Le mille e una luna

Di Arianna Miazzo

 

Era un’altra di quelle sere.

La finestra era aperta e la brezza primaverile entrava prepotente, muovendomi i capelli mentre me ne stavo seduto lì davanti, una mano a sostenermi la testa e l’altra a grattarmi la barba, con gli occhi rivolti alla luna crescente, come un coyote fra i canyon. Sul tavolo un piatto di spaghetti freddi che avevo trovato in frigo e avevo preso distrattamente, lo sguardo rivolto a quel maledetto calendario lunare che mi fissava dal muro, con i suoi inutili proverbi tatuati. Il proverbio del mese era: «Tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino.»

Una frase stupida su un gatto, ma nulla che potesse anche solo vagamente essermi d’aiuto, qualcosa tipo: «Se sei un licantropo non andare in campeggio con le ragazze.» Avrei dovuto scrivere una lettera a chi si occupava di scrivere cavolate sui calendari, fargli capire come stavano veramente le cose e cioè che nel 2014 le uniche persone che compravano i calendari con le fasi lunari erano licantropi o vecchie comari superstiziose che non volevano tagliarsi i capelli con la luna sbagliata. E nessuna delle due categorie aveva bisogno di quella valanga di idiozie.

Il proverbio del mese prima recitava: «Gobba a ponente luna crescente, gobba a levante luna calante». Aveva quasi senso, faceva quasi al caso mio e la cosa avrebbe dovuto insospettirmi, eppure nonostante il mio istinto si rivoltasse avevo preso la tenda e le altre attrezzature da campeggio e me ne ero andato via per il weekend con quella che più o meno era la mia ragazza, una modesta vegana idealista che avevo conosciuto per via del volontariato al canile.

Era comparsa qualche mese prima, piena di buoni propositi e tupperware con strani preparati a base di verdure crude, con il suo tabacco sfuso e l’odore di zenzero sulla pelle. Fin dal primo momento aveva cercato di avvicinarsi a me con gentilezze e lusinghe, parlandomi dello yoga e del suo amore per gli animali, di quell’istinto da crocerossina intrinseco in lei a tal punto da non riuscire a spegnerlo. Inutile dire che non avevo resistito molto: quale uomo non vorrebbe archiviare nel suo passato sessuale una contorsionista fanatica dello yoga e del sesso tantrico?

E poi, più profondamente dentro di me, nonostante tutto ciò che mi imponevo di essere… mi sentivo solo. A volte passavo notti intere senza prendere sonno, flagellato da banchi di pensieri selvaggi che mi attraversavano la mente portando con loro la distruzione, senza darmi pace.  Mi era impossibile crearmi l’immagine mentale di come sarebbe stata la mia vita una decina di anni dopo, perché non riuscivo a vedermi altrove, se non fisso in quel punto ostinato di routine sbagliata che mi ero creato per proteggere gli altri da me stesso, senza riuscire a proteggermi da solo. Alla fine dei giochi non ero riuscito a proteggere neanche lei, preso com’ero dalla mia furiosa ricerca di una compagnia che riuscisse a farmi dimenticare chi fossi.

E così avevamo semplicemente piantato una tenda fra i boschi, per passare un weekend isolati dal mondo, insieme. Avevo messo in lista la trasformazione per il sabato notte, mi sarei allontanato dopo averla sfinita (la mia libido saliva notevolmente poco prima della mutazione), trasformandomi nel bosco lontano da lei, per tornare la mattina dopo all’alba, prima che si svegliasse. Mi sentivo stupido anche solo per aver creduto per un istante che tutto sarebbe andato bene. Il sabato di ormai quasi un mese prima avevo passato il pomeriggio come ostaggio di una vera e propria ninfomane, che dopo cinque ore non solo non era minimamente stanca, ma nemmeno un po’ provata dallo sforzo. Ero sgattaiolato fuori dalla tenda poco dopo il tramonto, con la scusa di aver bisogno di fare pipì, per poi allontanarmi saltellando a gambe larghe, cercando di evitare il contatto con il mio povero membro distrutto. Pensavo di essermi allontanato a sufficienza, ma non avevo pensato al fatto che lei sarebbe venuta a cercarmi per un altro round. Mi aveva trovato pochi minuti prima che cambiassi, ma non c’era stato nulla da fare, perché l’ultima cosa che riuscivo a ricordare era il sapore del suo sangue che spillava dalla carotide come acqua da un nebulizzatore.

Quando la mattina dopo mi ero risvegliato fra il fogliame del sottobosco, ero un pasticcio di sangue rappreso e terriccio, e non ero nemmeno lontanamente lucido, così mi ero limitato a correre alla tenda, prendere tutto ciò che potesse collegare la polizia a me e – dopo una rapida rassettata – mi ero lanciato in una corsa disperata verso la civiltà, le narici piene del ricordo dell’odore del suo sangue. Nonostante il panico bruciante che mi serrava la gola e mi comprimeva i polmoni mentre correvo, non riuscivo a fare a meno di provare una certa soddisfazione data dal post-trasformazione: i sensi del lupo erano ancora con me, il mio naso percepiva ogni forma di vita nelle vicinanze, avevo i muscoli tesi e scattanti, l’agilità sovraumana che tanto amavo. Correndo mi sembrava di sentire ancora il movimento della coda dietro di me e la soddisfazione della caccia e del cibo mi scaldavano lo stomaco di piacere. All’improvviso mi vergognai, così profondamente da non riuscire più a correre e, una volta fermo, la consapevolezza mi aveva colpito come una raffica di vento durante una tempesta. Mi piegai su un lato e vomitai, perché l’avevo mangiata.

Ero arrivato a casa incolume.

Un paio di graffi lasciati da qualche ramo secco proteso verso di me, i resti già quasi cicatrizzati di un’abrasione da scontro e un livido sul costato. Nella mia mente l’aggressione che non ricordavo era facile da ricostruire e quelle immagini fittizie mi tormentarono per tutto il giorno, insieme al ricordo di quel pasto sgradito che mi faceva venire la pelle d’oca. Non ero stato io a ucciderla, era stato il mio lupo, non era colpa mia. Una semplice frase che si era trasformata in un mantra insoddisfacente nel quale non credevo fino in fondo, perché io e il mio lupo eravamo la stessa cosa, un’unica entità coesa e perfettamente oliata. Non eravamo due spiriti nello stesso corpo, ma la stessa anima in due mondi: il mio e il suo.

Ovviamente non potevo sperare che il mio lupo fosse vegetariano come me, era naturalmente impossibile, ma comunque il pensiero del recente cannibalismo mi pesava nello stomaco come il pasto di cui mi ero liberato vomitando. C’era qualcosa che non mi convinceva in tutta quella storia; ero sempre riuscito ad essere un bravo lupo, non avevo mai fatto del male a un essere umano, avevo le mie zone di caccia e quasi sempre la mattina mi svegliavo vicino ai resti di una preda di piccole dimensioni. Quella trasformazione era stata così sbagliata da farmi sentire a disagio con me stesso, come se non fossi completamente in grado di sapere di cosa fossi capace. Quali erano realmente le mie potenzialità? Ero un semplice lupo solitario, o un lupo da branco alfa? Le domande mi vorticavano nel cervello come piccoli aeroplani impazziti, scontrandosi fra di loro in un connubio di attacchi terroristici.

Un mese e ancora non mi era passata, avevo paura e non volevo trasformarmi, ma la luna piena era di nuovo vicina e i miei sensi iniziavano ad acuirsi sempre di più. Giravo per la città, voltandomi di scatto appena fiutavo una ragazza, i muscoli protesi nella sua direzione. Nemmeno il senso di disgusto che provavo nei miei confronti riusciva più a contenere la cosa, così decisi che dopo la trasformazione avrei cercato il modo di mettere a tacere il senso di colpa, anche se non sapevo ancora come avrei fatto. Forse avrei dovuto cercare di scoprire di più sulla ragazza che avevo ucciso, qualcosa che non avesse necessariamente a che fare con il suo interno (rabbrividii un istante per colpa di quel doppio senso infelice, mentre il mio lupo ricordava le budella della ragazza liberarsi dal suo corpo). Potevo andare dai suoi genitori, anche solo per vederli in faccia una volta sola e dir loro quanto mi dispiacesse per la morte di loro figlia, un’amica che avevo conosciuto sul posto di lavoro. Il funerale era passato da qualche settimana, uno dei soliti funerali tristi a bara chiusa, come quelli delle vittime degli incidenti d’auto, sfigurate al punto da non essere riconoscibili. La chiesa era piena di gente, ragazzi e ragazze giovani in preda alle lacrime, gente bizzarra che posava foglie sulla sua tomba e vecchi amici di scuola incerti su come comportarsi, che erano andati alla cerimonia perché non andarci “non stava bene”. Avevo messo solo un piede nella chiesa, poi mi ero sentito appesantito a tal punto da aver bisogno di uscire, perché quel dolore l’avevo creato io, ero responsabile del pianto di decine di persone, della distruzione psicofisica di una coppia vicina alla terza età e dello sconcerto di un’intera cittadina, che mai prima di quel momento aveva sentito parlare di lupi nei suoi quieti boschi.

Quel giorno nel tardo pomeriggio presi una sacca con lo stretto necessario per la trasformazione e mi nascosi nei boschi, in attesa del fatidico momento che fino al mese prima aspettavo come la sera di Natale. Una volta immerso nella natura mi spogliai completamente, sedendomi nel fogliame, la schiena rigida e la mente proiettata verso il mio obiettivo; da qualche tempo avevo imparato a meditare e mentre vagavo nella mia mente buia, arrivavo a un punto dal quale fuoriusciva della luce continua. Lì viveva il mio lupo, fra le conifere profumate di resina e il verde intenso e selvaggio dei pini contorti più intricati della mia mente animale. Lo cercai, chiamandolo e lui arrivò senza farsi desiderare: eravamo un uomo nudo e una bestia feroce, insieme nella mia testa. Il lupo si accucciò di fronte a me, il muso appoggiato sulle zampe e gli occhi acquosi e vispi rivolti verso di me e mentre le ore passavano, iniziavo già a sentirmi diverso.

A un tratto il mio lupo ululò, un latrato straziante e conciso che mi avvisava che il momento era arrivato; mi lasciò un attimo e mi saltò attraverso, fondendosi con me.

Le ossa mi si ruppero tutte insieme, con uno schiocco impressionante di dolore istantaneo, mentre la pelle prendeva una forma diversa. La sentii tirare e improvvisamente un bruciore infernale iniziò a propagarsi per tutto il mio corpo, mentre la pelliccia usciva a forza da un punto imprecisato di me. Lo sterno si ribaltò, aprendosi su una cassa toracica più ampia della mia e dall’osso sacro crebbe la coda, mentre il mio palato si spezzava, per dare vita a un muso fiero e coperto di pelliccia. In pochi secondi era tutto finito e l’ultima immagine che ebbi di me era quella di un lupo argentato che sbuffava affannato e ancora spaesato, prima di lanciarsi in una folle corsa, seguendo una pista olfattiva.

Era finita di nuovo.

L’alba passò lieve sulla mia pelle umana e rosea, mentre il mio io riprendeva il suo posto abituale all’interno del mio corpo. Mi svegliai docilmente, come ci si sveglia la mattina dopo una lunga nottata di sesso, stiracchiandosi e gemendo dalla soddisfazione, ma purtroppo il mio buonumore scomparve in un lampo, schiacciato dal ricordo di quella povera ragazza. Non mi riuscì di trattenere un gemito di dolore, che si disperse nel bosco; ero solo.

Tornai a casa con lo zaino punteggiato da aghi di pino, come un escursionista che torna a casa dopo una lunga avventura. Non ricordo esattamente come passai la giornata, forse ero andato al canile, forse ero rimasto fermo a non fare niente, in contemplazione del nulla, ma comunque la sera ero rientrato a casa, le tenebre che sfumavano lievi sul paesaggio, pronte a trascinare nuovamente il mondo nella notte.

Ci sono cose dalle quali non ci si può mai lavare le mani del tutto: il sangue è fra queste e chi come me se ne sporca è destinato a osservarsi scendere nella spirale del senso di colpa, senza avere la capacità di uscirne mai più. Nietzsche parlava di un tempo, di un tempo circolare che ci imprigiona tutti e che di conseguenza ci costringe a rivivere le stesse gioie e gli stessi dolori più volte, ma ci ricorda che esiste un momento, l’attimo che scorre attraverso di noi e ci marchia prima di riavvolgere il tempo e farlo ripartire dall’inizio.

Aprii il frigo, prendendo un piatto di pasta al sugo; mi misi seduto al solito posto, la finestra aperta che lasciava entrare la brezza primaverile. Guardavo la luna snellire, mangiando con calma, masticando accuratamente prima di inghiottire ogni boccone. Gustavo il cibo, la consapevolezza di avere tutta la notte per finire di cenare, senza l’obbligo di una trasformazione.

Sembrava quasi che tutto fosse come prima, ma un occhio attento che si fosse posato sulle mie mani, avrebbe scoperto che erano ancora sporche di sangue.

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