontò di tante storie del suo passato, ininterrottamente e con malinconia, ma non aveva ancora parlato di Bobby, né aveva inventato altre strane avventure. Ero seccato: volevo vederla sorridere. Quando arrivarono le tre del pomeriggio, stavo per alzarmi dal divano e andare via, ma lei mi fermò con il braccio e con un sorriso sulle labbra mi disse di seguirla. Prese gli avanzi e ci avviammo verso il balcone. Un forte vento e un temporale impazzavano in lontananza e io avrei voluto dirle: “non è il caso di andar fuori” o in alternativa bloccarla con le mani, ma non ci riuscii, d’un tratto era entusiasta e sprizzava energia da tutti i pori.  Evitò senza fatica ogni ostacolo col suo girello e ci affacciammo. Vidi il pastore maremmano avvicinarsi, era alto, magro e sporco. «Bobby, Bobby, guarda chi c’è con me oggi?» Appena mia nonna iniziò a chiamarlo ebbi una strana sensazione, inizialmente pensai che fosse perché parlava con un cane, ma era qualcosa di diverso e capii dopo il perché. Il cane si avvicinò e incominciò ad abbaiare rivolgendosi prima a mia nonna e poi nella mia direzione. Si girava e rigirava mostrando la coda indiavolata, non smise mai di muoverla fino al momento fatidico. Mia nonna gli lanciò gli avanzi, il maremmano nonostante l’aria affamata non si avventò sul cibo, prima lo annusò e abbaiò. Poi abbassò il muso a terra in un inchino grottesco, come per ringraziarla. Solo ad un gesto d’intesa si dedicò con eleganza al suo rancio. Non c’era una buona visuale per via delle nuvole e di una spettrale luce grigia, ma a me sembrava – con mio estremo stupore – che mangiasse tenendo la bocca chiusa. Quando finì avvicinò il muso a terra e con la zampa si strofinò il muso. Tutto accadde proprio come mi aveva raccontato mia nonna nell’estate di qualche anno addietro. Poi lei e il maremmano incominciarono a dialogare, mia nonna gli raccontava qualcosa e Bobby stava lì seduto e silenzioso, anche se si vedeva che era ansioso di risponderle e solo quando mia nonna finiva il discorso lui iniziava ad abbaiare. Fu in questo momento che capii il perché all’arrivo di Bobby mi ero sentito di troppo: c’era un forte legame tra mia nonna e il cane: erano amici ed era molto più felice di vedere il cane che non me.

D’un tratto mia nonna mi diede un colpo al braccio e mi disse: «Salutalo, sbrigati che va di fretta». In modo impacciato mi accinsi a salutarlo, il cane ricambiò. Nell’allontanarsi ritornò a girarsi e a rigirarsi abbaiando in modo frenetico; fu l’eccitazione a distrarlo. Non si accorse che aveva superato il ciglio della strada e un’incolpevole auto lo prese sul fondoschiena, velocizzandogli la rotazione, fino a quando non finì steso per terra, incapace di muoversi. Tutto avvenne sotto le urla di mia nonna che si era accorta del pericolo, mentre io invece me ne stavo fermo con la bocca spalancata, senza riuscire a dare il minimo segno di vita.  Nonna mi fece riprendere con un ceffone.

«Forza, vai giù! quell’auto non si è nemmeno fermata.» mi spinse con forza «Veloce! Sembra che l’abbia preso solo di striscio.»

È inutile dirlo, noi delle nuove generazioni non reggiamo il confronto con quelle più anziane; siamo abituati a un mondo artificiale e finto; senza un batter di ciglia e mezzo sussulto in più al cuore siamo capaci di vedere mostri nei film, sentire di milioni di morti in guerra e di bambini affamati in Africa; tuttavia davanti ad una sciagurata realtà rimaniamo impietriti, con le gambe rigide come dei grossi salami.  Dopo che mi fui ripreso, o meglio, dopo che mia nonna mi ebbe dato una dose del suo coraggio, scesi a soccorrere il cane.

Durante il tragitto dal veterinario Bobby non si lamentò. La macchia di sangue sulla benda che gli avevo stretto sulla coscia si faceva sempre più grande, ma lui se ne stette buono; col muso sembrava dirmi: “Non ti preoccupare, non è nulla, me la caverò”. Però ebbi un po’ di problemi con mia moglie. Quando le dissi che stavo soccorrendo un cane randagio e che avrei fatto tardi, iniziò un lamento intollerabile. Soccorrere un cane non era contemplato nei suoi modelli di comportamento, non potei far altro che chiuderle il telefono in faccia e proseguire sulla mia strada. Di colpo la vidi sotto una nuova luce: da brillante donna di successo e irremovibile nell’affrontare la vita diventò ai miei occhi una fredda megera. Mi trovai a sperare che si arrabbiasse e che quel battibecco le facesse prendere la decisione di andarsene di casa. Dato che al ritorno la trovai ancora lì, fui io ad allontanarla appena ne ebbi il tempo.

Il tragitto di ritorno da mia nonna fu un continuo rimuginare. Bobby se la cavò egregiamente, ma il veterinario mi disse che per almeno un mese sarebbe dovuto stare in un ambiente protetto, limitando le passeggiate ai soli bisogni corporei. Cercavo di incastrare nel modo giusto i tasselli del cubo di Rubik, ma non riuscivo a trovare una soluzione fattibile. Mia nonna non avrebbe mai accettato che lo portassi in un canile e io non potevo tenerlo con me, a volte stavo fuori di casa per giorni, viaggiando per tutta l’Europa, il motivo per la quale Katia, la fidanzata con cui avevo passato parte dell’infanzia e l’inizio della mia carriera mi aveva lasciato. Bobby… che strana bestia, avevo la sensazione che lui capisse la mia angoscia e cercasse di consolarmi, quando ad averne più bisogno non era certo io. Lo guardavo dallo specchietto retrovisore e lui mi scrutava stando sdraiato sul sedile posteriore della Mercedes; per tutto il tragitto continuava a fissarmi con l’aria imbronciata. Poi, infischiandosene del dolore, allungò il collo strisciando il muso sul braccio e mi leccò cercando di risollevarmi il morale.

Quei due viaggi in auto con Bobby furono determinanti per la mia vita, durante l’andata decisi di lasciare Marta e al ritorno cominciai a odiare il mio lavoro da commerciale estero.

Fu mia nonna a sbrogliare la matassa, dotata di un forte senso pratico: faticò circa cinque millesimi di secondo prima di trovare una soluzione. Rivolta al cane disse: «Oh, tesoro, ci divertiremo un mondo insieme!» Nel frattempo lei e il cane si guardavano negli occhi: «Sei felice, Bobby?, certo che sei felice.» Poi Bobby mi venne vicino scodinzolando, mi guardava con la testa di lato come a dire: “ti prego, fammi stare con lei”, ma per me la sua soluzione sembrava assolutamente priva di logica.

Provai ad obiettare in ogni modo, inventandomi un sacco di scuse: «Nonna, non è abituato a stare in casa»; «non puoi portarlo fuori»; «Non è per niente igienico: è sporco e puzza» e altre cose simili. Inutile che vi dica chi la spuntò alla fine.

 

Qualche giorno dopo le telefonai preoccupato, lei mi rassicurò dicendomi che era un angelo. Mi sbagliavo di grosso, la mia mente meccanica non riusciva a vedere ciò che avevo davanti agli occhi. Bobby non fece nemmeno una volta la pipì in casa e quando doveva fare i bisogni andava davanti alla porta abbaiando, mia nonna apriva, lui a fatica scendeva le scale e subito dopo tornava saltellando su tre zampe. Non ebbe problemi nemmeno la donna delle pulizie a infilarlo nella vasca per lavarlo. Non si avvicinò mai alla tavola apparecchiata, anche se mia nonna gli lanciava di tanto in tanto il cibo dal suo piatto.

Queste però furono delle inezie, la cosa più illogica fu che nonna migliorò. Dopo un mese dall’accaduto, quando andai a trovarla per riportare Bobby dal veterinario, mia nonna non usava più il sostegno per camminare e sembrava ringiovanita di dieci anni.

Appena feci togliere la stecca al cane, sentendosi di nuovo libero come un tempo mi saltò addosso facendomi ruzzolare a terra. Dovette aiutarmi il veterinario a togliermelo di dosso, mi aveva leccato tutto il viso, inondandomi di bava. Al nostro secondo incontro un altro cambiamento avvenne in me, mi sentii felice di quelle attenzioni, anche se mi mostrai infastidito e adirato, ma Bobby sembrava aver capito che recitavo una parte e mi osservava tutto soddisfatto per aver conquistato il mio cuore. Lui percepiva le emozioni allo stesso modo di come avvertiva gli odori, non potevo prenderlo in giro.

Bobby cambiò la mia esistenza e rese felici gli ultimi anni della vita di mia nonna. Come ho già detto lasciai mia moglie Marta e lo feci per riprendere i rapporti con la fidanzata dell’infanzia. Dopo aver rinunciato al lavoro che un tempo mi pareva tutto e accettato di lavorare per una piccola azienda del mio paesino ci sposammo. Ora ho una bambina e un altro è in arrivo, sono finalmente felice, ma ho un solo rammarico. Dopo la morte di mia nonna per vecchiaia avevo preso il vecchio Bobby con me, Katia a differenza della megera della prima moglie si mostrò più che felice di averlo in casa, ma io non seppi proteggerlo. Bobby era un cane indipendente, abituato a passeggiare da solo, ma in città questo non andava bene, qualche bastardo approfittando della sua bontà lo avvelenò.

 

Stanotte ho sotterrato Bobby, ho percorso in auto con la carcassa  duecentotrenta chilometri, fino a quando non ho raggiunto il giardino di quella che era stata casa di mia nonna. L’ho fatto di nascosto, in barba ai regolamenti comunali e senza dire niente nemmeno a mia moglie. Poi ho parlato rivolto a un mucchio di terra, il posto dove lo vidi la prima volta. «Non so se puoi sentirmi, devo dirti una cosa per dare sollievo alla mia coscienza: grazie, grazie, Bobby.»

Bobby non era altro che un randagio sporco, puzzolente e affamato come tutti i randagi, ma aveva qualcosa in più: aveva avuto la capacità di cambiarmi la vita.

Mi sono inginocchiato e ho dato un bacio alla terra: «Giuro che ti vendicherò, fosse l’ultima cosa che faccio su questo sporco mondo.»

 

 

Tutti i diritti riservati. All rights reserved.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...