Di come Eris si divertì a Roma

Di Arianna Miazzo

 

Ci sarebbe stato un evento importante a Roma quella settimana e le persone accorrevano come al giorno della nascita del piccolo messia cristiano.

Era un’occasione unica e irripetibile, in quanto di lì a poco una delle tante ambasciate romane avrebbe aperto le sue porte a uno stormo di cervelli scolarizzati, che avrebbero potuto gioire delle tante meraviglie celate dietro a quelle porte blindate e sempre chiuse.

Era una di quelle iniziative che partono intrise di buoni sentimenti e grondanti di miele, ma che finiscono sempre e solo molto peggio di com’erano iniziate.

Di quegli studenti poi, la maggior parte non erano da considerarsi nemmeno umani: macchine da studio, automi da lettura didattica, pavide creature incapaci di destreggiarsi nella vita vera. Notarli era facile, istintivo; forme di vita bianche, la pelle grigiastra per la scarsa esposizione solare, che – come vampiri – difendevano i deboli occhi fotosensibili, riparandosi nelle ombre dei palazzi, la cute già scottata.

Un esercito di formichieri letterati, l’élite scremata nel latte della massa, scelta e selezionata come verdura al supermercato.

Analizzando però l’individuo più che il gruppo e inserendolo all’interno dello stesso dopo aver osservato scientificamente ogni aspetto della sua variabilità genetica, sarebbe emerso un imbarazzante fenomeno: se qualche scienziato pazzo avesse inserito il gruppo all’interno di un ambiente protetto destinato a essere un allevamento umano, la selezione naturale avrebbe provveduto a rendere i soggetti solo e soltanto polvere.

Era quindi la fiera dell’asma, degli occhiali spessi e – mentre il pedante popolo degli ambulanti sostituiva la vendita di chincaglierie con quella di inalatori – l’esercito dell’élite delle seconde scelte si avviava lugubre per le strade della città, ammazzando il tempo e le zanzare con uguale foga, in attesa del giorno in cui si sarebbero sentiti importanti.

La sera calava pigramente, convincendo le persone in trasferta dal Nord Italia di essere finiti in Paradiso, mentre a quell’ora la maggior parte dei loro vicini era impregnata dall’umidità del fitto buio invernale.

Quanto può essere bassa la percentuale di probabilità grazie alla quale due persone provenienti dai capi opposti dell’amato stivale possano incontrarsi nello stesso posto e dare vita a questa storia? Poche, pochissime. Ma se un bizzarro insieme di eventi non si fossero concatenati, questi fatti non avrebbero mai avuto luogo e il solo pensiero di tutto ciò che accadde in quei giorni si sarebbe ridotto a una serie di frammenti di ricordo di un mondo parallelo, saldamente incastonati in una zona del nostro cervello a cui ancora non abbiamo il permesso di accedere.

Anastasia era nata in un paesino che durante le due guerre mondiali aveva giocato a passare da una parte all’altra del confine come una bambina che salta la corda in cortile. Circondata dal rassicurante cerchio di montagne intorno a lei, era cresciuta nella conca di quella strana città che è Bolzano, le cui temperature estreme sono un fatto di cui i turisti narrano sempre con rinnovata curiosità. La vita le aveva dato il benvenuto una ventina di anni prima, mentre Bolzano bruciava nel pieno della sua follia di Luglio.

Le prime cose che la sua pelle rosea di neonata aveva percepito, erano state il caldo e l’umidità quasi tropicale che appestava l’ambiente bolzanino come un miasma bollente e assassino. Una volta che i suoi genitori – preda di una felicità ubriaca e miracolosa – l’avevano portata a casa, Anastasia aveva registrato la presenza di alcuni turisti milanesi stretti nelle loro tute da sci, le facce rosse sul punto di esplodere per colpa dell’inaspettata (da parte loro) canicola. Vicino alla pensilina del bus, due paia di scarponcini invernali coordinati alle tute languivano tristi e inutilizzati.

Quella sarebbe stata la prima volta in cui la piccola Anastasia si sarebbe sentita perplessa e confusa, per poi passare l’intera vita assillata dai dubbi esistenziali; dubbi che – se solo gli psicologi avessero saputo di questo primo, fondamentale trauma infantile – si sarebbero dissipati come brina al sole.

Il giorno in cui Anastasia disse la sua prima parola, nelle lande desolate del Sud italiano stava accadendo qualcosa di incredibile: mulinelli di vento spazzavano le strade, portandosi dietro tempeste di neve di un’intensità totalmente nuova e sconosciuta in quei caldi posti. Le città erano paralizzate, le autorità agitate trasmettevano via radio ai cittadini le istruzioni per sopravvivere a quell’inatteso cataclisma. Nel mezzo di questo caos innaturale, una donna partoriva in casa, la macchina sconsolatamente abbandonata in mezzo alla neve del vialetto di casa, bloccata e inservibile. Gli occhi della giovane madre erano pieni di paura e mentre seguiva le indicazioni di una levatrice vegliarda, la sua mente era infestata da ogni tipo di terrore, motivato e non. Cosa ne sarebbe stato di suo figlio, quel figlio nato nella tempesta? Sarebbe sopravvissuto al parto in casa o ci sarebbero state complicazioni? Sarebbero morti entrambi?

La donna – come avrete già capito – era tendente al tragico, forse per la sovraesposizione alle telenovela argentine che si erano impossessate del suo corpo e della sua anima durante tutto il periodo di inattività della gravidanza. E Mentre a Buenos Aires la protagonista si disperava per il suo amore perduto, nella stanza vicino a quella del televisore, la madre del nostro secondo protagonista spingeva e spingeva, respirando e facendo tutto ciò che le diceva la sua vecchia vicina di casa, che lei aveva sempre additato come strega, ma che in quel momento le faceva comodo.

Lo strillare sano del nascituro sovrastò quello della donna nella televisione, che ancora si lagnava senza ritegno, mentre il padre del piccolo che – scacciato via dalla vicina levatrice perché “gli uomini sono dei buoni a nulla” – si era ritirato nella camera del piccolo, passando quelle ore di tensione davanti a “I Fratelli Karamazov” di  Fëdor Dostoevskij. Quelle urla lo attirarono immediatamente; abbandonò il libro, mettendolo a cavalcioni della sbarra della culla e corse per il lungo corridoio storto, appoggiando le mani sui muri per darsi lo slancio necessario a continuare il percorso alla stessa velocità.

– Lo chiameremo Ivan! – urlò il signor Giuseppe, calabrese da cinque generazioni.

– Ma che, sei ammattito?! – rispose la sua sposa, il viso ancora congestionato dal grande sforzo. – Lo chiameremo Giacomo, come mio padre, cretino. –

La vicina annuì soddisfatta; Giacomo era stato il nome del suo defunto marito, nonché di gran parte degli uomini viventi e non in paese.

Ma il padre non demordeva, aveva deciso che suo figlio si sarebbe chiamato Ivan, e non voleva che vi si discutesse, perché nel suo immaginario quella giornata era paragonabile a una tipica giornata in Russia, il che non poteva assolutamente essere una coincidenza. Guardò la moglie con un attimo di astio, senza nemmeno posare lo sguardo sul primo figlio e si lanciò a ritroso nella corsa verso la stanza. Prese il libro da dove lo aveva lasciato e tornò dalla moglie, poi le fece vedere la riga che stava leggendo quando aveva sentito i primi vagiti del figlio.

La prima parola, sotto la quale Giuseppe premeva il pollice con forza, era “Ivàn”.

Sua moglie lo guardò con disapprovazione sempre crescente e, con aria scettica, disse:

– Ivan.

Il neonato smise di piangere; Giuseppe aveva vinto.

Ed era così che Ivan era diventato – come destino – un adolescente cupo e chiuso in sé, penetrato di consapevolezza, con certe inconsuete e spiccate attitudini allo studio.

Una serie di coincidenze incredibili avrebbe avuto luogo di lì a molti anni; due persone completamente diverse in tutto si sarebbero ritrovate, accomunate solamente da due nomi russi, le cui motivazioni sono da considerarsi flebili e assolutamente casuali.

La sera già annunciata si era finalmente stabilizzata e le persone avevano iniziato a sentire i propri stomaci gorgogliare di bisogno. Le centinaia di osterie della città avevano sistemato sedie e tavoli fuori, abbellendo il tutto con giovani cameriere, pronte a presentare il menù ai passanti, per cercare di attirarli.

Anastasia era indecisa su dove mangiare, aveva sempre vissuto in periferia, quell’immensità romana la disorientava e non aveva nessuno a cui appoggiarsi; la sua indole già di per sé dubbiosa non faceva altro che tormentare di più l’io della giovane, che aveva deciso – dopo inutili tentativi di scelta – di sedersi sul basamento di una statua della piazza in cui era, finché non fosse arrivato qualcuno che avrebbe ritenuto opportuno seguire. Si era così accomodata sulla fredda pietra del monumento, abbracciandosi le ginocchia e guardando con gli occhi miopi e sottili dalla concentrazione le decine di persone che transitavano in quel punto di incontro, per poi scomparire veloci ai margini della piazza. Il tempo passava senza che nessuno si dimostrasse degno di essere seguito e Anastasia finì per perdersi nei suoi pensieri, come sempre le accadeva nei momenti di inattività.

Si vide proiettata nel grande salone dell’ambasciata, il suo vestito elegante che frusciava a terra mentre lei si dirigeva verso il microfono, le luci che la seguivano insieme agli sguardi dei presenti; nessuno notava i suoi difetti, perché l’imponenza della sua intelligenza schiacciava qualsiasi brufolo. Era la stella indiscussa della serata, lei e i suoi neuroni potevano vantare l’attenzione di chiunque fosse a portata di orecchie, era finalmente arrivata la vittoria della mente sul corpo.

La fantasia doveva essere durata per molto, perché quando si riscosse, la piazza era quasi vuota e le campane della chiesa vicina suonavano un’ora durante la quale trecento kilometri a Nord si usava dire più “buonanotte” che “buon appetito”. Anastasia sedeva sempre più sconsolata e dubbiosa, le membra solleticate da un piacevole torpore, che le faceva venir voglia di chiudere gli occhi e mettersi a riposare, cullata dall’oblio di Morfeo.

Era quasi arrivata alla conclusione di andarsene in albergo, quando da un lato della piazza sbucò un giovane con i capelli neri e lunghi, che camminava curvo, un romanzo spesso e sgualcito stretto in mano. Anastasia notò subito che la sua faccia era “pulita”, libera da quell’odiosa ferraglia che tanto andava di moda alla loro età e valutò l’idea di seguirlo per la bellezza di qualche microsecondo, mentre già si spingeva per alzarsi in piedi e raggiungerlo senza farsi notare. C’era in quell’ondeggiare sommesso una rassegnazione universale di chi – come un attore teatrale – sa di aver perso il suo pubblico.

Anastasia era quasi ipnotizzata da quel claudicare leggero, tanto che a malapena si accorse che quel corvo dalle penne lucenti era entrato in una delle tante “hostarie” della città. Aveva spinto la porta per entrare, dopo che si era chiusa dietro ai suoi passi e l’aveva trovato ritto in piedi, ad aspettarla. Arrossì violentemente, la pelle pallida punteggiata dalla rossa vergogna di essere stata scoperta.

-Perché mi stai seguendo? – chiese Ivan, scuro in volto.

Anastasia spalancò gli occhi e nemmeno il riflesso degli occhiali riusciva a nascondere che stavano andando inumidendosi.

– Non… Io… – sospirò – Non sapevo dove andare a mangiare, ecco. – disse lei, fissando con insistenza il pavimento di legno, cosa che fece sì che lei si perdesse il sorriso sorpreso che si era aperto sofferente sul viso di Ivan, come una ferita aperta.

Lei alzò gli occhi, ma i medici avevano già suturato.

– Puoi sederti a mangiare con me, se vuoi. – disse il ragazzo, la voce che si sforzava di essere il più piatta possibile.

La neve cadeva folle per le strade di Mosca, coprendo i suoni con la sua coltre impietosa; turbinava veloce, sopprimendo le urla degli amanti che si cercavano nel suo delirio e mentre – come esige la Storia, nel suo crudele avvitarsi – una coppia si spegneva nel dolore della perdita, altrove qualcuno vinceva, pareggiando i conti col destino.

Quei due vincitori, quei fortunati per caso sedevano quindi l’uno di fronte all’altra, gli occhi negli occhi, le mani impegnate in una battaglia di forchette e le ginocchia che si sfioravano lievi, per la casualità unica dell’amore acerbo.

Parlarono dei loro nomi, delle coincidenze e di quei sogni matti, che volavano fuori dai cassetti come mosche, nei momenti più strani e meno opportuni.

Anastasia disse della sua intolleranza al lattosio, lui la definì adorabile e introdusse la sua allergia alle fragole e lei parlò di come il suo nome era crudele; un nome che – se lei fosse stata anche solo un po’ bella – tutti avrebbero ricordato con piacere, mentre, considerando la sua situazione attuale, quell’insieme di lettere era su di lei solo uno scherno in più.

Ivan non era d’accordo, le disse che era bellissima e finì per raccontarle di come in mezzo a tanti Giuseppe, Carmela e Felice, si era trovato a essere l’unico figlio del Nord, almeno nel cuore. Le parlò di quel suo paesino fra le montagne nude, spogliate dal sole impietoso che non lasciava nulla all’immaginazione, di come la Russia era il sogno di suo padre, di come non l’avrebbe vista mai, morto schiacciato da una trave mentre lavorava.

Erano simili, quei due; entrambi frutti del ventre delle montagne, picconati fuori come pietre preziose, ma scartati perché a prima vista erano solo sassi. Il tempo avrebbe provveduto, smussando gli angoli, aggiustando, finché un giovane minatore con gli occhi buoni non li avrebbe scoperti, ricavandone la sua fortuna. Così erano Anastasia e Ivan, gemme nascoste in una miniera di sale, fragili anime trascinate dalla corrente.

Il tempo colava come miele dal suo barattolo, coprendo la giovane coppia di sonno e dell’oscurità della notte romana, fin quando gli sbadigli non sovrastarono la conversazione.

– Forse è il caso che ti accompagni in albergo, domani sarà una giornata molto impegnativa.- annunciò solenne Ivan, porgendo il braccio ad Anastasia, che lo accettò di buon grado, mentre la sua mente costruiva castelli di carte, come una novella Madame Bovary. Si salutarono, dopo una breve passeggiata intrisa di silenzio e quando la giovane ascese alla sua stanza, l’incanto non era svanito. Il sonno la prese, e la rapì.

Era arrivato il giorno fatidico; i vincitori si erano impomatati, esibendo mode di altri tempi, cercando di distinguersi da loro stessi, impersonando un personaggio che credevano li avrebbe condotti al successo.

Anastasia arrivò di fronte all’ambasciata con passo regale, il corpo avvolto di quella che lei credeva essere eleganza, ma che poteva essere banalizzata come stile da “bibliotecaria lesbica di Oxford”.

Dopo una serie di infiniti controlli, la fecero entrare e si accomodò insieme a tanti altri nel primo gruppo di discussione della giornata. Al tavolo con lei c’era Ivan il Corvo, le penne lisciate per l’occasione. Anastasia era concentrata, aspettava il momento giusto per proporsi come portavoce del gruppo, sarebbe stato il suo momento, quello che finalmente l’avrebbe fatta emergere dall’ombra impietosa della sapienza.

Si distrasse per un solo, fatale secondo.

– Sarei estremamente onorato se mi venisse concesso di fare da portavoce per questo gruppo di lavoro. – disse il corvo traditore, le penne ritte d’orgoglio.

Anastasia sentì distintamente il rumore del suo cuore esploderle nel petto, ma non riuscì a cogliere quello del suo  cervello che si spegneva. La ragazza sentì sparire il terreno da sotto i suoi piedi, mentre a Mosca la neve smetteva di fioccare e una vecchia coppia si era appena ristabilita, guarendo quell’amore come si rattoppa una vecchia coperta.

Aumentava, senza sosta. Un rumore infernale impazzava dentro di lei, un urlo muto, il rumore di un palazzo che crolla; così crollava lei, le costole si schiantavano, precipitando dal loro posto per incastrarsi scompostamente nel buio morto del suo corpo, i polmoni si sgonfiavano come sacchi vuoti, per non riempirsi più, inerti.

Ma tanto era il caos nel suo interno, tanto silenzio faceva il suo corpo da fuori, il viso impostato nella sua solita espressione neutra, i muscoli rilassati. Si guardò un po’ intorno e vide tre Gorgoni che la guardavano inferocite, le brutte facce arricciate dalla gelosia e dall’invidia. Il sorriso di Ivan aveva rischiato di farla trasformare in pietra.

Distolse rapida lo sguardo, proteggendosi dal maleficio e provando a concentrarsi su qualcosa che non fosse quel dolore cocente, che la straziava come fuoco.

Le sue corde vocali si annodarono nervosamente, dando vita a un groppo in gola che le rendeva difficile respirare; la testa le girava.

Le ore di discussione sgocciolavano lente, come una flebo di chemio che dilata il tempo, rendendo vivo ogni istante. Anastasia sentiva la sua voce intervenire ogni tanto, addestrata com’era all’automatismo didattico. Poi, tutto finì.

Le persone si alzarono, ma Anastasia rimase ferma, lo sguardo immobile, fino a quando una mano non le sfiorò la guancia; non aveva bisogno di chiedersi chi fosse.

Si alzò, il cervello spento, i sensi al massimo. Una ragazza non ha bisogno di essere una pantera per conoscere le sue armi di donna. Prese Ivan per mano, l’ambasciata era grande, deserta, tutti erano fuori per il pranzo. Il suono dei suoi tacchi riempiva il vuoto dei saloni abbandonati. Erano soli, in quello che si poteva definire “un posto appartato”.

Si fermarono e Ivan iniziò a corteggiarla. Anastasia si lasciò baciare, insensibile e indifferente al suo primo bacio, mentre percepiva appena il suo corpo rispondere; allungò la mano dietro di sé, alzando la gamba. Sfilò la scarpa con delicatezza, ignara dell’enormità che quella leggerezza le sarebbe costata.

Un sospiro dolce di Ivan, l’ultimo. Il tacco gli penetrò nel collo senza sforzo, tanta era quella rabbia muta. Cadde a terra, bagnando di sangue un tappeto già rosso, mentre Anastasia si rimetteva la scarpa, l’odio di Cenerentola aveva vinto.

Chiuse la porta dietro di sé.

La sala era illuminata solo per lei, tutti gli occhi puntati sulla luce della sua intelligenza. Era stato così semplice, le era bastato dire che Ivan si era ritirato, che non aveva retto la pressione… La nuova portavoce era lei, ovviamente. Si era seduta al tavolo, aveva regolato il microfono alla sua altezza, non a quella di Ivan, alla sua; era il suo microfono.

Aveva parlato bene, guardando le persone giuste, dosando il silenzio con parsimonia, si era messa in luce. Alla fine le avevano applaudito, ma Anastasia sapeva che non erano sinceri: ognuno di loro avrebbe voluto essere al suo posto.

La porta si aprì, entrarono dei militari, le armi imbracciate, tutti si voltarono, l’assassina perse il pubblico.

– C’è stato un omicidio, che nessuno lasci questa sala. – annunciò il più alto in grado, con tono teso.

Anastasia tirò il collo verso il microfono, pronta per il suo annuncio:

– Sono stata io! – Tutti gli occhi erano nuovamente puntati su di lei, esattamente come voleva che fosse. Vide uno dei militari puntarle la pistola contro, spostandosi nella sala, ma non se ne preoccupò più di tanto.

– Lei, signorina? Perché? Come lo avrebbe ucciso? – chiese il capo dell’operazione, che puntava a distrarla mentre i suoi uomini si disponevano al meglio nello spazio, storditi da quella confessione così candida.

Anastasia indicò una serie di piccole gocce di sangue, che procedevano ordinatamente in accordo con la traiettoria della ragazza.

Quando i presenti percorsero quella linea con lo sguardo e tornarono a lei, Anastasia posò la scarpa sul tavolo ricoperto di velluto blu; Cenerentola se ne fregava del principe, lei voleva il trono.

La ragazza si alzò, il microfono in mano:

– Se non sappiamo che senso abbia la nostra esistenza, renderla più facile non aiuterà a darle un perché. Difficilmente, non cogliendone il senso, sarà possibile per noi arrivare alla felicità. Ma allo stesso modo, non possiamo godere della luna come ne godeva chi la credeva una dea, mentre noi oggi vediamo solo un satellite. La nostra sete di conoscenza è ciò che ci eleva e ci distrugge allo stesso tempo. Per questo voglio arrivare a divenire conoscenza io stessa, esorcizzando quel demone che limita il nostro esistere. –

– E’ pazza… – sussurrò qualcuno nella platea.

– Metta le mani sopra la testa! – urlò il militare, incattivito dalla pacatezza dei suoi discorsi.

– Ho passato questi vent’anni come fossero stati venti giorni, incapace di cogliere lo scorrere del tempo, ponendomi sempre la stessa domanda. E se questo tempo si fermasse? Avevo la ferma convinzione che presto sarebbe cambiato tutto, ma un tramonto precedeva la notte, e poi c’era l’alba e un’altra alba ancora… Inutile. Sapete chi sono?! No! L’avete scoperto adesso, perché sono qui, nobilitata dal potere di questo microfono!

Non c’è un solo giorno di quelli che ho vissuto che resterà, a parte questo, e sapete perché?! Perché ho spento il giorno di un altro, gli ho chiuso gli occhi per sempre. Conoscete solo vampiri, parassiti, assassini. Volevate il culto del sangue? Adesso lo avete! Siete tutti maledetti nel vostro triste oblio di pecore belanti nell’oscurità, la luce qui è solo su di me, nessuno si dimenticherà il mio nome! – Anastasia urlava, sputando le parole con una disperazione che non pareva umana e che forse non lo era.

– E’ tutta la vita che mi dicono che non sono niente! Adesso il niente siete voi! –

– Signorina, adesso basta! Metta le mani sopra la testa o spariamo! –

Anastasia li guardò folle e si inchinò, come un’attrice a teatro.

Fu colpita una sola volta; mentre cadeva, si trasformava in nulla, l’involucro vuoto del suo corpo, orfano dell’anima della vita che fino a un attimo prima la infervorava.

La giornata si chiuse nera su Roma, inghiottendola, mentre dove la neve cadeva dolcemente, un altro incontro magico stava per avvenire.

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