Il suicida sfortunato

Di Arianna Miazzo

Era arrivato al punto di rottura, il dolore traboccava da ogni sua minima parte. Anche solo deglutire gli inondava il petto di dolore, spezzandogli il respiro con molteplici singhiozzi. Era quello il momento, finalmente aveva catturato l’istante, facendo prigioniero lo stato d’animo che aveva designato come indispensabile per quello che aveva progettato di fare.

Aprì la finestra della sua camera, guardando sconsolato verso il basso. Dal decimo piano la vista era mozzafiato, ma lui guardava il marciapiede, l’asfalto negli occhi. Era la fine, la bramava; così voleva che fosse.

Alzò la gamba destra, scavalcando il davanzale e lasciandola penzolare nel vuoto, pronto a tuffarsi lateralmente come una nuotatrice sincronizzata. Ma mentre sostava in quella posizione assurda, a cavallo della finestra, iniziò a essere tormentato dal pensiero della sua testa esplosa sull’asfalto sporco, costellato di mozziconi di sigaretta e di chewing-gum “da una botta e via”. Sarebbe stato solamente l’ennesima carcassa nel cimitero degli elefanti, qualcuno avrebbe trovato il suo cervello sotto le suole, una volta tornato a casa. Si sarebbe pulito le scarpe sullo zerbino del vicino, guardandosi intorno con circospezione, temendo di venire scoperto. Il suo volo fra le braccia della morte sarebbe stato un disturbo per la polizia, per i netturbini… e chissà quanti bambini sarebbero rimasti traumatizzati dal sangue scorrere fuori dalla sua testa aperta. Per giorni sarebbe stato il fautore dei loro incubi, colui che avrebbero chiesto ai genitori di scacciare dall’armadio.

Un lungo brivido freddo galoppò celere dal suo osso sacro alla nuca, causandogli un convoglio di tremiti, che resero il suo volare nell’aere sempre più prossimo e reale. Si aggrappò al telaio della finestra con forza disperata, gli occhi chiusi e i respiri lunghi nel tentativo di scacciare la nausea. Cercò di riportare la gamba libera all’interno della casa, ma quella era molle e poco collaborativa. Sarebbe morto lì, come un povero coglione, appeso alla finestra come l’ultimo dei cretini.

– Sono l’imperatore dei deficienti! – urlò a pieni polmoni, allargando le braccia e agitandole, sprezzante del pericolo; si era proprio incastrato.

Quando si fu calmato, decise di provare a liberarsi, facendo il salto che aveva progettato, ma a ritroso. Si tuffò con tutta la forza del suo corpo, finendo la peculiare acrobazia con un colpo di reni. Cadde come un peso morto sul pavimento, sbattendo la testa contro il termosifone, allietando il silenzio della stanza con una sonora bestemmia.

Si era incaponito, la morte l’avrebbe avuto quel giorno stesso, non c’era verso che la facesse aspettare. Pensò rapidamente a un nuovo piano, ma non riusciva a trovare un modo di morire che lo ispirasse quanto il volo verso la madre Terra. Se solo non fossero esistiti gli zerbini, pensò infastidito, la mente svuotata dall’adrenalina come un bidone dopo il passaggio dei netturbini. Andò in cucina e aprì il frigo, che era vuoto, se non per una grande torta Schwarzwald, deliziosa e impossibile nel suo apporto calorico.  L’aveva comprata per il suo compleanno, era il giorno prima. L’uomo era stato incredibilmente meticoloso nella sua organizzazione: aveva deciso che voleva scrivere la parola “fine” col sangue delle sue arterie, ma sapeva che non poteva farlo a sangue freddo. Non poteva essere l’assassino nemmeno di se stesso, era caratterizzato da sempre da un’ignavia dirompente. Aveva quindi deciso di porsi nello stato d’animo giusto alla soppressione personale che aveva progettato di effettuare il giorno seguente a quello del suo compleanno: aveva comprato una torta per la sua festa, aveva speso per il vino e per lo spumante e aveva prenotato un tavolo per venti persone nel suo ristorante preferito. Non aveva invitato nessuno, se non qualche noto acerrimo nemico dei tempi passati. Dopodiché, vegetariano per principio da più di dieci anni, aveva divorato da solo una gigliata per tre persone, avanzando a stento le ossa. Aveva bevuto tutto il vino che aveva comprato e poi, nauseato e ubriaco, mormorando frasi come “Si fotta il buco nell’ozono” e “Inquiniamo allegri fino alla morte”, si era trascinato a casa, portando con sé la torta. Una volta arrivato al suo appartamento, era caduto preda della digestione, svegliandosi il giorno dopo, armato delle migliori intenzioni suicide. Ma la torta era ancora lì nel frigo e sprecarla sarebbe stato un reato di cui non voleva macchiarsi; era stato attento alla linea per tutta l’età adulta, piluccando cibi sani e alternando pasti irrisori a sedute devastanti in palestra. Per cosa? Per morire sexy, ma nulla di più. Ora voleva vendicarsi, trovare nella Schwarzwald  la sua risoluzione finale. La prese gentilmente per le anche, estraendola dal frigo come un neonato dal ventre materno. La poggiò sul tavolo, guardandola come un’amante addormentata dopo l’infuriare dell’amplesso, abbandonando il suo capezzale solo per un attimo, alla ricerca di posate con cui amarla ancora di più. Posò le natiche sulla sedia con fare cerimonioso, iniziando a corteggiare quel gargantuesco pasto con ferocia. Finì in un’ora e mezza, ma finì senza gioia, per dispetto al mondo e a tutte le cose. Si alzò, appesantito dall’amore per la pasticceria dopo aver elaborato una nuova metodologia: avrebbe ingerito l’intera farmacia della casa, accompagnando lo spuntino con il vino pregiato che teneva in casa da anni.

Si prestò con solerzia a quel lavoro impegnativo, fino a quando il suo ioide non iniziò a farlo per lui, automatizzato dalla ripetitività dell’azione. Una volta che ebbe finito, si sentiva talmente satollo da essere vicino all’implosione; se solo pensava che aveva tenuto in serbo quel vino per anni, aspettando che arrivasse l’occasione giusta in cui stapparlo… per cosa, poi? Per berlo il suo ultimo giorno di vita, ancora in attesa di quell’avvenimento speciale.

Il suo corpo ebbe uno spasmo, che l’uomo riuscì a reprimere con sforzo belluino, mentre il terrore si impossessava di lui. Non poteva vomitare, non in quel momento. Cercò di fermare altri spasmi, sempre più frequenti, fino a quando non si arrese, correndo verso il bagno. Abbracciò il gabinetto come un vecchio amico e vi si rivoltò dentro con disperazione, in un pianto di deboli singhiozzi. Vide la torta lasciarlo, le medicine come una cascata di Tic Tac rotolavano fuori dal suo organismo, riempiendo l’interno della tazza di un allegro granellare contro la porcellana. L’aspirante suicida tirò una testata contro la tavoletta, bestemmiando a mezza voce; non gliene andava bene una. Tirò l’acqua senza guardare, amareggiato ed esasperato a morte, ma non abbastanza da morire sul serio. Si mise a sedere nella vasca da bagno, ritirando le gambe fino ad abbracciare le ginocchia, proteggendosi così dall’abnorme fatica che vivere gli costava. Mugolò piano e sommessamente, gli arti lunghi che tremavano intorno alla sua figura. Si appoggiò con la fronte alla parete bianca e sterile di mattonelle del suo bagno, chiudendo gli occhi per un attimo e riempiendosi i polmoni, che continuavano a dolergli come se fossero squarciati. Quindi era così che ci si sentiva una volta passata l’adrenalina. “Bella merda”, pensò.

Aveva quasi deciso di restare in quella vasca e farsi morire di fame, quando fu colpito da un’illuminazione, un’epifania che gli aprì gli occhi completamente: era un segno del destino, lui non doveva morire!

Si sentì improvvisamente importante, fondamentale per lo sviluppo umano, insostituibile nella sua misera esistenza. Decise che avrebbe fatto del bene, che avrebbe cambiato il mondo. Se il destino l’aveva risparmiato, se Dio aveva vinto la sfida a braccio di ferro, lui non poteva sottrarsi alla chiamata. La fame nel mondo, la guerra e le carestie avevano i giorni contati, ora che lui sapeva cosa doveva fare; la sua determinazione era tale che, rinvigorito, l’uomo saltò fuori dalla vasca, aggrappandosi alla maniglia della porta per non cadere miseramente e rompersi la testa, ora che aveva deciso di vivere. Inforcò i pantaloni, la giacca e la sciarpa e – dopo una breve pausa per allacciarsi le scarpe – si fiondò giù per le scale, pronto a dare una svolta alla sua vita.

Purtroppo non aveva speso tempo sufficiente nell’allacciatura: la scarpa destra lo tradì e l’uomo, guardando verso il basso giusto in tempo per capire quel che stava succedendo, si inciampò nei suoi piedi, cadendo lateralmente nella tromba delle scale.

Fu un volo breve, che per l’uomo durò giusto il tempo di declamare un sonoro “vaffanculo”, prima di rompersi l’osso del collo contro il pavimento dell’atrio.

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