O la vita o la morte

Di Lisa Aprile

I

Quando la ragazza entrò nel bagno, tutto ciò che pensò fu: «Dovrò perdere un pomeriggio intero a pulirlo». La madre, dietro di lei, aveva un’espressione a metà tra lo schifato e lo sconvolto.

«Chiamo immediatamente il padrone di casa, questa casa è ridotta davvero male! Non permetterò alla mia unica figlia di abitare in questa discarica. Saranno… quanti? Due, tre…? Forse addirittura quattro mesi che nessuno pulisce questo appartamento!».

La donna tirò fuori dalla tasca il cellulare e iniziò a cercare in rubrica il numero del signor P.

La figlia era altrettanto delusa dalla polvere e le ragnatele che regnavano sovrane in quel luogo, ma non voleva che sua madre interpretasse il suo sconforto nel modo sbagliato.

Nessuna delle due notò la bambina che, nell’angolo della piccola stanza, piangeva.

Tutto quello che riuscivano a pensare le due donne che possedevano ancora il respiro era materiale, puramente fisico. Non avrebbero potuto vedere la fanciulla neanche se si fossero impegnate, semplicemente non ne erano in grado.

Capelli scuri, volto pallido e due manine arrossate dal freddo e screpolate dalle lacrime erano premute contro le guance della bambina che, accovacciata, dondolava piano, colpendo ripetutamente con la schiena la parete sporca alle sue spalle.

«Pronto? Signor P.? Vorrei comunicarle che siamo particolarmente deluse dal pessimo stato in cui è stato tenuto questo appartamento! Ci vorrebbe un’agenzia di pulizie per dare una parvenza di decenza a questa casa! Lei si rende conto di quanta polvere e muffa c’è in giro? Non augurerei di vivere in questo condizioni nemmeno al mio peggior nemico!»

La bambina continuava il suo moto continuo, le spalle scosse da violenti singhiozzi, dalle labbra le sfuggivano gemiti bassi e il vestitino azzurro sporco lasciava scoperte le ginocchia graffiate.

«Gradirei che non prendesse in giro la mia intelligenza signor P., sappiamo perfettamente entrambi che non ha pulito personalmente quest’appartamento nemmeno due giorni fa: c’è muffa ovunque, un centimetro di polvere su ogni superficie e…!»

La figlia guardava la madre con uno sguardo sconsolato, tutto quello che riusciva a pensare era: «La solita esagerata». Certo, concordava con lei per il fatto che l’appartamento non fosse nelle condizioni più ottimali, ma non era nulla che non si potesse sistemare con un po’ d’olio di gomito e pazienza.

La ragazza fece pochi brevi passi fino a fermarsi davanti alla vasca da bagno: aveva un aspetto antico, con i piedini d’ottone graffiati e scuriti dal tempo, l’esterno e l’interno presentavano aloni giallastri che davano alla ceramica un aspetto sporco e antigienico. Una smorfia involontaria comparve sulle labbra dell’osservatrice che, per pochi decimi di secondo posò lo sguardo nell’angolo vuoto del bagno, dove ci starebbe stato bene uno sgabello.

La bambina sentì sulla pelle, se di pelle si fosse potuto parlare, il peso materiale di quell’occhiata e spostò appena il mignolo e l’anulare per poter sbirciare con l’occhio destro le due intruse. La sua iride era denudata di ogni emozione, come se piangere fosse stata un’azione priva di un particolare significato, una routine consolidata e portata avanti da così tanto tempo che ormai non possedeva più un senso.

«Certo che mi aspetto una spiegazione, anzi mi pare il minimo che lei possa fare in questa circostanza!», la donna fece segno alla figlia che sarebbe uscita a fumare una sigaretta, mentre continuava a inveire contro il proprietario dell’appartamento e la sua ‘faccia tosta’.

La ragazza annuì e le fece segno di andare. Sentì un brivido di freddo attraversarle il corpo e decise di abbandonare a sua volta la stanza, per esplorare il resto della casa.

La bambina ritrasse la mano che aveva, involontariamente, avvicinato al ginocchio della vivente; la bocca rossa atteggiata a ‘O’, gli occhi dalle iridi trasparenti colme di lacrime malamente trattenute; era uno spettacolo pietoso.

Come se niente fosse il fantasma tornò a coprirsi gli occhi e a dondolare, le spalle scosse dai singhiozzi, le ginocchia graffiate e il vestitino azzurro sporco di sangue che copriva le cosce bianche costellate da impronte violacee.

Nella sua non fisicità la bambina era stata attratta dal calore e la materia che costituivano la vivente e dalla promessa di emozioni e sensazioni che un corpo avrebbe significato.

«Mamma?», chiamò la ragazza, pensando che la donna si trovasse sul piccolo balcone dell’appartamento, che dava su un cortile interno curato in modo certosino.

La madre non si trovava sul terrazzino, ma passeggiava nervosamente, affondando goffamente i tacchi nella ghiaia del chiostro, una mano a sostenere il cellulare, l’altra stringeva tra indice e medio la sigaretta consumata a metà.

La ragazza osservò il moto isterico di sua madre con indifferenza, prima di continuare a osservare il suo nuovo appartamento, studiandolo nei minimi dettagli, per provare a fare una foto mentale a quello che sarebbe diventato di lì a poche ore il suo rifugio personale contro il mondo esterno.

«No, non sto affatto scherzando! Voglio che mi venga restituita la caparra che ho depositato perché quest’appartamento è semplicemente invivibile!», continuò ad inveire la donna, mentre gettava con noncuranza il mozzicone tra la ghiaia.

La figlia si sporse dal balcone, appoggiandosi alla ringhiera, per poter vedere bene la figura snella ed elegante di sua madre: «Smettila, dai! Vieni a darmi una mano a pulire piuttosto», esclamò la ragazza, alzando gli occhi al cielo all’espressione di fuoco che le lanciò da tre piani più in basso la donna.

Un brivido di freddo attraversò nuovamente la ragazza che, pensando fosse stata colpa di una folata d’aria, decise di rientrare in casa.

La bambina ritrasse nuovamente le mani, nascondendole dietro la schiena, mentre indietreggiava lentamente, fino a lasciarsi scivolare contro il muro, tornando ad accovacciarsi come poco prima, questa volta però accanto al divano. Come se il suo vestito avesse subito una frizione contro il muro si sollevò quel tanto che bastava per mettere in mostra tre graffi sulla coscia. Questa volta la bambina non si coprì il viso, ma si strinse le ginocchia al petto, depositando le sue iridi chiare sul corpo della vivente, iniziando a seguire ogni sua mossa all’interno dell’appartamento.

Quando la donna chiuse la telefonata ed entrò nell’appartamento, la figlia aveva già iniziato a passare uno straccio su ogni superficie visibile: mobile, credenza, ripiani della cucina, mensola, tavolo, sedie, televisore e a sprimacciare i cuscini del divano.

«Quell’uomo è ingestibile. Non mi sento affatto sicura a lasciarti qua, tesoro. C’è polvere, muffa e sporcizia ovunque… per non parlare poi di quella vasca, sembra che ci sia morto qualcuno là dentro!»

La bambina abbassò lo sguardo e, portandosi le mani al viso, tornò a piangere; le spalle scosse dai singhiozzi e le labbra che emettevano lievi gemiti di dolore.

«Quanto sei esagerata!», esclamò la ragazza, prima di tornare a esplorare i contenuti dei cassetti e sportelli della cucina.

«Non sono affatto esagerata, ma realistica. Le hai viste anche tu quelle macchie rossastre? Sfido chiunque a dire che non sembra sangue!»

«Non sembra sangue, ma solo sporcizia; magari la precedente inquilina si è tinta i capelli di rosso, o…»

«O qualcuno si è suicidato tagliandosi le vene e i coinquilini successivi non sono riusciti a togliere la macchia», disse la donna, lasciandosi scivolare in modo aggraziato sul divano, saggiandone la morbidezza.

«Quanto sei teatrale», rispose la ragazza: «Perché mai qualcuno dovrebbe volersi suicidare?»

La bambina si fissò le mani con gli occhi sbarrati dal fantasma di una sensazione di cui non ricordava il nome e l’intensità, ma che le stravolgeva in modo impressionante i lineamenti.

Cos’erano quei segni verticali sui suoi avambracci?

La bambina non riusciva a ricordare, ma le parole della vivente riportarono a galla emozioni ormai dimenticate da tempo.

«Per chi mi hai preso? Per una veggente?», rispose scocciata, la donna, mentre si guardava intorno, alla ricerca del motivo per cui aveva la pelle d’oca e si sentiva così inquieta.

«Dai, tesoro, perché accontentarsi di questo postaccio quando possiamo trovare qualcosa di molto meglio? Col padrone di casa ci penso io, non ti devi preoccupare di niente… Che ne dici di andare a dare un’occhiata a quel monolocale che avevamo scartato perché ci sembrava troppo piccolo? Scommetto che è molto più accogliente e pulito di quest’appartamento».

La ragazza scosse la testa e continuò a sbirciare nei cassetti, ignorando le parole della madre. Posate, nastro isolante, detersivi per il bucato, detersivi per il pavimento, piatti, pentole, bicchieri, fiammiferi, tovaglie, tovaglioli, vecchi canovacci, mestoli, un cestino per la frutta vuoto, contenitori in plastica, bilancia e un timer a forma di limone.

«Tesoro mi stai ascoltando?», la donna si alzò, allontanandosi dal divano.

La bambina anche si era alzata, per seguire le due viventi in una delle due camere da letto; con passi silenziosi e le braccia nascoste dietro la schiena.

«Questo posto puzza», si lamentò la donna, portandosi una mano a coprire teatralmente il naso: «Tu non credermi, ma secondo me c’è davvero morto qualcuno qua dentro».

La donna non pensava veramente ciò che aveva appena detto, voleva soltanto spaventare la figlia e convincerla a tornare a Roma con lei, convincerla a dire addio a Torino e al Politecnico e a tutti i sogni che la sua piccola avrebbe tanto voluto realizzare lontano da casa.

La figlia non sembrò nuovamente fare caso alla madre e iniziò a guardare il contenuto di ogni cassetto e del mobile a parete a quattro ante. Grucce, un paio di coperte rovinate, una che sembrava aver solo bisogno di una bella lavata, un cuscino, alcuni libri di cucina, riviste di gossip, libri per bambini, un paio di romanzi che aveva già letto – Viaggio al centro della Terra, Le Tigri di Mompracen -, alcune lampadine ancora nelle loro confezioni, un posacenere a forma di conchiglia, un finto bonsai, la foto di una bambina incorniciata.

La ragazza tornò in salotto solo per recuperare le valigie e portarle nella camera.

«Non vuoi neanche guardare l’altra stanza? Magari ti piace di più», disse la madre, indicando la porta che ancora non era stata aperta.

La ragazza sorrise: «Quella è per quando tu e la zia verrete a trovarmi».

La bambina si accoccolò ai piedi del letto, incrociando le braccia intorno alle gambe, mentre seguiva con lo sguardo le due intruse; le iridi trasparenti che non lasciavano trapelare alcun sentimento, colme di un’infinita e logorante apatia.

La ragazza cominciò a riempire cassetti, grucce e ripiani con tutto quello che tirava fuori da una dalle due valigie. Mutande, reggiseni, canottiere, maglie, maglioni, pantaloni, gonne, jeans, golfini, giacche, cappotti, cappelli, sciarpe, scarpe, calze, spazzola, pettine, lacca, piastra, asciuga capelli, shampoo, bagno doccia, creme, mascara, fondotinta, ombretti, rossetti, correttore, eye-liner e profumi.

Intanto gli occhi trasparenti della bambina continuavano a seguire ogni movimento della ragazza, senza sbattere una sola volta le ciglia e lasciando che le lacrime le scivolassero lungo le guance per poi asciugarsi sul tessuto azzurro e leggero del vestito.

«Ti aiuto», si propose la madre, trasferendosi in cucina, dove riempì la dispensa e il frigorifero con tutti gli alimenti che avevano portato da Roma. Mozzarelle di bufala, prosciutto, piselli e spinaci surgelati, formaggi, farina, sale, olio, aceto, zucchero, biscotti, tè, caffè, succo di frutta, limoni, mele, carote, patate, cipolle, gnocchi alla romana e lasagne surgelate.

Alle sette e trenta, madre e figlia uscirono di casa alla ricerca di un ristorante dove poter andare a cenare. 

La bambina le accompagnò, rimanendo a pochi passi di distanza, fino all’uscio, prima di tornare ad accovacciarsi nell’angolo del bagno, con le mani sul viso e le spalle scosse dai singhiozzi.

II

Quando sua madre partì la domenica pomeriggio, dopo aver tenuto compagnia alla figlia per due giorni e averla aiutata ad ambientarsi e a pulire a fondo la casa, le macchie sulla superficie di ceramica della vasca erano ancora lì. Avevano provato ogni tipo di prodotto, ogni tipo di spugna, ma per quanto avessero tentato e ritentato, le macchie non erano svanite.

Per il resto avevano reso l’appartamento un vero e proprio splendore, tutto pulito, limpido e senza la minima traccia di muffa, ragnatele o polvere. 

Nessuno, entrando nell’appartamento, avrebbe creduto al pessimo stato in cui si trovava nemmeno tre giorni prima. Nessuno entrando in bagno avrebbe pensato che quelle che si trovavano nella vasca da bagno erano macchie, in molti avrebbero pensato che un eccessivo sfregamento aveva finito col rovinare la ceramica. Nient’altro.

Eppure la ragazza si sentiva inquieta ogni volta che metteva piede nel piccolo bagno, soprattutto quando doveva spogliarsi ed entrare nella vasca da bagno. Non che facesse particolare caso alla sua pelle d’oca o ai brividi che le attraversavano il corpo, abituata a tali reazioni per colpa del freddo di inizio autunno.

La bambina le aveva osservate in silenzio mentre stravolgevano in pochi giorni quella che era stata la sua routine quotidiana da… la bambina non riusciva a ricordare da quanto tempo si trovava in quell’appartamento, anzi, a dir la verità non era in grado di concepire che qualcosa come il tempo fosse esistito anche per lei, non ne ricordava il significato, quindi capirne il concetto era semplicemente impossibile.

Sapeva però che quell’intrusa aveva qualcosa che lei non possedeva, qualcosa che lei voleva a tutti i costi ed era pronta a tutto pur di ottenerlo.

Quando la ragazza era in casa la seguiva quasi ovunque, osservava i suoi movimenti, studiava il suo corpo e non riusciva a fare a meno di allungare le mani per saggiare il calore che lei non aveva, ma che l’intrusa emanava in modo irresistibile e inarrestabile.

All’inizio la infastidiva la sensazione di bruciore che avvertiva stando troppo vicina alla ragazza, con il passare dei giorni la bambina ne era diventata dipendente e non stava mai a più di due passi di distanza dall’intrusa, tranne quando lei usciva di casa, in quel caso la bambina tornava ad accoccolarsi ai piedi della vasca da bagno e attendeva il ritorno della ragazza nell’unico modo in cui era abituata a passare il tempo; piangendo.

Quando era sola la bambina si dimenticava dell’esistenza di qualcosa di diverso dal suo pianto ininterrotto o di qualcosa di futile e volubile come il tempo. Finiva nel suo limbo di apatia e di insensibile agonia e ci rimaneva incastrata fino a quando la chiave scattava nella serratura e all’uscio compariva la figura della vivente, che irradiava come suo solito calore, vita ed emozioni.

Quando la ragazza si vestiva la mattina prima di uscire, o la sera prima di andare a letto, la bambina ne copiava i movimenti, sfilandosi dalla testa il leggero vestito estivo, per poi rimetterlo dopo pochi secondi, dato che non possedeva altro da indossare e percepiva dal modo affrettato in cui la vivente si svestiva e vestiva che era sbagliato rimanere senza abiti.

Quando rimaneva nuda la bambina si studiava il corpo, notando come non possedesse i fianchi morbidi e arrotondati della vivente, o i suoi seni tondi e sodi, o i peli scuri che coprivano la zona in mezzo alle sue gambe.

In cambio possedeva però numerosi segni violacei sulle cosce magre e i fianchi stretti, alcuni graffi, numerosi tagli su polsi e avambracci e profonde occhiaie sotto agli occhi. 

La bambina non ricordava concetti prettamente materiali come la bellezza fisica, quindi non sapeva se essere contenta o meno di come appariva il suo corpo alla pallida luce del sole, che penetrava la mattina dalle finestre. Poteva solo fissare il suo corpo per pochi secondi, studiando le costellazioni violacee sulla sua pelle bianca, di cui dimenticava l’esistenza una volta che indossava nuovamente l’abito azzurro.

La vivente aveva numerosi riti da rispettare ogni mattina e ogni sera.

Appena sveglia andava in bagno, si sciacquava la faccia, applicava il fondotinta, il fard, il correttore, l’illuminante, il primer, l’ombretto, l’eye-liner, il mascara, il rossetto e il profumo. La sera invece, prima di andare a dormire, prendeva una salvietta e se la passava ripetutamente sul viso, fino a far scomparire del tutto i prodotti che aveva applicato con tanta meticolosa cura nemmeno dodici ore prima. Si sciacquava nuovamente il viso con l’acqua e poi tornava in camera da letto.

La bambina non capiva il significato di quei rituali infiniti, vi assisteva con quella che un vivente avrebbe potuto interpretare come curiosità, ma che in realtà era sempre la solita apatia.

La ragazza intanto aveva iniziato le lezioni al Politecnico, conosciuto un paio di compagne di corso e iniziato ad uscirci insieme la sera. 

Un giorno trovò davanti alla porta dell’appartamento una rosa e un foglietto su cui c’era scritto con una semplice calligrafia tondeggiante: Mi manchi

La ragazza era corsa senza pensarci due volte dal portiere a chiedere spiegazioni e lui le aveva raccontato della signora D., che abitava nella via accanto e che era stata amica della figlia di uno degli inquilini che c’erano stati prima di lei in quell’appartamento. L’anziana signora D. portava una rosa davanti alla porta il diciannove di ogni mese, di solito era lui che si occupava di rimuoverla dopo un paio di giorni.

Dopo quella breve spiegazione la ragazza decise di non indagare ulteriormente, un po’ perché tra le lezioni e le tavole che doveva consegnare non aveva tempo da perdere con anziane signore a cui mancava una vecchia amica d’infanzia, un po’ perché non voleva farsi gli affari altrui e un po’ perché non era abbastanza incuriosita da andare a cercare una sconosciuta per chiederle direttamente spiegazioni.

A volte la ragazza la notte non riusciva a dormire, un po’ per insonnia, un po’ per i continui rumori che sembravano provenire dalle altre stanze dell’appartamento e che la terrorizzavano talmente tanto da costringerla ad indossare tappi per le orecchie pur di non sentirli più. La maggior parte delle notti udiva un tumtum regolare e continuo, come di qualcuno che continua a battere lievemente contro la parete, o porte che scricchiolavano piano emettendo suoni che assomigliavano in modo inquietante a dei singhiozzi trattenuti. 

Più il tempo passava, più la bambina ricordava – o almeno le sembrava di ricordare – scene del proprio passato. Aveva impresso nella mente il dolce sorriso della sua sorellina, una bambina di appena cinque anni e i suoi grossi occhi scuri. Ricordava anche il motivo per cui preferiva il bagno sopra ogni altra stanza dell’appartamento: era il luogo in cui era morta. Oltre a questo però non ricordava altri dettagli.

III

«Pronto? Ciao, mamma», rispose la ragazza al telefono, mentre si lasciava cadere pesantemente sul letto e chiudeva per qualche istante gli occhi, assaporando la divina sensazione del morbido materasso e delle calde coperte.

La bambina era in piedi accanto al letto a fissare la scena. Era da qualche giorno che non si accoccolava più a terra a piangere, non durante il giorno almeno. Quando l’intrusa era sveglia preferiva spiarla, senza levarle gli occhi di dosso, nella speranza di capire cose la rendesse viva e calda. Più il tempo passava, più la bambina ricordava cosa volesse dire provare qualcosa, tanto da non poter più pensare ad altro. 

«Sì, tutto bene. Oggi ho avuto poche lezioni, ed è per questo che sono già a casa. No, non sono andata dalla mia amica perché l’hanno chiamata per rimpiazzare una sua collega al lavoro, allora abbiamo deciso di vederci domani pomeriggio. Certo, mamma, te l’ho già detto: va tutto bene. Che ne dici se ti richiamo dopo cena? Pensavo di chiudere un attimo gli occhi e rilassarmi, sono sempre stanca ultimamente. Va bene, mamma. Sì, anche io ti voglio bene. Un bacio, ciao, ciao».

La ragazza chiuse la chiamata, posò il cellulare sul comodino e si rannicchiò in posizione fetale, dando involontariamente le spalle alla bambina che, ancora in piedi, allungò una mano per provare a carpire, per l’ennesima volta, la calda essenza che rendeva viva la giovane intrusa.

Anche in quell’istante fallì, impossibilitata da una forza invisibile più forte di lei a rubare quel poco calore che le sarebbe servito per tornare a respirare.

La ragazza umana non si accorse di nulla, sentì solo un brivido di freddo, nient’altro, e nel giro di due minuti si appisolò.

La bambina non si dava per vinta, continuava a passeggiare per la stanza, non riuscendo a stare ferma. Sentiva la necessità di accartocciarsi come una foglia secca in un angolo e piangere fino alla fine dei tempi, mettendo da parte quella rabbia e gelosia nei confronti dell’intrusa; che la possedevano totalmente da giorni interi ormai.

Non voleva continuare a rimanere passiva nell’angolo, non avrebbe permesso un’altra volta a quell’uomo di toccarla, non avrebbe più chiuso gli occhi e finto che fosse solo un pessimo incubo. No, voleva reagire, liberarsi del peso della propria anima che era più pesante di un macigno e volare via in un mondo migliore o peggiore che fosse, ma abbandonare quel limbo.

Ma non ci riusciva e non capiva perché dopo il suicidio non fosse riuscita ad andarsene dalla Terra, dal mondo materiale e materialistico in cui ancora si trovava bloccata.

Ora si ricordava meglio il motivo che l’aveva spinta ad un gesto tanto estremo; era stato quell’uomo di cui non ricordava il volto a costringerla, lui che la toccava come una bambina di dieci anni non dovrebbe mai esser toccata, che la graffiava e le lasciava lividi non solo sulla pelle chiara, ma più in profondità, nell’anima. E lei aveva fatto l’unica cosa che le era venuta in mente, aveva preso un coltello in cucina e si era chiusa in bagno. Si era spogliata lentamente, aveva guardato il suo corpo nudo un’ultima volta, poi aveva aperto l’acqua, riempiendo la vasca. Si era lavata il corpo con il sapone, nella speranza di riuscire a togliere con un colpo di spugna i lividi che sporcavano il biancore latteo della sua pelle, ma non ce l’aveva fatta, quindi aveva deciso di fare l’unica cosa possibile: aveva preso il coltello e, ignorando il dolore atroce, aveva iniziato a incidere la sua pelle in più punti possibili. Quelli che aveva sulle cosce non erano graffi, ma tagli, allo stesso modo dei segni che aveva su avambracci e polsi e torso. 

In pochi secondi l’acqua nella vasca era diventata rosa, poi sempre più rossa e infine c’era talmente tanto sangue da trasbordare oltre le pareti della vasca e lei era così stanca da non riuscire più a tenere gli occhi aperti. Così li chiuse.

Perché lei aveva dovuto vivere una vita così breve? Perché non aveva avuto la vita della vivente addormentata sul suo vecchio letto? Perché non era stata in grado di resistere un po’ di più prima di ricorrere al suicidio? Giusto il tempo di vedere come sarebbe diventato il suo acerbo corpo da bambina una volta che avrebbe cominciato a trasformarsi in quello di una vera e propria donna?

La bambina non riusciva a distogliere lo sguardo dal corpo addormentato dell’intrusa, mentre nella sua semplice mente si accavallavano numerosi pensieri, che sembravano volerla portare verso un’unica direzione. Lei non era cattiva, semplicemente non aveva molto spazio dentro di sé per più di un sentimento alla volta; all’inizio c’era stata l’apatia, poi la curiosità, poi la rabbia e infine ora si presentava la più terribile di tutte: l’invidia.

Invidiava quella vivente per la vita che lei non aveva mai avuto ed era disposta a tutto pur di cambiare la situazione, mescolando un po’ le carte in tavola. 

«O la vita o la morte», aveva pensato pochi giorni prima. Ora, dopo che aveva provato in tutti i modi a riappropriarsi di un po’ del calore della ragazza, non restava che passare all’opzione successiva; tutto quello che bisognava decidere era come uccidere o condurre al suicidio l’intrusa.

La bambina non sapeva nemmeno se ne fosse o meno in grado, tutto quello che le importava in quel momento era liberarsi una volta per tutte di quella vivente, che non faceva altro che ricordarle la vita che lei ormai non possedeva più.

Agendo d’istinto la bambina si avvicinò ancora di più alla figura addormentata, accoccolandosi alle sua spalle, e iniziò a parlarle nell’orecchio, dicendole passo a passo quello che doveva fare una volta che si fosse svegliata.

Alle cinque del pomeriggio la ragazza si sedette di scatto, strappandosi violentemente dalle grinfie dell’incubo che l’aveva stretta a sé e non sembrava più volerla lasciar andare. Una volta sveglia faticava a ricordare i dettagli del brutto sogno, ma non se ne preoccupò particolarmente, anzi lasciò semplicemente che l’intera giornata scivolasse nel dimenticatoio e, preso un cambio di vestiti, si diresse in bagno, dove aveva intenzione di farsi un lungo bagno caldo e rigeneratore.

La ragazza, una volta nuda e in procinto di entrare nella vasca già colma d’acqua bollente, si distrasse a osservare il suo corpo, soffermandosi sui suoi fianchi forse un po’ troppo larghi, sulle sue gambe leggermente tozze, sul suo viso paffuto. Non si era mai vista così brutta in vita sua. 

Si passò le mani sulla pelle, sentendola spiacevole e fredda al tatto.

Il rumore di una porta sbattuta con forza la fece sussultare e voltare nella direzione da cui era provenuto il suono. Si tranquillizzò pensando che fosse stata solo una folata di vento, anche se una vocina al suo orecchio sembrava suggerirle qualcosa di ben più spaventoso e raccapricciante.

Senza pensarci due volte afferrò l’accappatoio, lo indosso e perlustrò velocemente l’appartamento. Non riscontrando nulla di strano, tornò in bagno e si decise ad entrare nella vasca, dove l’acqua calda riuscì per pochi brevi paradisiaci secondi a rilassarle i muscoli tesi dall’apprensione. All’improvviso sentì il tumtum che l’aveva tenuta sveglia nelle ultime due settimane e, come ogni volta, si disse che doveva essere il vento che muoveva qualche ramo ripetutamente contro il muro o una finestra. Nulla di cui preoccuparsi, insomma.

La porta del bagno, che era convinta di aver chiuso bene, si mosse di pochi centimetri, come sospinta da una forza invisibile, e produsse un inquietante suono di cardini arrugginiti.

Terrorizzata, malgrado la sua razionalità cercasse di convincerla che non c’era nulla di strano in una porta mal chiusa che si muoveva appena, decise di interrompere il bagno rilassante e di andare a fare i compiti.

Il resto del pomeriggio trascorse nella calma più totale, nessun rumore sospetto o vagamente inquietante, tranne il solito tumtum, al quale ormai la ragazza si era abituata e non faceva più caso.

La bambina non se n’era andata e non si era nemmeno arresa, ma semplicemente aspettava, nel suo solito angolo in bagno, che arrivasse il momento giusto per agire, il momento in cui la vivente sarebbe stata abbastanza fragile e debole da fare qualunque pazzia le avesse suggerito.

Il tempo propizio arrivò alle nove e quaranta di sera, la ragazza aveva già cenato e chiamato la madre per augurarle la buona notte e la stanchezza cominciava a farsi sentire, rallentando i suoi movimenti e rendendola goffa e impacciata anche nello svolgere le azioni più banali.

Non chiuse bene la portafinestra che dava sul balcone per esempio, le scivolarono di mano le posate, che produssero un tintinnio fastidioso mentre cadevano a terra, e andò a sbattere contro un mobiletto, procurandosi un livido sulla coscia sinistra.

La bambina non aspettò oltre e, avvicinandosi alla vivente, cominciò a sussurrarle nell’orecchio poche semplici indicazioni.

La ragazza aprì la porta del balcone e, malgrado la pioggia e il forte vento, che le bagnavano il viso e scompigliava i lunghi capelli, non si tirò indietro.

Fece pochi passi, afferrò la ringhiera arrugginita del balcone e la scavalcò molto lentamente, con la bambina che le sussurrava nell’orecchio: «Buttati, buttati, buttati».

La mente della ragazza non si oppose a quel comando.

Epilogo

La signora D. si fece dare la chiave dell’appartamento dal portinaio, un vecchio amico di famiglia, promettendogli che non avrebbe toccato nulla nel rispetto della giovane donna che era morta dopo due settimane di coma all’Ospedale Sant’Anna. 

La signora D. aveva guardato per anni persone entrare ed uscire da quell’appartamento come se stessero fuggendo da qualcosa di indescrivibile, ma nessuno vi era morto, non dopo il suicidio di quella bambina nella vasca da bagno e non prima di quello della fanciulla che si era buttata dal balcone. Tutti avevano avuto reazioni negative o depressioni o sbalzi di umore dopo aver vissuto per più di un mese in quell’appartamento e la signora D. non riusciva a spiegarsi come quella ragazza fosse riuscita ad andare avanti per tre mesi e sempre con un dolce sorriso stampato sulle labbra, prima di porre fine alla sua stessa vita in un modo così tragicamente teatrale.

La madre della defunta era arrivata a portare via tutti gli oggetti appartenenti alla fanciulla pochi giorni prima. Aveva indossato per tutto il tempo spessi occhiali da sole a nasconderle gli occhi e un completo nero, non aveva rivolto la parola a nessuno e se ne era andata in fretta e furia allo stesso modo in cui era arrivata.

La signora D. girò la chiave nella toppa e fece pochi passi in avanti, osservando l’appartamento dove consegnava il pane all’età di tredici anni, ricevendo in cambio poche lire, ogni Lunedì, Giovedì e Sabato.

Lanciò una veloce occhiata verso il bagno e rabbrividì sentendo quante emozioni negative si erano accumulate nel corso degli anni in quelle quattro mura spoglie. 

La signora D. indossò i suoi guanti di lana e cominciò a cercare in ogni stanza e in ogni cassetto, fino a quando non trovò la foto che stava cercando.

Lo scatto raffigurava una bambina dai lunghi capelli mossi e scuri, grandi occhi marroni e un sorriso dolce che metteva in mostra le guance piene e rosee. Si ricordava quella bambina e la sua spensieratezza, e non riusciva a concepire come mai una persona così felice avesse dovuto compiere un’azione tanto terribile.

La signora D. sfiorò con le dita il crocifisso che portava al collo, prima di rimuovere la foto dalla cornice e portarla in bagno. 

Gli occhi della donna rimasero a lungo a fissare l’angolo spoglio della stanza, quasi potesse percepire il movimento costante e disperato della bambina in lacrime, prima di distogliere lo sguardo e puntarlo sulla vasca da bagno.

Si inginocchiò acconto al bordo di quest’ultima e vi lasciò scivolare all’interno la foto. 

Prese la scatolina di fiammiferi che aveva sempre con sé e ne accese uno, prima di portare la fiamma sul bordo dell’immagine e darle fuoco.

La signora D. non aveva idea di cosa stesse facendo, sapeva solo che era la cosa giusta da fare per liberare quel luogo da tutta quell’energia negativa e permettere allo spirito di quella che era stata una bella e sorridente bambina di entrare nelle grazie del Signore.

Una volta che della foto rimase solo un mucchietto di cenere la donna abbassò lo sguardo e, stringendo tra le dita il suo crocifisso intonò un ‘Padre Nostro’ e un’ ‘Ave Maria’, prima di sussurrare: «Oh, Padre, accoglila nei tuoi Cieli».

Poi l’anziana signora raccolse le ceneri in un semplice sacchetto di plastica, che portò via con sé e di cui disperse il contenuto, una volta arrivata – dopo una lunga processione – lungo la sponda occidentale del Po, nelle acque del fiume.

Tutti i diritti riservati. All rights reserved.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...