In vacanza con il Presidente

Di Arianna Miazzo

Era un giorno di festa nello Stato: dopo mesi di sedute riformative e tentennamenti, le pensioni erano state finalmente confermate. La nazione aveva tirato un sospiro di sollievo, in particolare tutti i lavoratori che avevano vissuto periodi di incertezza prima di scoprire di essere stati salvati.

Quella brutta sorpresa era stata annunciata sei mesi prima, quando il Presidente aveva tenuto un discorso greve di tensione in cui esponeva alcune norme di sicurezza economica atte a salvare il Paese. In ricordo dell’ultima crisi mondiale del 2008, la politica europea aveva deciso di prevenire un nuovo disastro.

Il taglio delle pensioni aveva suscitato proteste angoscianti che avevano gettato il Paese nel caos più totale: tutte le fasce d’età si erano riversate rivoltose nelle piazze, protestando. Alla fine il Presidente – stremato dall’ostruzionismo popolare – aveva dovuto cedere e per garantirsi la possibilità di un secondo mandato aveva deciso di rimediare (almeno in parte) al disastro politico in cui si era incagliato. Aveva organizzato una settimana di vacanza premio per tutti i lavoratori che avrebbero smesso la carriera in quello stesso anno, tutto a spese dello Stato. I quasi pensionati sarebbero stati scortati in un luogo di villeggiatura segreto da una flotta di aerei nazionali, per poi trascorrere una settimana di relax e venire poi ricondotti a casa.

Bartolomeo Filzi – da quarant’anni fedelissimo servo dello Stato – si era strofinato le guance pensoso, gli occhi armati di occhiali progressivi incollati allo schermo del nuovo televisore che gli aveva regalato la figlia per il compleanno. La faccia del Presidente era rossa e sorrideva alterata, in quanto il buon Bartolomeo non era uno di quegli anziani definibili come “smanettoni” e non aveva avuto modo di regolare la saturazione dei colori. Con voce arrochita dalla pipa che stava fumando placidamente, chiamò la moglie Filomena, perché anche lei doveva avere modo di vedere quella marziana manifestazione di carità cristiana.

Filomena Urlando in Filzi fece capolino dalla cucina, le mani guantate e grondanti schiumose bolle di detersivo alla mela verde in offerta speciale a un euro, acquistato all’ingrosso nel discount del quartiere.

«Che c’hai?» chiese la donna, la voce contenente numerosi toni di irritazione, uno per ogni anno di matrimonio «Non vedi che sto a fare i piatti?»

«Parto in vacanza con il Presidente!» annunciò Bartolomeo, tirandosi su i pantaloni con fierezza e indicando il televisore.

«Ma te ne parti a fanculo, te.» terminò con femminile grazia la leggiadra Filomena, ritirandosi nuovamente in cucina e borbottando qualcosa a proposito di un’ingiustizia, perché la figlia non le aveva regalato un elettrodomestico per il compleanno.

Il 7 Luglio gli aerei erano pronti a partire e l’intera nazione sventolava bandiere, soffiando vivacemente nelle vuvuzelas, che erano state riesumate appositamente dal cassetto in cui erano finite dopo i mondiali di calcio del Sud Africa. E fu in quel coro vociante di allegria effimera che il Presidente alzò le mani, ottenendo il silenzio immediato. Era arrivato il momento del discorso, e nessuno se lo voleva perdere. Ma il Presidente aveva altri piani: invece che parlare sorrise all’intera popolazione in attesa e indicò il tappeto rosso di fine velluto sul quale avrebbero marciato trionfanti i vincitori della vacanza premio. La polizia liberò il tappeto dagli ultimi festaioli irrispettosi, accompagnandoli al di là della rossa, sanguinolenta striscia proibita, mentre i vacanzieri iniziavano a sfilare tronfi e vanagloriosi, gli occhi socchiusi per la forte luce solare e per l’emozione.

Quando tutti furono stati imbarcati sull’aereo dal personale di bordo, composto da una crew di quasi pensionati ridotti agli stremi, una cosa che Bartolomeo aveva trovato molto strana e in un certo qual modo sconveniente per l’immagine del Paese, la folla all’esterno iniziò a diventare sempre più surreale, mentre la cabina si pressurizzava, preparandosi alla partenza. I vacanzieri fremevano, impazienti e in attesa che venisse finalmente rivelata loro la sorpresa, ma nessuno a bordo sembrò accennare alla destinazione scelta, e la tensione scemò presto, rigettandosi in noia soffusa che avviliva i passeggeri, agitati per la partenza, ma già abbastanza disillusi da non essere veramente interessati.

Finalmente, il decollo. Centinaia di colli verticalmente ascesi, le pappagorge tese dal desiderio e i corpi ben saldi ai sedili di similpelle economica, triste naturalizzazione della realtà incombente sulle loro povere e mortali vite. Bartolomeo realizzò una cosa nuova, della quale prima non si era accorto: quell’aereo era un rottame. Girò lo sguardo verso il suo compagno di fila, un vecchio idraulico che sembrava un tricheco soddisfatto. Mentre lo fissava, l’uomo si girò a sua volta, puntandogli contro i suoi piccoli occhi porcini e infossati:

«Beh?!» lo apostrofò.

«È solo mia l’idea che questo velivolo sia un vero e proprio ferro vecchio?» chiese con voce dotta il signor Filzi, che in presenza di subordinati (coloro che a suo dire svolgevano lavori umili e sporchi) amava arricchire il suo lessico, fino a iniziare a esprimersi come nei vecchi libri di Dickens che aveva letto da adolescente.

«Come noi, capo.» Si fermò un attimo in contemplazione del sacchetto per il vomito e continuò, improvvisamente folgorato:

«Segui il calcio?»

E con lo scoppio della conversazione, si placò l’ansia.

«Il mare!» esclamò uno dei passeggeri, infrangendo le varie frasi degli altri vacanzieri. Fu un piccolo shock per tutti, un impulso elettrico che attraversò ogni cuore dell’aereo, dando la carica.

«Quello, veramente, è l’oceano.» disse una voce sconosciuta dal fondo dell’aereo, ma dal tono da maestrino, Bartolomeo ne dedusse che non ci sarebbe andato per nulla d’accordo, nonostante la sua tendenza fosse simile.

«Acqua. Meglio così, stronzo?!» ribatté la prima voce, aumentando notevolmente i decibel del suo tono.

Fortunatamente nessuno ebbe da controbattere e il velivolo si riempì di mille sommessi mugugni di meraviglia. Una hostess attempata e dall’aria vagamente tisica passò attraverso lo stretto corridoio dell’aereo, il carrello arrugginito pieno di leccornie dalla dubbia qualità; Bartolomeo rifiutò tutto ciò che gli veniva offerto con cortesia, mentre un sentore di malessere iniziava a crescere dentro di lui. Il prode lavoratore si prese un momento per guardarsi intorno: l’aereo era un vero e proprio rottame, la crew era decrepita e ogni cosa all’interno del velivolo era da considerarsi scaduta o anziana a sufficienza da poterlo chiamare “nipote”. Sapeva che lo Stato stava attraversando un periodo difficile, ma diffidare era nella sua natura e nel giro di qualche ora di volo si rese conto che stavano volando sopra l’oceano senza una meta apparente.

Bartolomeo non sapeva molte cose sugli aerei, ma sicuramente era a conoscenza del fatto che loro non si trovavano su un aereo in grado di attraversare un intero oceano; con il passare del tempo, si faceva sempre più ansioso e anche i continui stimoli calcistici del suo vicino non riuscivano a distrarlo più  come prima.

Erano ormai tre ore che si trovavano in cielo, quando arrivò il primo scossone: non era una turbolenza, quanto più un guasto al velivolo, che si manifestava in tutta la sua rabbiosa potenza, scuotendo i passeggeri come maracas. Qualcuno urlò, chiamò la famiglia che lo aspettava a casa, ma il vero panico non si manifestò finché le luci dell’aereo non si spensero. Con uno schiocco apparentemente innocuo, l’ala destra si spezzò, abbandonando per sempre l’aereo e la sua compagna di vita ala sinistra, dirigendosi con una certa dignità verso le onde dell’oceano sotto di loro.

Bartolomeo urlò con tutta la forza che aveva nei polmoni, piantando le unghie nel braccio del suo vicino mentre l’idraulico era paralizzato, troppo spaventato per fare qualsiasi cosa e mentre l’aereo virava spaventosamente verso l’acqua, i due si guardarono per un’ultima volta, riscontrando lo stesso orrore l’uno sul viso dell’altro.

Il Presidente giocherellava nervosamente con la carta di una mentina che aveva appena inghiottito, cercando di non pensare al tipo di ripercussioni che si sarebbero abbattute su di lui una volta che fosse riuscito a liberarsi di quei fastidiosi quasi pensionati. A osservarlo nel suo passatempo c’erano due funzionari inamidati, che alternavano gli sguardi alle dita in movimento del Presidente a quelli fra di loro.

«Signor Presidente…» disse sommessamente uno dei due, fissando immediatamente lo sguardo sui suoi piedi.

Il Presidente non rispose, ma il fruscio della cartina tormentata cessò, lasciando spazio a un silenzio glaciale.

«Dovrebbe essere fatta, ormai. Avevamo previsto tre ore di volo prima che… lo sa…» continuò con imbarazzo il funzionario, sistemandosi i capelli con una mano.

«Tre ore di volo?» chiese il Presidente, improvvisamente interessato.

I due funzionari annuirono insieme.

«E chi vi ha detto di metterci ben tre ore di carburante?! Per liberarci di un centinaio di rottami abbiamo speso tutti questi soldi in benzina?»

Dopodiché il Presidente riprese a giocare con la sua cartina.

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