Così Dio diventò uomo

Di Arianna Miazzo

In un vecchio libro polveroso, di quelli come non se ne trovano più, si narra di un Dio di inchiostro e di carta, incapace di provare sentimenti nei confronti degli esseri umani suoi figli e di tutte le cose da lui create.
Non c’era niente in grado di sfiorare la dura barriera di polvere che gli si era depositata sul cuore, non ne vedeva neanche il motivo. Il suo essere Dio gli bastava, come molti avrebbero voluto sentirsi, si bastava da solo, non trovava la necessità di doversi accompagnare a qualcuno, o solo esistere in vicinanza di qualcun altro.
La sua giornata era semplice, si svegliava, osservava il mondo vuoto, il suo infinito campo da gioco. Ma per Dio il campo non era infinito, la Terra era solo una minuscola biglia senza nulla di speciale. Nessun movimento, nessuna forma di vita. Gli umani erano ormai sterminati, in uno sbuffo di irritazione aveva cancellato la loro stirpe, ingoiandoli e con loro erano scomparse anche le piante e gli animali.
Per la prima volta dopo millenni, Dio si accorse che gli mancavano gli umani. Non l’avrebbe ammesso nemmeno a sé stesso, ma quel vuoto che batteva tonfi sordi sul suo cuore era una sensazione inconfondibile che aveva provato poche volte: la solitudine.
Appena la riconobbe, si colpì il petto, mentre con l’altra mano colpiva il Sole, povera vittima innocente del delirio divino. Il Sole si disintegrò, mentre migliaia di piccole scintille ambrate volavano in ogni direzione, sospese in un angolo dell’Universo.
Dio non capiva, si sentiva di troppo!
Era l’unico della sua specie, ma sapeva che non sarebbe mai potuto esistere qualcuno uguale a lui, con i suoi poteri, con la sua mente e soprattutto… con la sua grandezza.
Proprio così, perché Dio, dopo aver assorbito le anime umane dell’intera Terra, si era gonfiato come un cadavere nell’acqua, fino a diventare di dimensioni gigantesche. Aveva un corpo, non sapeva come avrebbe imparato a gestirlo, visto che non c’era più nessuno al mondo in grado di spiegarglielo. Tutti quelli che avevano posseduto un corpo erano finiti dentro di lui, quel giorno in cui non era più riuscito a sopportare la visione del mondo infettato. Era passato sulla Terra come un aspirapolvere gigante, risucchiando qualsiasi cosa potesse sembrare umana o animale. Le piante le aveva risparmiate, non gli avevano fatto niente, forse in qualche modo le amava, ma non avrebbe saputo spiegarlo, Dio non conosceva l’amore.
Dio non conosceva alcun sentimento, li aveva disgraziatamente imparati dagli umani, proprio mentre cercava di sterminarli. Erano esperimenti falliti, stavano distruggendo ciò che avevano creato con le loro stesse mani, creando per distruggere. Erano una malattia incurabile, finché Dio non aveva deciso di agire come un medico che pratica l’eutanasia.
Ogni anima che assorbiva gli dava una sensazione nuova, come se stesse assaporando migliaia di vini dai più disparati bouquet.
La prima sensazione che Dio imparò, fu la paura. Non sapeva come spiegarla, né come motivarla. Il mondo che aveva creato per gli uomini era bellissimo, un esempio perfetto di habitat, dove avrebbero potuto vivere alla perfezione, soddisfacendo i loro bisogni naturali senza problemi. Quindi, da dove veniva questa sensazione? Sentiva che nessun luogo era più sicuro, avrebbe voluto scappare, ma dove? Lui era il Tutto, non poteva scappare.
Per secondo, capì cos’erano gli incubi. Alcuni umani mentre venivano risucchiati avevano dei flash in testa, che riportavano a dei dejà-vu, come se quello che stava succedendo fosse già successo, ma Dio non riusciva a capire come potesse essere vero. Iniziò a tremare quando vedeva il buio, ma lui non poteva tremare, lui era il Tutto, perciò era anche il buio.
La terza terribile lezione fu quella dei ricordi. Una vecchia signora, mentre diventava lui, iniziò a finire in un vortice sempre più profondo e sconosciuto. Più cercava di assorbirla, più la vecchia si ritraeva, allontanandosi. Dio provava a seguire la scia, ma la vecchia si perse, finendo nei suoi ricordi. Solo allora Dio capì che non aveva ricordi e iniziò a chiedersi cosa fosse successo nel passato, ma capì presto che non poteva saperlo, perché lui era il Tutto, quindi anche il passato e il tempo non esistevano.
La sensazione che gli corse addosso dopo fu la voglia di vivere e sognare. Appena Dio la sentì, gli sembrò di essere stato punto da una vespa e saltò nel nulla. Dico saltò perché non esiste una parola per descrivere il movimento nel nulla che si mosse, in quanto Dio era il Tutto, non c’era altro luogo in cui avrebbe potuto saltare. Improvvisamente nella sua testa si rese conto che tutto tornava. La paura degli incubi, che non erano altro che sogni, si formò vivida nella sua mente, mentre il passato tornava con i suoi ricordi, anche loro espressi nei sogni, che rischiavano di diventare incubi. Il mondo aveva smesso di essere un luogo perfetto da lui creato, perché sentiva di volere cose che non avrebbe potuto realizzare.
Iniziò a danzare, mentre smetteva di essere il Tutto, sentiva che stava prendendo forma, il busto spuntò per primo, come un fungo. Dopo il busto le membra, che si arrampicarono su di lui come serpenti, attaccandosi saldamente. L’ultima parte del corpo che si depositò su di lui fu la testa. Quando la testa planò sul collo vuoto, Dio si sentì morire. Il cuore galoppava e fu così che Dio imparò l’amore.
Alcune anime, mentre le stava assorbendo, piangevano per la morte di un altro, come se quello che stava succedendo a loro non importasse. Dio non capiva, con il cuore e la mente capì.
Trovandosi così conciato, un corpo immerso nel nulla del mondo, Dio iniziò a dimenarsi e vide che le piante e gli alberi erano rasi al suolo dal suo divincolarsi. Più Dio si muoveva e più la natura crollava e lui, cercando di metterla in salvo, si divincolava sempre di più, aumentando il tutto.
Dai suoi occhi uscirono due gocce d’acqua, che crollarono sulla Terra. Da quelle gocce si alzava un gran fumo e dove cadevano lasciavano il nulla. Dio cercò di asciugarle, ma il dolore era troppo e non riusciva a capire come potesse far sì che quello che stava provando finisse.
Cercava di imitare i movimenti degli uomini, il suo nuovo corpo gli stava dando dei problemi, ma sembrava che ogni movimento non facesse che peggiorare la sua situazione.
Finalmente Dio capì che non erano gli uomini a volere la loro distruzione, ma che era nel loro destino bruciare tutto ciò che toccavano con mano.
Pensò a tutte le vite che aveva stroncato e pianse ancora di più, senza riuscire a fermarsi. Voleva rendere il mondo un posto migliore e invece non aveva fatto che distruggerlo.
Dio si sedette per terra, cercando di afferrare con la sua enorme mano i frammenti del Sole, che orbitavano intorno a lui. Rimpianse di aver distrutto così il suo amico più caro, vide la sua fedeltà anche nella morte. L’aveva distrutto e nonostante ciò il Sole gli orbitava intorno, come un cane scodinzola al padrone che ha appena finito di picchiarlo.
Dio urlò, ogni parte di lui risuonava.
“Forse questo è un incubo” pensò, ma forse era amore, non riusciva a capire come ciò che lo straziava potesse al tempo stesso renderlo così felice.
Piangere lo faceva sentire meglio e così pianse, finché non si accorse di essere seduto in un mare di lacrime salate. Non sapeva cosa fare, così si sdraio e rimase a galleggiare sull’acqua, guardando il buio sopra di lui. Sentiva che aveva bisogno di qualcuno, ma più ci pensava e più si rendeva conto che quel bisogno era arrivato dopo aver distrutto tutti i qualcuno dell’Universo.
Dio provò allora a immaginare un altro uomo, un uomo diverso, che completasse la parte di lui che sbagliava. Immaginò una donna, ma si rese conto che non aveva più la facoltà di creare.
Dio era diventato uomo.

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